Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 28 Domenica calendario

Intervista a Sal Da Vinci

Chissà come ci resteranno tutti quelli con la puzza sotto il naso che, dopo la sua vittoria a Sanremo con Per sempre sì, l’hanno massacrato di banalità e cattiverie a buon mercato. Il 30 giugno tenetevi forte il Conservatorio statale Nicola Sala di Benevento conferirà la laurea honoris causa «al maestro Sal Da Vinci per l’elevato valore artistico del suo percorso e per la sua rara capacità di coniugare tradizione e innovazione, preservando l’identità culturale della canzone partenopea e proiettandola verso linguaggi musicali contemporanei accessibili alle nuove generazioni e al pubblico internazionale». Così si legge in un passaggio della lunga motivazione e per uno che ha iniziato a lavorare a 7 anni – in teatro con il padre Mario, uno dei re della sceneggiata napoletana e si è diplomato a 40 all’Istituto Tecnico Aziendale («Non mi faccia domande sulla scuola perché non ricordo niente»), si tratta di una specie di miracolo.
Non è un po’ troppo? Non la imbarazza un tale riconoscimento?
«No. L’esperienza maturata sul campo è il più grande insegnamento che ho ricevuto. Questa laurea credo che sia il giusto riconoscimento a mezzo secolo di fatiche. Per il resto, ci sono tanti laureati in armonia che non sanno scrivere neanche mezza canzone... La musica è così: sorprendente».
Che cosa vuole dire?
«Che il talento non segue solo un percorso. Il mio è fatto di lavoro, cadute, tenacia. Non mi sono mai accontentato. E quello che mi sta succedendo adesso, a un’età in cui quasi non ci speravo più, ripaga la mia dedizione e la mia cocciutaggine».
Quante volte ha pensato di mollare?
«Ogni volta che mi sono sentito un fallito. In alcuni momenti era normale pensare di lasciar perdere. L’ho anche fatto: dopo i vent’anni io, mia moglie e mio cognato aprimmo a Napoli un negozio della catena Tutto a mille lire. Lo tenemmo per tre anni, durante i quali per fortuna continuai a inseguire i miei sogni, scrivendo canzoni per altri ed esibendomi ogni tanto. Fu durissima. So bene che quando non vai bene, nessuno ti aiuta. A 13 anni, dopo sei di grandi successi teatrali, nessuno voleva più me e mio padre. Ci ritrovammo il deserto intorno».

Adesso avrà un esercito di super amici, tutti disponibili e sorridenti, vero?
«Certo. Ho visto gente che in passato mi evitava, salutarmi con grandissimo affetto, cosa a cui non riuscirò mai ad abituarmi. Anche perché so bene che tutto questo può finire non domani mattina, ma fra due ore».
Come fronteggia tutto questo?
«Sorrido, ringrazio, e mi rifugio nella famiglia. So che il successo un po’ isola».
Dalla vittoria del Festival a oggi cosa l’ha sorpresa di più?
«Due cose: lo straordinario affetto del pubblico e la rabbia e la frustrazione che ci sono in giro, a ogni livello. È ovvio che non si può piacere a tutti, ma non capisco la voglia di far male. Magari facendolo senza avere gli strumenti professionali per giudicare un cantante, un brano, una performance...».
Si riferisce alla polemica innescata dal giornalista Aldo Cazzullo? In pratica le ha dato dell’improvvisato, ha detto che la sua canzone è degna di un matrimonio di camorra, e ha aggiunto che “Per sempre sì” è più brutta di “Italia amore mio” di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici, che nel 2010 arrivò seconda a Sanremo ma non ebbe alcun successo.
«Diciamo che è stato un incidente, niente di più. Mi ha colpito solo perché mia madre quando l’ha saputo si è messa a piangere».
Vi siete mai chiariti?
«No. Attraverso alcune persone Cazzullo si è fatto vivo facendomi sapere che avrebbe voluto incontrarmi. Ma non mi ha mai chiamato. Onestamente, se avesse voluto davvero farlo, il mio numero di telefono l’avrebbe trovato in due secondi».
Che ne pensa invece dell’altra polemica accesa da Francesco De Gregori? Ha detto di non essere d’accordo con quegli artisti che da un palco parlano di politica.
«Ognuno si esprime a modo suo, la verità assoluta nessuno ce l’ha. Di sicuro gli artisti devono raccontare la vita, di cui fa parte anche la politica, che di per sé non è una cosa brutta».
Qual è secondo lei la differenza fra canzone “alta” e quella popolare?
«È “alta” quando arriva a tutti. Lo sono Nel blu dipinto di blu, ’O sole mio, La donna cannone...».
Lei che sa arrivare a così tanta gente, chi preferisce come comunicatore fra Vannacci, Meloni e Schlein?
«Non sono un esperto, ma al momento in politica trovo più interessanti le donne. Per quanto riguarda Vannacci non condivido nulla di quello che dice su tutto il mondo Lgbtq+. Nessuno può dire a una persona come amare o che il suo modo di amare è sbagliato. È una questione di pura libertà».
Diceva di essere molto sorpreso dall’affetto della gente: che cosa è scattato, secondo lei?
«Non lo so. Forse il lungo percorso, il duro lavoro, la sincerità della persona semplice».
Sarà anche semplice ma in giro si dice che sia un narciso attento a tutto, curatissimo, modaiolo...
«È vero. Tutto questo l’ho preso da papà e da nonno. Non li ho mai visti con le scarpe sporche, con la camicia spiegazzata o senza giacca. In casa con sei figli, mamma a un certo punto mi insegnò a stirare: sono bravissimo. Posso aggiungere una cosa?».

