Corriere della Sera, 29 giugno 2026
Marco Imarisio ripercorre la storia del caso Franzoni
«Villa bifamiliare, in quanto composta da due unità abitative separate, insistente su un terreno di proprietà di 681 mq. Alloggio autonomo al primo piano, costituito da un ingresso, un soggiorno con angolo cucina, una camera da letto, un disimpegno e un bagno, con parte abitativa superiore composta da due camere da letto e un bagno collegata tramite una scala interna. Giardino di proprietà esterno di circa 590 mq».
Ci si arriva risalendo due tornanti di asfalto, lasciandosi alle spalle il silenzio del paese che non è cambiato in nulla, con i suoi graziosi lampioni e le finestre con le tende bianche.
Sull’ultima altura c’è la villetta di Annamaria Franzoni e di suo marito Stefano Lorenzi, e sbaglia chi si aspetta di trovare una dimora in rovina, segnata dalle scosse del tempo e dall’apocalisse che si svolse al suo interno. Uno se la immagina come fosse un monumento, levigato da migliaia di riprese e foto postate sui social, ma invece è un posto ancora vivo. Con le fioriere alle finestre, con la cura del prato che rivela un interesse umano.
Prima di Garlasco, c’è stata Cogne. E chi ha vissuto quegli anni in cui la donna che si sentiva «padrona di quella casa» prima che «ci entrasse il mondo» era diventata un volto che spaccava il nostro Paese in due, non pensava che potesse accadere ancora. Era il 30 gennaio del 2002. In quella villetta separata dal resto del paese anche nella toponomastica, non Cogne ma frazione Montroz, ripetevano per prenderne le distanze gli abitanti durante la fase più acuta della follia collettiva, Annamaria Franzoni, reduce da una depressione seguita al parto, uccide il suo figlio più piccolo, Samuele, tre anni. Con quale oggetto gli abbia sfondato la testa, è questione dibattuta ancora oggi. «C’è la solita mamma in crisi che ha ucciso il bambino, facci un salto e torna subito». Il messaggio fu lo stesso per tutti i cronisti, che partirono convinti di tornare l’indomani e finirono per restare tre mesi e oltre in quell’apparente idillio sotto il Gran Paradiso.
Le indagini, gli errori
Sembrava una storia semplice, ma forse non ne esistono di tali, soprattutto se all’inizio le indagini vengono fatte male, e in questo Cogne fu come Garlasco. Sull’indecisione delle prime settimane, su una scena del crimine distrutta dagli scarponi dei carabinieri, si innestò la difesa ostinata di una donna che dietro di sé aveva una famiglia patriarcale che la spingeva non a liberarsi di un peso ma a tenerselo dentro, trasformandolo in un dito puntato contro ignoti, la vicina di casa, la dottoressa del paese, un mondo buio abitato da potenziali assassini, tutti tranne lei. La combinazione produsse un effetto micidiale, qualcosa di diverso da Garlasco, dove oggi ci sono due potenziali colpevoli sui quali dividersi. A Cogne c’era solo una protagonista in scena, era su di lei che andava fatta la scelta. Colpevole o innocente, anche se in tal senso le alternative non sono mai esistite.
La marea cominciò a salire. Quella villetta divenne un castello di fantasie assediato dalle telecamere, che rimandava sempre alle solite domande. Quando la arrestano? Ma sarà vero che non è stata lei? La risposta alla prima domanda arriva il 14 marzo. Annamaria Franzoni rimane in carcere per 13 giorni. Poi, con un numero di alta acrobazia giuridica, l’avvocato Carlo Federico Grosso fece annullare l’ordinanza di custodia cautelare, rimettendola in libertà. Quella decisione, che sdoganava l’esercizio del dubbio, legittimò l’ossessione collettiva.
Tra le ventuno puntate dedicate per intero al delitto di Cogne da «Porta a Porta», quella andata in onda subito dopo l’uscita dal carcere raggiunse uno share del 45%, con punte da quattordici milioni di spettatori, un dato superiore allo speciale sull’attentato alle Torri gemelle. Era l’anno dell’addio definitivo alla lira, della caccia a Osama Bin Laden nelle grotte di Tora Bora, delle Brigate rosse che uccidono Marco Biagi. Ma non c’era che Cogne, sembrava non esistesse altro. Forse fu per il clima d’attesa che si creò intorno all’inevitabile arresto della Franzoni, forse perché una madre che uccide il figlio e nega di averlo fatto è qualcosa che colpisce, in un Paese dove il concetto di famiglia dovrebbe avere un valore sacro.
