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 2026  giugno 29 Lunedì calendario

Hormuz non sarà più come prima

Fra le tante ambiguità dell’accordo in 14 punti che consolida la tregua nel Golfo, una appare una mina politica depositata sui fondali di Hormuz. Arriva al punto cinque, e recita: il regime di Teheran discuterà con l’Oman «per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto (...) in linea con il diritto internazionale e i diritti sovrani dei Paesi costieri».
È un riferimento a una mossa eseguita dall’Iran in maggio, quando gli osservatori internazionali guardavano soprattutto al prezzo del petrolio e ai negoziati con la Casa Bianca. In quel momento i guardiani della rivoluzione hanno creato un’entità chiamata «Autorità dello Stretto del Golfo persico», con il compito di gestire il tratto di mare. Non è chiaro cosa ciò implichi esattamente, lo è invece che l’Iran nel dopoguerra intende asserire il controllo su quel passaggio da cui fino a gennaio transitava un quinto dell’offerta mondiale di greggio, di gas liquido e quote sostanziali di fertilizzanti, elio o allumina. Mohammed Bagher Galibaf, capo negoziatore di Teheran e presidente del parlamento, lo ha già detto: «Lo Stretto di Hormuz non tornerà mai alla situazione precedente» e «naturalmente, faremo pagare una commissione per i servizi che forniremo». L’idea è che il prelievo non sia un pedaggio formale, ma un compenso in cambio di una presunta guida alla navigazione sicura o per il ripristino ambientale dell’area. Già ora i guardiani della rivoluzione pretendono di imporre alle navi l’obbligo di stipulare presso l’Autorità dello Stretto un’«assicurazione» (intanto gratuita per i 60 giorni del negoziato in corso). Di qui gli scambi a fuoco di questi giorni: i pasdaran prendono di mira i vascelli che cercano di passare senza registrarsi, gli americani reagiscono colpendo le postazioni dei primi.
È un campo minato, in senso politico oltre che letterale. A maggior ragione perché prima dell’attacco americano all’Iran i flussi in entrata e uscita dal Golfo erano liberi, quindi un controllo di Teheran e l’esazione di un prelievo diventerebbero l’emblema della sconfitta di Washington. Sullo status di Hormuz si giocano la credibilità degli Stati Uniti (anche di fronte agli alleati del Golfo), il principio della libertà di navigazione negli stretti più instabili e i costi degli scambi mondiali.
Non sarà una partita facile, anche perché l’Iran sta coinvolgendo in silenzio alcuni potenziali alleati in questa sfida: a partire dall’Oman, che controlla la sponda sud dello Stretto a 33 chilometri dalla costa iraniana. Nei giorni scorsi il governo di Muscat avrebbe avvertito alcuni rappresentanti europei che Hormuz non tornerà alla situazione pre-bellica – secondo Bloomberg – perché le navi in transito potrebbero dover pagare delle commissioni di passaggio. Martedì sempre il governo dell’Oman ha fatto sapere ufficialmente che discuterà con Teheran su come gestire le acque dello Stretto e i relativi costi: la tentazione del piccolo regno sunnita di partecipare al prelievo con Teheran, potenzialmente per decine di miliardi di dollari l’anno, è sotto gli occhi di tutti. Oggi stesso il leader dell’Oman, il sultano Haitam bin Tariq, ne parlerà a Parigi con Emmanuel Macron.
Di certo i governi europei, i principali Paesi sunniti del Golfo e i grandi gruppi globali di navigazione restano nettamente contrari al dazio su Hormuz. Un precedente simile potrebbe innescare pretese dello stesso tipo per esempio di Malesia e Indonesia su Malacca, della Cina sullo stretto di Taiwan, della Russia su Bering. La globalizzazione diventerebbe più lenta e più costosa per tutti.
Non è detto però che l’Iran ottenga ciò che vuole, anzi rischia di restare accecato da una percezione esagerata del proprio potere. Se imponesse dazi su Hormuz, i Paesi del Golfo accelererebbero nella ricerca di alternative. Abu Dhabi lavora già al raddoppio a 3,7 milioni di barili al giorno (entro il 2027) dell’oleodotto che taglia fuori lo Stretto. Le compagnie di navigazione sperimentano il trasporto via camion fino ai porti fuori dal Golfo. L’arma del prelievo o della pretesa di controllo potrebbe rivelarsi spuntata, nota l’ex direttore per l’Iran dal National Security Council americano Nate Swanson in un saggio per Foreign Affairs. E credendo di aver vinto la guerra, l’Iran potrebbe finire per perdere la pace.