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 2026  giugno 29 Lunedì calendario

Nuova intesa Usa-Iran: riprendiamo a trattare

Quattro mesi d’un conflitto che non è mai finito. Due settimane d’una tregua che non è mai iniziata. Giorni e giorni di colloqui in Svizzera che non vanno mai avanti. Lo stato dell’arte della guerra è nei colpi bassi e nei toni alti che Usa e Iran si stanno rifilando in queste ore, l’uno e l’altro accusandosi di violare un accordo che sembra esistere solo sulla carta: Donald Trump avverte che porterà «a termine militarmente il lavoro», mentre sabato notte i suoi colpiscono le isole iraniane di Qeshem e Sirik (la seconda era già stata colpita nella notte tra giovedì e venerdì). Lo stesso presidente avvisa come in questa situazione «la Repubblica islamica dell’Iran potrebbe non esistere più!»; l’Iran che ieri mattina, presto, ha lanciato missili e droni contro siti militari Usa in Kuwait (la strategica base di Ali Salem) e in Bahrein (dov’è ormeggiata la Quinta Flotta americana), colpendo anche un cargo singaporiano nello Stretto di Hormuz e uccidendo (ma la dinamica non è chiara) un marinaio qatarino. Precipita anche un elicottero saudita, 14 morti, ma nessuno spiega perché.
Suonano le sirene, nel Golfo, e i pasdaran minacciano che «le violazioni americane porteranno alla completa interruzione di tutti i processi diplomatici» e le basi americane della regione «vivranno l’inferno». Poi, nella tarda serata, si diffonde la voce che Washington e Teheran avrebbero trovato un accordo: basta bombardamenti, per ora, riprendono i negoziati – riporta il sito americano Axios – l’appuntamento è domani in Qatar.
I canali diplomatici a dire il vero sono intasati da giorni: il Wall Street Journal scrive che nel weekend sono saltati gl’incontri svizzeri in agenda. La ragione dello stallo: non si trova una quadra sul controllo di Hormuz. Il cessate il fuoco è solo formale, le distanze restano enormi: per gli Usa, è sottintesa nei patti la libertà di navigazione; per l’Iran, chiunque muova le petroliere nello Stretto viola una sovranità da difendere a ogni costo. A pagare il conto, com’è successo ieri in Bahrein e in Kuwait, sono così i Paesi del Golfo, sempre meno disposti a subire una guerra decisa sulle loro teste eppure ben attenti a non irritare l’amico americano in questa fase delicatissima.
La logica non è solo militare. S’apre una settimana che sia Trump sia gli ayatollah vogliono trasformare anche in un palco di propaganda. A Washington, sabato prossimo, con le celebrazioni per i 250 anni dell’indipendenza americana. A Teheran e a Qom, lo stesso giorno, coi funerali della Guida suprema Ali Khamenei uccisa a febbraio, e 20 milioni d’iraniani mobilitati per il pubblico lutto. Questi giorni in mezzo non promettono pace e anche a Gerusalemme si prevedono nubi: a sorpresa è comparso il numero uno del comando americano Centcom, l’ammiraglio Brad Cooper, per incontrare il collega israeliano Eyal Zamir e «discutere i piani imminenti, nel caso ripartano i combattimenti congiunti contro l’Iran». L’esercito israeliano continua a colpire Gaza, tre morti, e ripete che per ora non ci sarà alcun ritiro dal Libano, nonostante la pace «storica» firmata venerdì a Washington. «Trump ora vuole concentrarsi sull’accordo con l’Iran – scrive un giornale vicino a Netanyahu, Israel Hayom —, ma la sua condotta è caratterizzata da instabilità, incertezza e volatilità. Vuole un accordo a tutti i costi. Per l’Iran, l’accordo è incatenato al ruolo d’Israele in Libano e gli Usa non hanno ancora rimosso queste catene. Israele deve così prepararsi a un altro scenario difficile: la possibilità che anche Gaza finisca nello scambio». Ieri a tarda notte l’Idf ha annunciato di avere distrutto un’ampia struttura sotterranea di Hezbollah nel Sud del Libano: il nome dell’operazione, «Sof Pasuk», o «fine del capitolo», sembra un messaggio. Immediata la risposta di Hezbollah: «Violata la tregua. Ci riserviamo il diritto di difendere la patria». Centinaia di petroliere rimangono bloccate a Hormuz e qualunque accordo, dice una società d’armatori giapponesi, non darà semaforo verde per mesi: ci sono troppe mine nelle acque e nessuno sta decidendo come saranno rimosse.