Il Messaggero, 28 giugno 2026
Lo scisma dei lefebvriani: «Ordiniamo i nostri vescovi»
Per usare una metafora calcistica, lo scisma è ormai entrato in zona Cesarini. Mancano appena tre giorni e, salvo un intervento dell’ultima ora che in Vaticano nessuno considera ormai realistico, il primo luglio a Écône, in Svizzera, si consumerà una nuova e dolorosa frattura nella Chiesa cattolica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X procederà infatti alla consacrazione illecita di quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio, un gesto destinato a provocare automaticamente la scomunica dei consacranti e dei consacrati e a segnare uno dei passaggi più delicati dell’inizio del pontificato di Leone XIV.
La vicenda assume un forte valore simbolico. Fin dal giorno dell’elezione, infatti, Papa Leone ha costruito il proprio magistero attorno a tre parole chiave pace, unità e dialogo declinandole tanto sul piano internazionale quanto all’interno della stessa Chiesa. Proprio per questo l’eventuale rottura con il mondo lefebvriano rappresenterebbe una sconfitta pastorale prima ancora che canonica.
PREPARATIVI
I preparativi per la cerimonia di Écône proseguono senza rallentamenti. Nelle ultime ore sono stati diffusi anche gli stemmi episcopali dei quattro futuri vescovi, un segnale che conferma come la macchina organizzativa sia ormai alle battute finali. La Fraternità si presenta oggi come una realtà tutt’altro che marginale: conta circa 720 sacerdoti, seminari in costante crescita, centinaia di religiosi e religiose e oltre mezzo milione di fedeli distribuiti nei cinque continenti. Una consistenza numerica che rende la frattura ben diversa da un episodio circoscritto.
Anche tra i cardinali il clima è di crescente pessimismo. Nei giorni scorsi, durante un ricevimento all’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede, il cardinale Leo Burke, figura di riferimento dell’ala più conservatrice dell’episcopato americano, non nascondeva la propria preoccupazione, lasciando intendere che gli spazi per una ricomposizione si sono ridotti al minimo.
In questi mesi Leone XIV ha affidato il difficile negoziato al prefetto del Dicastero per la Fede, il cardinale Fernandez, tra i progressisti del Collegio cardinalizio che ha tentato un confronto dottrinale senza rinunciare alla fermezza sui principi. Ma il dialogo non ha prodotto passi avanti. Più che una trattativa, è sembrato un dialogo tra sordi.
Lo stesso Papa, alcuni giorni fa, aveva anticipato ai giornalisti l’intenzione di rivolgere un ultimo appello ma allo stesso tempo aveva chiarito il limite invalicabile: «La divisione fra i cristiani è un punto doloroso, però loro rifiutano di accettare elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Vaticano II. Se fanno quella scelta, mi dispiace. Ma noi dobbiamo andare avanti».
È proprio qui che si concentra il nodo della crisi. Il dissenso non riguarda scandali, questioni disciplinari o problemi morali. I lefebvriani continuano a professare una profonda fedeltà alla figura del Papa, pregano quotidianamente per lui durante la liturgia e rivendicano una rigorosa osservanza della dottrina cattolica. La frattura riguarda invece l’interpretazione del Concilio Vaticano II. La Fraternità rifiuta alcuni dei suoi documenti fondamentali e considera inaccettabili le aperture introdotte negli anni Sessanta sul rapporto con il mondo contemporaneo, sul dialogo ecumenico, sulla libertà religiosa, sulla collegialità episcopale e sulla riforma liturgica. Da qui la scelta di continuare a celebrare esclusivamente secondo il Vetus Ordo, con il Messale di san Pio V in lingua latina.
WOJTYLA
La crisi attuale, tuttavia, non nasce oggi. È il punto di approdo di un percorso iniziato quasi quarant’anni fa e segnato da aperture e successive chiusure. Dopo lo scisma del 1988, provocato dalla consacrazione di quattro vescovi da parte di monsignor Marcel Lefebvre, san Giovanni Paolo II decretò la scomunica dei protagonisti dell’atto scismatico. Benedetto XVI cercò invece la strada della riconciliazione: nel 2007 liberalizzò la celebrazione della liturgia tradizionale con il motu proprio Summorum Pontificum e, due anni più tardi, revocò la scomunica ai quattro vescovi consacrati da Lefebvre, avviando un percorso di dialogo dottrinale finalizzato al pieno rientro nella comunione ecclesiale.
Quel processo si è progressivamente arrestato con Francesco. La pubblicazione del motu proprio Traditionis Custodes, che ha fortemente limitato la celebrazione della Messa preconciliare, ha segnato una inversione di rotta rispetto alla linea di Ratzinger, irrigidendo ulteriormente i rapporti con la Fraternità San Pio X.
Oggi Leone XIV si trova di fronte ad un bivio. Finora ha scelto di non concedere neppure un’udienza al superiore della Fraternità, monsignor Pagliarani, segnale della volontà di mantenere il confronto sul piano istituzionale senza aprire canali personali che potrebbero essere interpretati come un allentamento della posizione romana.
Ma, a giudicare dagli ultimi sviluppi, il tempo della mediazione sembra essersi esaurito e il primo luglio la Chiesa si troverà di fronte a una nuova ferita.