La Stampa, 28 giugno 2026
A 8 mesi dal cessate il fuoco l’esercito israeliano controlla e modifica il 70% della Striscia
Lunedì scorso fonti della difesa israeliana hanno confermato che le forze armate controllano circa il 70% della Striscia di Gaza. Il 70% è una percentuale militare e amministrativa ma quello che descrive è un progetto politico che Israele ha costruito in mesi, con la pazienza di chi sa di avere il tempo dalla propria parte e la certezza di non dover rendere conto a nessuno. Quando il cessate il fuoco è entrato in vigore nell’ottobre del 2025, le forze israeliane occupavano il 53% della Striscia, il piano di pace di Trump in venti punti prevedeva un ritiro progressivo, la consegna del territorio a una forza internazionale di stabilizzazione, il disarmo di Hamas come condizione per avviare la ricostruzione. Era un piano che chiedeva a Israele di cedere territorio in cambio di garanzie di sicurezza, e che chiedeva a Hamas di cedere le armi in cambio di garanzie politiche. Otto mesi dopo, nessuna delle due cessioni è avvenuta. Israele è al 70% e il Comando Sud dice che l’espansione potrebbe continuare nei prossimi mesi. Hamas si è riorganizzata, ha reclutato nuovi operativi, il piano di pace esiste ancora sulla carta ma sul terreno esiste qualcosa di completamente diverso.
Dietro la linea gialla – nel territorio sotto controllo militare israeliano, quella zona in cui i palestinesi non possono entrare senza rischiare di essere uccisi – Israele ha condotto in questi otto mesi due operazioni parallele e complementari che insieme definiscono la natura reale di quello che sta accadendo. La prima è stata la demolizione sistematica di interi quartieri e centinaia di edifici, trasformando quella parte di Gaza in un territorio privo di abitanti e di qualsiasi punto di riferimento riconoscibile: non la distruzione caotica della guerra, ma la demolizione metodica di quello che restava. La seconda: su quella tela vuota, la costruzione di un sistema impressionante di strade militari, avamposti, barriere, terrapieni permanenti. Ed è evidente che non si costruiscono margini permanenti in un territorio che si intende abbandonare, né si investono risorse in infrastrutture militari in un’area che si prevede di consegnare a una forza internazionale di stabilizzazione.
Quello che si costruisce dietro la linea gialla è la struttura fisica di un’occupazione che si prevede duratura, e il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir lo ha detto esplicitamente già a dicembre: la linea gialla è la nuova linea di confine.
A marzo Israele ha distribuito alle agenzie umanitarie nuove mappe con una linea arancione che aggiunge un ulteriore 11% di territorio alle zone ristrette – senza renderle pubbliche, senza comunicati, senza che nessuno fosse chiamato ad approvare o contestare, evidenza che l’occupazione avanza abbastanza lentamente da non produrre crisi diplomatiche, abbastanza continuamente da produrre fatti irreversibili. E poi c’è la politica: Benjamin Netanyahu ha ordinato con naturalezza all’esercito di portare il controllo al 70% in un discorso in un insediamento della Cisgiordania occupata, allo stesso tempo il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha ammesso al Congresso questa settimana che il piano di pace non prevede un espanso controllo militare israeliano della Striscia. Tra la dichiarazione di Rubio e l’ordine di Netanyahu c’è una contraddizione che nessuno dei due ha sentito il bisogno di risolvere, perché la contraddizione è la struttura stessa della situazione: gli Stati Uniti non possono o non vogliono imporre a Israele il rispetto del piano che hanno elaborato e promosso, e Israele lo sa. Lo sa dal giorno in cui il cessate il fuoco è entrato in vigore, e ha costruito i propri piani di conseguenza. Il disarmo di Hamas è l’alibi che tiene in piedi questa contraddizione e la rende presentabile, e ha una logica circolare: la ricostruzione non può cominciare prima del disarmo, il disarmo non avviene perché Israele non si ritira, Israele non si ritira perché il disarmo non è avvenuto. Ogni condizione dipende dall’altra, e nessuna delle due parti ha interesse a spezzare la catena. Hamas perché cedere le armi senza garanzie politiche credibili – e le garanzie credibili sono impossibili finché Israele avanza – significherebbe cedere l’unica leva rimasta. Israele perché ogni settimana che passa senza disarmo è una settimana in più per costruire terrapieni permanenti, spostare blocchi di cemento, portare il controllo un altro punto percentuale verso l’alto.
Il Comando Sud dell’esercito israeliano lavora a oggi su due tracce parallele, la prima è la pianificazione di una possibile nuova campagna militare contro Hamas se il disarmo non avviene – e il disarmo non avverrà nelle condizioni date, quindi la pianificazione è già la preparazione della prossima guerra. La seconda è la preparazione di una zona civile controllata nella zona di Rafah per cinquantamila palestinesi sottoposti a screening di sicurezza prima di potervi risiedere, progetto per cui gli Stati Uniti hanno già emesso bandi infrastrutturali. Cinquantamila persone su due milioni non rappresentano un piano di ricostruzione ma un piano di selezione. Si selezionano i palestinesi che possono stare in un’area sorvegliata, si lascia il resto in una lingua di terra che si stringe. Tutto questo mentre il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha detto che i palestinesi lasceranno Gaza in gran numero verso Paesi terzi e quello della difesa Israel Katz ha confermato che il governo intende spostare larghe fasce della popolazione fuori da Gaza al momento giusto. Due milioni di persone oggi vivono nel terzo rimanente della Striscia senza accesso alla maggior parte delle terre agricole, senza confine con l’Egitto, senza materiali da costruzione, senza acqua corrente affidabile. Il 90% degli edifici è stato distrutto o danneggiato. Gaza registra il tasso più alto di amputazioni infantili pro capite al mondo. Un neonato su cinque viene al mondo prematuro o sottopeso. Dall’inizio del cessate il fuoco le forze israeliane hanno ucciso altri 1.027 palestinesi, gli aiuti entrano al 36% delle quantità previste dall’accordo. Tutto questi numeri non sono separabili dal 70% occupato della Striscia ma sono la sua conseguenza diretta, il costo umano di un’occupazione che avanza e di un piano di pace che non avanza.
Sabato le forze armate israeliane hanno ucciso Ahmed Wishah, cameraman di Al-Jazeera, in un raid deliberato sul campo profughi di Bureij. L’esercito ha confermato che l’attacco era stato diretto specificamente contro di lui, definendolo un terrorista di Hamas. È l’ennesimo operatore video ucciso dall’inizio del conflitto. Attacchi mirati che rispondono alla stessa logica con cui si spostano i blocchi di cemento di notte, si costruiscono terrapieni permanenti, si porta il controllo al 70% mentre altrove si firma la pace. È la grammatica di chi ha imparato che le conseguenze non arrivano.
Il mondo ha Bürgenstock, ha l’Iran, ha Hormuz, ha sempre qualcosa di più urgente di Gaza. E in quello spazio di disattenzione – non casuale, costruita, alimentata da ogni nuova crisi che sposta lo sguardo altrove – i blocchi di cemento si spostano di notte, i terrapieni si costruiscono, la linea avanza. Il 70% non è un traguardo: è il punto da cui si misura il prossimo spostamento. Due milioni di persone aspettano in un terzo di territorio che si restringe mentre dall’altra parte della linea gialla Israele costruisce le infrastrutture permanenti di un’occupazione che ha già deciso di non chiamare con il suo nome.