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 2026  giugno 28 Domenica calendario

Intervista a Irene Maiorino

«Le cose per me non sono mai state in discesa, e non lo sono neanche adesso. Ho lottato molto, sono contenta di essere arrivata dove sono, ma non è stato facile, mi sono trovata spesso a dover superare grandi prove, e vedo che non è per tutte così. Le cose che ho, me le sono guadagnate con passione, con sacrificio, anche con rinunce». Napoletana, classe 1985, cresciuta a Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno, Irene Maiorino ha i capelli scuri ricci e gli occhi neri scintillanti di certi dipinti dei pittori partenopei del Seicento, è arrivata al successo popolare grazie al ruolo di Teresa nella serie Gomorra, ma ha lasciato il segno soprattutto per il modo con cui ha interpretato Lila ne L’amica geniale. La Lila adulta, implacabile con gli altri e con se stessa, marcata a vita dai dolori e dalle tante battaglie, vinte, perse, subite: «Noi attori siamo equilibristi interiori, i personaggi che abitiamo ci lasciano sempre qualcosa, di Lila, per esempio, ho delle pietruzze, dei campanellini, che sento ancora agitarsi dentro di me».
Quando ha capito che questo sarebbe stato il suo mestiere?
«Ho avuto tante esperienze in tv e nel cinema, ma penso di averlo capito nel periodo in cui sono stata a Parigi per le prove di uno spettacolo teatrale. Mi sento un po’ nomade, una cosa che fa parte di questo lavoro, se mi penso attrice mi vedo in palcoscenico, con il buio, la platea, le persone a cui raccontare una storia. In quel periodo ero entusiasta, mi trovavo in un’altra città, ho pensato “sì, è questo quello che voglio fare"».
I genitori sono stati subito d’accordo?
«No, non hanno avuto una reazione immediata, diciamo che è stato un processo. Scrivo molto e anche bene, ho fatto un percorso di drammaturgia con Antonio Latella ed era andato molto bene. Mio padre era rimasto colpito, da allora ha continuato a suggerirmi altre strade, una volta una scuola di giornalismo, un’altra un corso di scrittura di romanzi, insomma era un po’ preoccupato…. Poi, piano piano, hanno capito e hanno anche empatizzato».
Nella serie di Marco Bellocchio “Portobello” interpreta Nadia Marzano, testimone chiave del processo a Enzo Tortora. Un ruolo difficile, che include anche una totale trasformazione.
«È un personaggio che rappresenta la fragilità, una donna che si ritrova, suo malgrado, al centro di un processo enorme, impelagata in una storia gigantesca, e che poi ha il coraggio di smarcarsi, non so con quanta consapevolezza, ma comunque con il desiderio di difendere il suo essere madre, la sua identità. Dopo la sua deposizione, le indagini prendono una nuova direzione».
Come è andata sul set con Bellocchio?
«Bellocchio è un regista visionario, riesce, come tutti i grandi autori, a infondere un senso di tranquillità, lasciandoti lo spazio per esprimere la tua creatività. Ha idee molto chiare, ma non entra mai a gamba tesa, riesce a ottenere quel che vuole attraverso un processo di osmosi. E poi è un domatore, uno che riesce a orchestrare le prove di tutti».
Per fare il suo mestiere si è allontanata dalla sua città. Le è costato?
«No, però forse oggi non sceglierei Roma, penso che sia una città che abbaglia, le produzioni sono tutte lì, ma se parliamo di teatro, sono importanti anche Milano, Napoli, Genova. Certo, Roma è una città bellissima e oggi è la mia base, ma io sento di avere un altro imprinting, il mare, la montagna. Sento forte il richiamo della natura, in città resisto poco, il tempo del lavoro e basta».
Margherita Mazzucco, che nell’ “Amica geniale” interpreta Lenù, ha dichiarato di aver attraversato, finita l’esperienza, un periodo di crisi, da cui è uscita andando in terapia. Lei come ha fatto a superare quella prova senza conseguenze?
