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 2026  giugno 28 Domenica calendario

Dopo l’Iran la rivoluzione del Pentagono: i comandi si spostano sottoterra

Sotto un cielo pieno di droni e missili balistici, i comandi militari sono obbligati a tornare sottoterra come ai tempi della Guerra Fredda. Oppure a mettersi sotto una cupola di contraerea spessa come una falange, che non lasci passare gli incursori. La lezione era emersa con chiarezza dai campi di battaglia ucraini, ora ha trovato una drammatica conferma negli attacchi iraniani nel Golfo. Un’inchiesta del Wall Street Journal ha analizzato i danni subiti dalla base dell’Us Navy in Bahrein: un’installazione strategica, dove c’è il quartiere generale della Quinta Flotta. Ben 14 tra hangar ed edifici sono stati distrutti dagli ordigni dei pasdaran, che conoscevano bene la mappa degli impianti: hanno centrato gli uffici dove si riunivano gli ammiragli e le due centrali di trasmissione satellitare, ciascuna del costo di venti milioni di dollari.
Si stima che per ricostruire le infrastrutture bersagliate sia da preventivare una spesa di 400 milioni di dollari. Ma le fonti della Marina Usa interpellate dal quotidiano sostengono che la base potrebbe essere abbandonata: il Bahrein è troppo vicino all’Iran e quindi esposto ai tiri dei missili balistici a corto raggio, ancora più difficili da intercettare. L’esito del conflitto infatti rischia di rivoluzionare lo schieramento Usa in Medio Oriente. Le ipotesi sul tavolo sono di trasferire comandi, caserme, depositi e aeroporti molto più a ovest sparpagliandoli e mettendo i più delicati nel sottosuolo. O, con una scelta drastica, concentrare la presenza militare statunitense in Israele, dove la triplice barriera difensiva è in grado di abbattere la stragrande maggioranza degli ordigni.
Già dalla metà di marzo Washington ha spostato numeri significativi di aerei e personale nello Stato ebraico: l’unica oasi per sfuggire agli sciami di droni iraniani e alle raffiche dei missili balistici. C’è stato un sovraffollamento delle piste e i velivoli cisterna sono stati parcheggiati persino negli scali civili. Valutazioni politiche e diplomatiche hanno spinto finora gli Stati Uniti ad evitare di insediare stabilmente unità delle tre forze armate in Israele. Non è chiaro se adesso l’amministrazione Trump si prepari a una svolta.
Il problema è serio: tutte le basi americane sono state prese di mira dall’arsenale dei Guardiani della Rivoluzione, spesso con precisione sorprendente. Anche in Kuwait le installazioni sono state duramente bombardate: in particolare l’aeroporto Ali Al Salem, quello dove si trovava pure un contingente italiano. In Qatar e Arabia Saudita nelle prime ore di combattimenti sono stati messi fuori uso i tre radar chiave proprio per individuare i missili balistici: in particolare, sono stati colpiti i sensori mobili delle batterie Thaad e l’enorme antenna piramidale costata quasi un miliardo di dollari. Non ci sono stati santuari: Erbil, nel Kurdistan iracheno; Al Dhafra negli Emirati, Muwaffaq Salti, in Giordania; Prince Sultan in Arabia Saudita sono state assalite più volte. L’elenco dei danni è molto lungo: per il think tank Csis il valore è compreso tra 2,2 miliardi e 5,1 miliardi di dollari.
Perché? Gli Stati Uniti hanno scatenato l’offensiva contro la Repubblica Islamica senza preoccuparsi della protezione delle basi, nella convinzione che gli ayatollah sarebbero stati sconfitti in pochi giorni. Per precauzione, le guarnigioni stanziate in Qatar e Bahrein sono state evacuate: “È stata data la priorità alla tutela delle persone rispetto a quella dei materiali. L’Iran ha lanciato ottomila tra missili e droni ma solo in due casi ha provocato vittime”, ha sottolineato un portavoce del Pentagono. La reazione iraniana è stata lunga, violenta e precisa. E ben sei soldati sono stati uccisi in Kuwait da un drone: erano in un container privo di protezioni. Quello che è accaduto nel Golfo però è un monito anche per i generali europei, che stanno rivalutando i bunker in acciaio e cemento sopravvissuti alla Guerra Fredda.