Certo.
«Se le canzoni non funzionano, c’è poco da fare».
Appunto. Quando ha capito che “Per sempre sì” aveva qualcosa in più?
«Quando ho fatto il provino ho capito che era buono, ma quando a Milano l’ho fatto sentire a tutto volume ai miei discografici e ho visto che si sono messi a fare il trenino
, ho pensato che forse ero sulla strada giusta».
Conti nel 2025, dopo il tormentone “Rossetto e caffè”, le aveva bocciato una canzone: ha avuto paura di non piacergli?
«Noo... Carlo sa quello che fa e alla fine è andata bene così. Se mi avesse preso l’anno prima, non saremmo qui».
Un po’ di paura del dopo “Per sempre sì” ce l’ha?
«Anche dopo Rossetto e caffè ci ho pensato, ma è normale: nessuno sa quello che può succedere con le canzoni».
Al coreografo Marcello Sacchetta, ex di Amici, cosa ha chiesto per i movimenti di “Per sempre sì”?
«Gliel’ho fatta sentire ed essendo molto ritmica gli ho chiesto dei movimenti chiari, semplici e diretti. Non da ballerino. Dopo qualche giorno mi chiama e mi dice che forse ha messo a punto qualcosa di buono. Me lo fa vedere. Io lo provo, non riesco a farlo bene, sbaglio con la mano, l’anello, e solo alla fine riesco a fare tutto. Solo che fino a Sanremo non avevo più provato. È stato un miracolo».
Quanto ha guadagnato finora?
«Il giusto. Prima di Sanremo ho comprato la casa dove vivo con mia moglie e poco prima avevo acquistato una casa a testa ai miei due figli. So come si sta con pochissimi soldi in tasca e quindi sono soddisfattissimo così. Mo’ la mia la devo ristrutturare, però».

Gli stadi li fanno tutti, anche quelli con un solo successo: lei?
«Me li hanno proposti, ma preferisco stare con i piedi per terra. Non li escludo, ma aspetto. Quest’estate il tour lo faccio nelle arene di sempre. Il 25, 26 e 27 settembre sarò all’Arena flegrea di Napoli».
Sarà stato sommerso di offerte di ogni tipo: quali?
«Ho accettato di scrivere un libro sulla mia vita. Non lo sa ancora nessuno, ma ci sto già lavorando da qualche mese».
E poi?
«Mi è stata proposta anche una docu-serie e confesso che l’idea mi piace molto. La voglio fare».
Poi in autunno c’è lo show in prima serata per Rai1: come sarà?
«Due puntate piene di idee e di ospiti. Con gli autori siamo in fase di scrittura da un mese e mezzo. L’idea è quella di portare in tv un progetto sui sentimenti, con una parte dedicata all’intrattenimento e un’altra al sociale, alla riflessione e perfino alla cultura. Magari invito Cazzullo, perché no?».
Il titolo?
«Quello definitivo ancora non c’è e non so se lo faremo negli studi della Rai di Napoli o di Roma».
Fa caldissimo, ma ho sentito dire che sta già pensando al Natale, vero?
«Sì, sto preparando un disco con le canzoni di Natale».
In quale lingua?
«È un progetto con standard internazionali, ma non solo. Sarà in italiano, inglese e napoletano. Profumerà di casa mia e di mondo. Ci suonano musicisti fantastici. Un progetto grandioso».
L’inglese lo sa?
«Sono nato a New York, ma lo parlo poco. Sono appena rientrato dall’America. Sto migliorando».
Il 30 giugno a Benevento cosa dirà nella sua Lectio Magistralis?
«Soprattutto che il fallimento è solo un incidente di percorso, non è la fine: è una ripartenza».