La Stampa, 28 giugno 2026
Massimo Banzi racconta la sua carriera
«Da bambino smontavo tutto, avevo un desiderio quasi ossessivo di capire come funzionassero le cose. A sette anni mi hanno regalato un kit della Braun con i cubetti magnetici, ho iniziato a occuparmi di elettronica e a costruire piccoli circuiti. A tredici programmavo sul computer più economico che c’era. Era così essenziale che aveva lo schermo in bianco e nero».
Giovanissimo smanettone, inventore di Arduino, una delle più potenti e silenziose rivoluzioni informatiche di sempre, oggi Massimo Banzi è entrato nel terzo tempo della sua carriera. Racconta le radici dell’hi-tech, sui social e dal vivo. «Mancava un vero lavoro di divulgazione. Dalla storia della tecnologia possiamo imparare moltissimo. Ci aiuta a trovare paralleli con il presente, a capire come nascono le innovazioni e dove possono portarci».
Il progetto si chiama SuperModerno: un mix meraviglioso di parole, pixel, oggetti scomparsi. Seduto in un caffè nella Milano sconvolta dal caldo, ti racconta che «ogni innovazione segue una curva. All’inizio le aspettative sono enormi, poi arriva il picco, seguito da una fase di delusione quando ci si confronta con la realtà. Superato questo ottovolante, però, la tecnologia ricomincia a crescere e trova applicazioni concrete».
Il percorso di Massimo, classe 1968, è sghembo e velocissimo, un po’ punk e un po’ nerd. «Sognavo la robotica, studiavo al Politecnico e lavoravo. Dopo un paio d’anni mi sono reso conto che non sarei riuscito ad andare avanti. Dovevo mantenermi e andare a vivere da solo». Obiezione di coscienza, allora, e un appartamento in condivisione che cambierà tutto. «Avevo conosciuto i miei coinquilini su Internet, quando ancora quasi non esisteva. Di giorno lavoravo su video digitali e CD-Rom interattivi, la sera, con gli amici, costruivamo siti web».
È l’inizio degli anni Novanta, sta arrivando uno tsunami. Le aziende se ne accorgono e chiamano i migliori. «Sono entrato in Italia Online, che allora era una società del gruppo Olivetti e stava costruendo uno dei primi provider italiani. Facevo il webmaster, lavoravo giorno e notte. Siamo stati i primi a trasmettere in streaming il Festival di Sanremo. Quando ho chiesto un aumento e mi hanno offerto l’equivalente di 80 euro lordi in più al mese, sono partito per Londra». Banzi torna in Italia solo all’inizio degli anni Duemila, «per lavorare in un fondo di investimento». Qualche colpo riesce, ma non è la sua partita. «Allora decido di prendermi un anno sabbatico». Mentre si concentra su se stesso, sorride, «mi parlano di una nuova scuola di Interaction Design, a Ivrea, dentro uno degli edifici storici». Qualcosa che non si era mai visto, se non in California. «Cercavano qualcuno che desse una mano agli studenti per un paio di settimane». Accetta. Resterà quattro anni.
Il Canavese, in quel momento, è in una fase di trasformazione. «Stava finendo una stagione ma sopravvivevano ancora alcuni pezzi dell’universo Olivetti».
La Casa Blu, i pranzi al Convento. «Ho letto il libro di Pier Giorgio Perotto sul Programma 101», considerato il primo personal computer della storia, «e ho capito che in quel territorio erano nate idee straordinarie, prima che il resto del mondo si accorgesse dell’informatica».
Nel suo istituto, ricorda Massimo, «gli studenti non erano ingegneri ma designer, artisti, psicologi cognitivi. Dovevo trovare un modo per permettere loro di costruire oggetti funzionanti. Mi ha sempre affascinato l’idea di semplificare la tecnologia». Da quegli esperimenti nasce Arduino, destinato a diventare un successo globale. «Era il 2005. Siamo riusciti a sintetizzare il tutto in uno strumento molto semplice: un piccolo computer, un software per programmarlo e un modo completamente nuovo di insegnare l’elettronica, che permette a persone con pochissima esperienza di costruire oggetti funzionanti».
Banzi spiega che «molte innovazioni non nascono da un business plan, ma dal tentativo di risolvere un problema concreto». «Noi» – e quel plurale comprende David Cuartielles, Tom Igoe, Gianluca Martino e David Mellis – «eravamo già abituati a girare il mondo facendo workshop. La prima volta che abbiamo usato Arduino è stato durante un corso in Svezia. Ha funzionato subito. Designer, artisti, musicisti avevano iniziato a parlarne tra loro e la comunità cresceva spontaneamente».
Oggi attorno a quel progetto ruota una comunità di oltre 30 milioni di persone. E quell’idea nata attorno a un tavolo è finita nelle mani del gigante californiano Qualcomm.
Massimo ha segnato su un calendario il momento della svolta: 2012, quando gli arriva l’invito a parlare al Ted, «quello vero. Con un amico abbiamo inventato una regola non scritta: servono almeno sette anni di lavoro prima che la gente si accorga davvero di quello che fai».
Tra tutti i progetti realizzati con Arduino, dice, «ce n’è uno che porto sempre come esempio. Una ricercatrice di Barcellona ha sviluppato un sensore per individuare precocemente il tumore al seno. È una storia bellissima, perché una persona ha dedicato anni della sua vita a costruire uno strumento che oggi può aiutare altre persone. In quei momenti capisci che tutto quello che hai fatto è servito davvero a qualcosa».
Negli stessi anni, in un vecchio edificio affacciato sui binari del treno, a Torino, prende forma il primo FabLab italiano, un laboratorio per maker e pionieri digitali. Ancora una volta, c’è il suo timbro. «Ho sempre pensato che le comunità online siano potentissime. Ma quando riesci a trasformarle in comunità locali succede qualcosa di ancora più importante».
Oggi Banzi è uscito dall’azienda, e osserva quella storia da una prospettiva diversa. «Ho sempre pensato che il compito di un fondatore sia costruire un’organizzazione capace di fare a meno di lui. Se una società dipende per sempre da chi l’ha creata, allora significa che qualcosa non ha funzionato. Ho sempre creduto nell’idea di restituire qualcosa. Dopo tanti anni passati a fare impresa, mi interessava tornare alla divulgazione. È uno dei motivi per cui è nato SuperModerno. Non tutti dobbiamo diventare ingegneri. Ma dovremmo capire almeno i meccanismi fondamentali del tech. Se no, rischiamo di essere sempre meno liberi».
Banzi non è, e non potrà mai essere, un luddista, o un nemico dello sviluppo. «Sono un grande sostenitore delle grandi aziende tecnologiche. Amo YouTube e lo uso continuamente. Ma proprio perché amo la tecnologia penso che, quando serve, sia giusto criticarla».
Per esempio?
«Quando un’azienda esagera, penso all’utilizzo dei dati personali, bisogna avere il coraggio di dirlo. Quando nacque Google il suo motto era “Don’t be evil”, non essere malvagio. Credo che quel principio resti ancora attuale».
Le piattaforme, ragiona, «sono ottimizzate per massimizzare l’engagement», cioè il coinvolgimento. «E troppo spesso l’engagement nasce dagli insulti, dalla rabbia, dalla polarizzazione. Non credo che sia un modello sano. I social network tendono a premiare chi urla di più, perché hanno bisogno che tu ti arrabbi, reagisca e continui a cliccare». Un meccanismo che forse funziona per i bilanci, non per il dibattito pubblico. «L’umanità è molto migliore di come viene rappresentata sul Web».