repubblica.it, 28 giugno 2026
Il revival trumpiano di Nixon
Ogni estate, fino alla sua scomparsa nel 2009, il leggendario columnist del New York Times Bill Safire, dedicava un editoriale a una intervista con lo spettro dell’ex presidente repubblicano Richard Nixon, a sua volta morto nel 1994. Il fantasma di Nixon criticava la Borsa a Wall Street, ammoniva i palestinesi a trovare un leader forte, anche se non democratico, e gli americani a non partecipare alla Corte penale internazionale, seduto “in uno studio piccino, ma Ovale, in Purgatorio, dove espia il peccato di avere sospeso la convertibilità dell’oro in dollari…” il giorno di Ferragosto del 1971, e Safire sapeva quel che diceva perché, dal litigio in diretta con il presidente Krusciov in Russia, fino agli scontri con Kennedy, i trionfi della Casa Bianca nel 1968 e nel 1972, la disgrazia delle dimissioni per lo scandalo del Watergate nel 1974, era sempre stato lui a scrivere i discorsi per “Tricky Dicky”, Riccardo l’Imbroglione dei fumetti di Garry Trudeau.
Se davvero sono adesso insieme nel Piccolo Studio Ovale del Purgatorio, chissà come si divertono l’astuto Nixon e il saggio Safire, a guardare dall’alto il revival che la destra populista di Donald Trump ha avviato sullo statista che aprì alla Cina di Mao e chiuse la guerra Usa in Vietnam. Altro che Tricky Dicky, altro che il corrotto e fosco personaggio che sui nastri registrati in segreto si diletta in battute razziste, fa perquisire gli uffici dell’opposizione, ha uno staff che vuol fare “strizzare le tette” all’editrice del Washington Post Katharine Graham, mentendo al partito e ai giornalisti. Il Nixon del 2026 non è più il boss che, in camicia bianca, combattevano gli intrepidi reporter Carl Bernstein e Bob Woodward, per il capolavoro del regista Alan Pakula, ma una vittima del Deep State, lo stato profondo che perseguitava lui nel 1972 e ora trama contro Trump.
Primo fra tutti il vicepresidente J.D. Vance, che parlando alla Richard Nixon Presidential Library, scandisce sgranando gli occhioni azzurri che hanno affascinato Trump “Se il Watergate accadesse oggi, sarebbe una notizia destinata a durare dodici ore. Se si guarda a come il deep state abbatté Nixon, non è poi così diverso da ciò che gli stessi gruppi di persone e le stesse istituzioni hanno cercato di fare contro Donald Trump durante la sua prima amministrazione”, concludendo che Nixon era “un genio politico” che vive la sua meritata “rinascita”, un modello per lui, con gli occhi alla campagna presidenziale 2028.
Le parole di Vance sono significative non solo perché riabilitano Nixon, quanto perché costruiscono una farlocca, ma efficace, genealogia: Nixon diventa il primo martire di quella battaglia fra popolo e istituzioni che il trumpismo considera fatale.
Su questa rilettura ricamano, on e offline, tanti protagonisti dell’universo conservatore. L’attivista Christopher Rufo che demolisce da anni la burocrazia federale come camarilla per neutralizzare presidenti democraticamente eletti, indica in Nixon il primo caso della mattanza. Il guru Vivek Ramaswamy ha più volte sostenuto che il destino di Nixon anticipa lo scontro Trump-liberal, mentre la Richard Nixon Foundation allestisce un banchetto ad ogni comizio Maga, vendendo souvenir dei tickets Nixon-Agnew (vicepresidente travolto da scandali grossolani) e Nixon-Ford, il secondo vice di cui si diceva non fosse capace di masticare chewing e camminare insieme, ma che fu invece un buon presidente, con la coda di giovani a comprarli. L’influente Tucker Carlson riduce Watergate a un complotto, Steve Bannon consigliere scampato alla galera lo esalta come martirio dei conservatori.
La documentazione storica sul Watergate resta tuttavia immutata: le registrazioni della Casa Bianca, le condanne e le confessioni dei collaboratori di Nixon, la sentenza unanime della Corte Suprema che impose la consegna dei nastri, le rivelazioni dello stesso presidente, l’astuto detto-non detto del consigliere Henry Kissinger, fino alle conclusioni finali della Commissione Giustizia della Camera, in uno dei casi meglio documentati della storia politica americana.
Ma la politica non vive soltanto di archivi, vive di simboli, di narrazioni e di memoria collettiva, vedi in Italia il caso Br Aldo Moro, con il processo in corso ai vecchi killer della Cascina Spiotta che online diventa per i siti pro terrorismo vendetta postuma.
Su questo terreno si combatte la nuova battaglia Usa: non per cambiare ciò che accadde nel 1972, ma per cambiare ciò che il 1972 significa per gli americani del XXI secolo, alla festa dei 250 anni di Usa del prossimo 4 luglio. Se Watergate smette di essere simbolo della responsabilità del potere in democrazia e si trasfigura in simbolo della persecuzione del potere, allora anche l’avventura di Donald Trump è riscattata, ora e sempre. È guerra sulla memoria, il passato mobilitato a vincere sul presente. Nixon e Safire applaudono estatici.