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 2026  giugno 29 Lunedì calendario

Il caldo record è crisi di sistema. La fisica smonta i luoghi comuni

Il caldo record di questi giorni ha riportato in scena una delle frasi più resistenti della storia recente. Resiste alle ondate di calore, ai dati, alle mappe, perfino al cugino che «ha fatto le sue ricerche». La frase è «anche quarant’anni fa faceva caldo». È una frase curiosa. Non perché sia falsa. In effetti è vera. Quarant’anni fa esistevano le estati torride. Esistevano i record. Esistevano perfino le grandinate improvvise e gli allagamenti. Il problema è un altro. È che questa frase sembra uscita da un manuale scolastico dell’Ottocento, mentre il clima è un problema che appartiene alla fisica del XXI secolo. Chi la pronuncia immagina il clima come un enorme termometro. Sale un po’, scende un po’. Ogni tanto fa caldo, ogni tanto fa freddo. Se ieri è successo qualcosa di simile a oggi, allora oggi non c’è niente di nuovo.
Peccato che il clima non sia un termometro, ma sia uno dei sistemi più complessi che conosciamo. Ed è proprio qui che il buon senso comincia a tradirci. E arrivano le frasi fatte, i luoghi comuni. Il grande classico: «Eh, ma d’estate ha sempre fatto caldo». Oppure suo cugino stretto: «Nel 1983 si stava peggio». E naturalmente il campione olimpico della categoria: «Una volta c’erano le mezze stagioni». Che, tra parentesi, è probabilmente l’unica teoria climatica che sopravvive da decenni senza aver mai pubblicato un articolo scientifico. Meno male che c’è la fisica. Fa molta meno scena dei luoghi comuni, ma spiega notevolmente meglio il mondo. Per secoli siamo stati educati a pensare in modo lineare. Se raddoppio una forza, ottengo il doppio dell’effetto. Se aumento leggermente una causa, mi aspetto una conseguenza leggermente maggiore. La natura, però, non ha mai firmato questo contratto.
Molti immaginano il riscaldamento globale come una specie di ascensore Non funziona così. Magari fosse un ascensore, almeno ci sarebbe il pulsante per tornare al piano di sotto
I sistemi complessi funzionano in un altro modo. Sono fatti di milioni di elementi che interagiscono continuamente. Atmosfera, oceani, correnti, ghiacci, vegetazione, nuvole. Nessuno decide da solo. Eppure, insieme, fanno emergere qualcosa che nessuno possiede singolarmente. È il fenomeno che in fisica chiamiamo «emergenza». Ed è qui che il ragionamento «anche quarant’anni fa» comincia a scricchiolare. Perché confonde il singolo evento con il comportamento del sistema. Facciamo un esempio. Immaginate di lanciare un dado. Esce sei. Succede. Lo rilanciate. Esce ancora sei. Può succedere. Lo rilanciate mille volte e il sei continua a uscire quasi il doppio di quanto dovrebbe. A questo punto nessun fisico direbbe: «Beh, anche prima usciva il sei». Direbbe una cosa molto diversa. È cambiata la distribuzione delle probabilità. Ed è esattamente quello che osserviamo nel clima. Non è il record di oggi a raccontare qualcosa. È il fatto che i record arrivino sempre più spesso. Che vengano battuti con margini maggiori. Che durino più a lungo. Che si presentino contemporaneamente in regioni diverse del pianeta.
Molti immaginano il riscaldamento globale come una specie di ascensore. La temperatura media sale di uno o due gradi e tutto il resto segue educatamente. Non funziona così. Magari fosse un ascensore, almeno ci sarebbe il pulsante per tornare al piano di sotto. Pensiamo alla classica curva a campana che descrive tantissimi fenomeni naturali. La maggior parte degli eventi si concentra vicino alla media. Gli eventi estremi abitano nelle code. Se quella campana si sposta anche di poco verso destra, gli estremi aumentano molto più di quanto suggerirebbe quello spostamento. Basta un piccolo cambiamento della media per far crescere enormemente la probabilità degli eventi più rari. È matematica. Non ideologia. Ma c’è di più. Perché il clima non è soltanto statistica. È dinamica. E nei sistemi complessi esistono le retroazioni. Il terreno si scalda. Perde umidità. Un terreno secco evapora meno acqua. Evaporando meno, sottrae meno calore all’ambiente. Quindi si scalda ancora. Più si scalda, più si secca. Più si secca, più si scalda.
È un circolo che si autoalimenta. La stessa cosa accade con la persistenza degli anticicloni, con alcune correnti atmosferiche, con il trasporto dell’umidità. Quando queste interazioni si rafforzano a vicenda, il sistema non risponde più in modo proporzionale. Cambia comportamento. Ed è questa la parola chiave. Comportamento. Oggi non stiamo osservando semplicemente qualche grado in più. Stiamo osservando un sistema che modifica il proprio modo di funzionare. Chi continua a ripetere «anche una volta faceva caldo» sta descrivendo il tempo atmosferico. La climatologia studia il clima. Sono due livelli diversi. È come osservare una singola molecola d’acqua e credere di aver capito un uragano. La fisica dei sistemi complessi ci insegna che le proprietà più interessanti non appartengono ai singoli elementi, appartengono all’insieme.
Per questo il negazionismo climatico spesso appare più come un errore di metodo che un problema di opinioni. È un po’ come sostenere di aver capito la Borsa seguendo una singola azione. O il traffico di Milano guardando una sola automobile. È il modello mentale a essere sbagliato. E quando il modello è sbagliato, anche le conclusioni sembrano ragionevoli. Ma restano sbagliate. Per secoli abbiamo pensato che il clima fosse soprattutto una questione di temperatura. La temperatura è quella che sentiamo sulla pelle. La fisica, invece, guarda l’energia. Perché quando cambia il bilancio energetico, cambia anche il modo in cui questo sistema evolve. Il clima non fa eccezione. Le ondate di calore, le siccità persistenti, gli eventi estremi sono il sintomo. Sono la traccia lasciata da un sistema che ha iniziato a comportarsi in modo diverso. Ed è qui che la fisica diventa pratica. Quando un sistema si avvicina a una soglia critica, non si continua ad alimentarlo sperando che torni spontaneamente allo stato precedente. Si cerca di ridurre la causa che continua ad aumentare l’energia del sistema.
È esattamente il motivo per cui oggi parliamo di decarbonizzazione, di efficienza energetica, di tutte le tecnologie capaci di ridurre le emissioni, dal nucleare di nuova generazione alle fonti rinnovabili. Non perché lo dica un politico. Ma perché lo direbbe un termodinamico. Sono il tentativo, razionale e misurabile, di modificare il bilancio energetico del sistema. Per questo continuo a sorridere quando sento dire: «Anche quarant’anni fa faceva caldo». Ok, sì, ma quanta energia in più sta trattenendo oggi il sistema climatico rispetto a quarant’anni fa? Perché è dalla variabile energia che dipende l’evoluzione futura del sistema. Possiamo continuare a discutere del caldo, e continuare a ragionare come negli anni Ottanta. La Terra, invece, risponde all’energia che il sistema climatico accumula anche da allora. E non c’è nostalgia che possa convincerla a fare diversamente.