«Non è facile per noi attori conciliare la vita lavorativa con quella privata, i rapporti vanno coltivati, per farli durare bisogna esserci, sia che si tratti del fidanzato oppure della famiglia. Credo che mi abbia aiutato il fatto di aver interpretato Lila quando ero già grande, avevo 28 anni, la sua età, pure nei romanzi. Margherita, invece, è diventata Lenù quando era molto più piccola, è stata catapultata in un progetto gigantesco. Immagino sia normale vivere un senso di squilibrio».
Cosa le ha lasciato quel personaggio?
«Un senso di identità, per avvicinarmi a Lila ho dovuto fare una ricerca profondissima, ho cercato di capire che cosa mi comunicava sul piano femminile, ma anche dove stava la ragione del suo fascino. Per me Lila è stata una dea, ma anche una maestra, mi ha aiutato a pormi interrogativi fondamentali, anche se a tratti mi sono sentita un po’ in pericolo, sono stata nei suoi panni per tre anni, era inevitabile».
Ha recitato con Alba Rohrwacher. Come si è trovata?
«Entrambe abbiamo capito, che facendo quei ruoli, abbiamo imparato molto dell’una e dell’altra, io di Alba e lei di Irene. È stata un’esperienza immersiva».
Esiste la competizione fra attrici?
«Sì, certo, non c’è nessun problema a dirlo, penso anche che possa essere declinata come un valore positivo quando serve a spronarsi a vicenda, ma questo, naturalmente, dipende dal tipo di persone che si incontrano».
Il potere è ancora nelle mani degli uomini o anche in quelle delle donne?
«Il potere è ancora molto legato alla figura maschile, ma quando il femminile fa il verso a quel maschile prepotente e autoritario, ecco, allora provo un doppio dispiacere, significa che noi donne stiamo abdicando al nostro modello finendo per riproporre quello patriarcale. Meloni è la prima premier donna in Italia, ma non mi pare che si sia molto battuta sul piano del femminile».
Le donne, sul piano della parità e dei rapporti con l’altro sesso, hanno fatto passi avanti negli ultimi anni?
«Siamo ancora a “caro amico”. L’altro giorno stavo mangiando un gelato per strada con il cucchiaino, è passato un tipo e ha cominciato a farmi dei gesti. Purtroppo questo genere di cose capitano spessissimo. Nel mio ambiente qualcosa sta cambiando, ma altrove non mi sembra, anzi, credo si stia tornando a forme di violenza molto forti».
Ha rimpianti?
«Negli anni ho pensato spesso che avrei potuto fare meglio, però adesso sto cercando di imparare a essere un po’ più clemente e un po’ più fatalista. Ho fatto sempre tanto, con dedizione e studio, di recente una persona mi ha fatto capire che devo fidarmi di più di me stessa e comunque sono grata per tutti questi anni di provini che mi hanno rafforzata. Il mio segno zodiacale è Vergine, faccio le cose con metodo, però non amo gli angoli, cerco di smussare. Ho la luna in Gemelli, quindi sono anche molto emotiva, e io la luna la guardo molto».
Qual è il suo modello?
«Gian Maria Volonté, ha messo in pratica un tipo di recitazione politica, e poi un trasformismo non fittizio, non legato ai prostetici, al trucco, ma a qualcosa che partiva da dentro e lo faceva cambiare. Mi è anche rimasta nel cuore la mia insegnante di recitazione, Beatrice Bracco, mi ha fatto capire l’importanza dell’aspetto umano, va bene la tecnica, va bene lo studio, ma è quello lo sguardo che fa la differenza».
Nella vita delle attrici c’è anche un contorno di lustrini e paillettes. Come lo vive?
«Un po’ mi stressa, non mi diverte, non ho dialogo con la moda, le cose che faccio e quelle che indosso mi devono corrispondere».
Che cosa sta facendo adesso?
«Un film in Bulgaria, interpreto una scienziata italiana, abbiamo girato in un vero osservatorio, a tre ore e mezza da Sofia. È un ruolo che mi ha un po’ riportato in famiglia, mia sorella è biotecnologa, mio padre medico, per registrare il provino ho usato il suo camice. Ho appena finito di recitare nel nuovo film di Mel Gibson La Passione di Cristo: Resurrezione, a Roma, dove è stata ricostruita Gerusalemme, e poi in Puglia. Tutto in inglese, una grande produzione americana, per adesso non posso dire nulla…»