Specchio, 28 giugno 2026
Intervista a Gabriella Cortese
Gabriella Cortese ha fondato il marchio Antik Batik nel 1992, per produrre collezioni che si distinguono per vestiti e accessori chic che valorizzano l’artigianato e le tecniche artistiche.
Lei è nata in una importante famiglia torinese e da bambina voleva fare la ballerina. A 18 anni è andata a studiare a Parigi, dove ha fatto anche la danzatrice al celebre cabaret Crazy Horse. Cosa è cambiato dopo?
«A 18-20 anni la vita notturna che fai non è mai salutare. Non sono stata molto orgogliosa di quel momento, anche se mio marito mi ha fatto fare pace con quel pezzo della mia vita dicendo a tutti “Mia moglie ha ballato al Crazy Horse! Hanno le donne più belle al mondo!”. Poi ho iniziato a viaggiare ed è così che è nato Antik Batik».
Lei è una grande viaggiatrice, quando ha iniziato?
«Sono nata viaggiatrice. Da piccola viaggiavo con la mia famiglia multiculturale. Mia nonna era ungherese e negli anni ho realizzato che quel background era molto importante per me, con i colori e l’apertura all’Oriente implicita nei ricami ungheresi. Da bambina amavo Emilio Salgari, poi ho scoperto Hermann Hesse e Alexandra David-Neel, che mi ha dato il coraggio di viaggiare in Tibet».
Ha vissuto a lungo a Parigi, in un palazzo molto speciale a Pigalle?
«Abitavo a Saint-Germain, poi qualcuno mi ha proposto quella casa e io ho detto che non volevo attraversare il fiume. Quando poi lo feci dissi “è il posto giusto”, perché all’epoca Pigalle era il luogo dove i modelli posavano per gli artisti. Nel mio palazzo aveva abitato Giovanni Boldini, di fronte aveva abitato Toulouse-Lautrec».
A Parigi era entrata in contatto con il mondo della moda e intorno al 1990 ha iniziato a fare bikini in batik material. Di fatto ha inventato lo stile “hippie chic”?
«Sì, ma non sono passata dalla porta principale della moda. Sono andata a Bali e ho iniziato a disegnare appollaiata su un tavolo, copiando i disegni degli artigiani che facevano gli stampi del batik in metallo. Ho iniziato Antik Batik dai pareo, che d’inverno si sono trasformati in sciarpe. Antik Batik ha sempre avuto un’anima perché viene fatto a mano, conserva l’anima di chi l’ha fatto. Sono fiera di dire di dire che lavoro da 30 anni con le stesse famiglie».
Si è ispirata anche a Yves Saint Laurent e Kenzo Takada?
«Sì, e da bambina anche dall’immagine di mia madre che vestiva Saint Laurent. Ma anche la Torino dell’epoca era stata un’ispirazione, con gente come Aldo Sacchetti, che faceva le scarpe per le signore, e Maria Volpi che creava cappelli».
Antik Batik divenne importante nei primi anni 2000, quando lei aveva tre boutique a Parigi e quattro in Giappone, con clienti famosi come Carla Bruni e Vanessa Paradis. Perché poi è entrato in crisi?
«All’epoca credevo di poter gestire una impresa così grande, ma era troppo per me. Poi morì mio marito e io rimasi con un bambino piccolo. Dovetti fermarmi e ripartire da zero. È stata una buona lezione per il mio ego. Ho sempre avuto il dono di una ricca creatività, ma se riparti da zero è importante iniziare dalle relazioni con le persone, dalla famiglia non da qualcosa di grande con banche, capitali ecc. Oggi siamo completamente indipendenti e siamo molto più contenti».
Che genere di abbigliamento da uomo ha presentato di recente a Pitti Uomo a Firenze?
«Abbigliamento per l’estate, per uomini che amano viaggiare, andare in vacanza e sentire la camicia come una seconda pelle, tessuta a mano. Molti italiani entrano nella mia boutique e chiedono se ho una collezione da uomo. Io rispondo indicandogliela e loro replicano “Oh, wow. Non l’avrei mai detto”. Abbiamo anche il tessuto khadi fatto con il telaio di legno che Gandhi aveva reso un simbolo di libertà per gli indiani. Faccio pantaloni e diverse camicie, alcune molto ricamate, con le maniche corte alla cubana, oppure camicie normali in cotone o garza sottile».
Che tipo di clienti avete?
«Sono molto fortunata perché sono enormemente diversi. Ho avuto le madri e ora vengono le loro figlie, ma anche ragazzi e uomini di spirito libero perché devi essere così se vuoi indossare disegni e stampe e materiali nuovi. Amo l’idea di non essere soltanto un marchio della moda, ma anche qualcosa di diverso, una sorta di filosofia».
Oggi la moda può essere molto costosa o economica. Dove vi posizionate?
«Nel mezzo. Siamo un marchio di nicchia e non penso che praticare i prezzi folli che si vedono oggi sia una buona idea. Cerco di mantenere gli stessi prezzi da una stagione all’altra, anche se chiaramente le cose fatte a mano costano, e io pago anche per poter lavorare con le stesse persone da 30 anni».
Quante persone lavorano per lei oggi?
«Abbiamo 12 sartorie diverse, ciascuna con 50-100 dipendenti. C’è parecchio da fare per organizzare e distribuire il lavoro».
Disegna tutto lei?
«Sì. Siamo in pochi, 25 persone, e c’è tanto lavoro da fare».
Cambiate collezioni spesso?
«Ogni stagione, due collezioni l’anno. Non possiamo rifare le stesse cose con qualche ritocco, ho molti clienti multimarchio che hanno bisogno di novità».
È molto difficile restare nella moda per anni con questo ritmo?
«Sì e no. Il ritmo diventa abitudine. Io resto nella moda a modo mio. Sono sempre più convinta di non dover cambiare troppo, come molti stanno facendo in questi tempi difficili».
Quanto sono difficili oggi per la moda?
«Molto difficili ma anche molto interessanti, perché tutto cambia e diventa più veloce. Io invece resto con la mia artigianalità, dando tempo al tempo, in maniera molto naturale. Senza alzare troppo i prezzi, e senza fare fast fashion».
Di tutti i Paesi dove ha viaggiato come una nomade, dove vorrebbe piantare la sua tenda?
«Vicino a quelli che amo, perché altrimenti qualunque luogo resta vuoto. Ho costruito famiglie ovunque andavo, in Nepal, in India, a Bali, in Messico. Amo stare con quelli che amo».