Il clamore, le lettere
«Potrebbe essere un immigrato talebano che vuole fare strage di infedeli». «Risulta che un grosso corvo come il frugilegus potrebbe avere ucciso il piccolo Samuele...». Osvaldo Ruffier, all’epoca sindaco di Cogne, stipava le centinaia di lettere che gli arrivavano ogni giorno in un armadio davanti alla sua scrivania. E non capiva quello che stava succedendo. Era un uomo semplice, aveva lavorato per una vita nelle miniere di magnetite che fino a quel giorno fatale erano state la cosa più celebre di Cogne, le più alte d’Europa. Da Monfalcone a Isola Capo Rizzuto, erano lettere che restituivano l’immagine di un Paese che parlava di «Stefano, Samuele, Annamaria», e in fondo non li considerava persone vere. Ma solo maschere, delle quali indovinare i segreti nascosti. Proprio come avviene oggi.
La bestia mediatica
A fare paragoni con il presente, forse l’effetto fu più concentrato, ma non raggiunse mai l’onda lunga di Garlasco. A quel tempo i social non esistevano, e la commercializzazione del macabro, con gli spettacoli teatrali e gli influencer, tutta questa paccottiglia ancora non c’era. Ma i semi vennero gettati in quella strana stagione di Cogne. Fu allora che gli studi tv si riempirono di criminologi d’assalto desiderosi di salire sul carro televisivo, fu allora che irruppe sulla scena la figura inedita dell’avvocato mediatico. L’antesignano dei De Rensis e dei Lovati è stato Carlo Taormina, che dopo aver accusato «i magistrati mascalzoni» che non arrestavano «quella assassina», fu lesto a convertirsi alla sua innocenza quando la famiglia Franzoni decise che al posto del compassato Grosso servisse «una bestia».
E bestia fu, mediatica però. Taormina divenne protagonista e unico sceneggiatore dello spettacolo che in precedenza commentava con toni severi nei talk show. «Signori, il mistero è risolto, tra poco avrete le prove». In assenza di una seconda indagine, come per Garlasco, se n’era fatta una tutta sua, che portava da nessuna parte, ma intanto faceva casino, che poi era l’unica cosa che contava. Perché più pezzi ci sono, meno potranno incastrarsi in un racconto plausibile. Ma la sua intuizione principale fu un’altra. Se tutta l’Italia voleva vedere la donna del mistero, per lui non aveva senso fuggire dai media. Quel volto sofferto di donna doveva diventare moneta corrente per lo share. E così facendo, il delitto di Cogne consacrò gli studi televisivi a nuova giuria deputata a emettere una sentenza.
Annamaria Franzoni divenne una presenza fissa dei palinsesti, ripetendo sempre le stesse parole e gli stessi sospiri, annunciando di essere nuovamente incinta dal palco del «Costanzo Show». Non più cronaca, ma spettacolo.
La strategia di Taormina non portò da nessuna parte: l’argine che separa i tre gradi di giudizio previsti dall’ordinamento dal quarto grado imposto dai media ancora resisteva. Nel 2008 la Corte di Cassazione condannò in via definitiva la Franzoni a 16 anni di carcere. Restano, di quella stagione, i grotteschi video prodotti per dimostrare che qualcun altro era entrato in casa, e le comparsate dell’imputata nei programmi del pomeriggio dove a comando si suggerivano nuove e più fantasiose piste. Oggi sono una consuetudine, a quel tempo furono un inizio.
Il richiamo della villetta
E su tutto questo, si stagliava la villetta, forse ancora oggi la più famosa scena del crimine italiana. «Sento il bisogno di tornare in quella casa», è uno dei brani riportati dai suoi colloqui con lo psichiatra. Il tribunale di Sorveglianza che nel 2014 concesse alla detenuta Franzoni la detenzione domiciliare si cautelò con «il divieto di recarsi in altre zone del territorio nazionale con particolare riferimento a Cogne». Anche questa è acqua passata. Dicono gli psichiatri che nei casi di infanticidio, la pena di chi uccide durerà per sempre. Ovunque, in ogni luogo. La casa di Montroz venne affidata a tre agenzie immobiliari, che non trovarono acquirenti. Poi finì al centro di una contesa con l’avvocato Taormina. Adesso è tornata in possesso della famiglia Franzoni-Lorenzi, che ogni tanto ci trascorre qualche giorno di vacanza. Gente che la fotografa, ce n’è sempre meno. I fratelli di Samuele ormai sono grandi. Tutto scorre, anche il ricordo della vicenda che segna la nascita del canone moderno della cronaca nera e del suo racconto.
Prima di Garlasco, c’era stata Cogne. E non abbiamo imparato niente.