la Repubblica, 28 giugno 2026
Storia della pirateria
Che differenza c’è fra i pirati dei Caraibi e gli Houthi che attaccano le navi nello stretto di Bab el-Mandeb? Nessuna, a parte il fatto che i primi agivano per guadagnare ricchezze mentre i secondi mirano a un guadagno politico. Ma in realtà i metodi usati sono gli stessi e lo sono dalla notte dei tempi. Perché la pirateria è antica quanto la navigazione. Tanto che lo storico greco Tucidide, nella Guerra del Peloponneso sostiene che il fenomeno era diffusissimo in tutto il Mediterraneo e che il primo a combatterlo sarebbe stato Minosse, il mitico re di Creta circa 1700 anni prima di Cristo.
Inoltre Tucidide precisa che fare il pirata era considerato un mestiere onorevole in quanto assicurava sia guadagno per sé, sia nutrimento per i più deboli. I pirati insomma erano visti da alcuni come una sorta di eroi popolari e da altri come dei predoni. Era il caso dei romani che li consideravano hostes humani generis (nemici dell’umanità) e per ripulire i mari dalla loro presenza nel 67 avanti Cristo organizzarono una campagna in grande stile al comando di un fulmine di guerra del calibro di Pompeo.
E adesso, grazie a una ricerca ripresa dal Guardian, sappiamo qualcosa di più certo e di meno leggendario sulle star della pirateria caraibica. Un’equipe di ricercatori nelle acque del porto di Nassau, nelle Bahamas, ha trovato ben sei relitti risalenti all’epoca d’oro della pirateria, quando tra Sei e Settecento personaggi come Barbanera, Henry Every e Calico Jack inaugurarono la leggenda moderna degli scorridori del mare. Quella che, mescolando realtà e leggenda, arriva fino al capitano Jack Sparrow, protagonista della fortunata saga dedicata ai Pirati dei Caraibi.
Sparrow, che per noi ha il volto di Johnny Depp, è un personaggio immaginario ma solo in parte. Perché in realtà la sua figura è ispirata proprio a quella di Calico Jack, l’inventore del Jolly Roger, la celebre bandiera con il teschio e le spade incrociate su fondo nero, che è diventata l’emblema della filibusta. Calico fece di Nassau la terra promessa di ogni pirata, insieme ad Every, conosciuto come Long Ben e diventato famoso per aver progettato l’abbordaggio più redditizio della storia. Oro argento e pietre preziose del valore di quasi cento milioni dei nostri euro. Il solo in grado di rivaleggiare con quei due fu Barbanera, al secolo Edward Teach. Un autentico genio della rapina, che si costruì sapientemente un’immagine demoniaca per spaventare le sue vittime. Basti dire che quando andava all’arrembaggio metteva dei pezzi di miccia accesi sotto il cappello per essere avvolto in una nuvola di fuoco e fumo come un diavolo uscito dall’inferno.
Ma Nassau non fu la sola capitale piratesca. A contenderle il primato fu l’isola antillana della Tortuga, a poche miglia da Haiti, che nel Seicento diventò la tana dei famigerati Fratelli della Costa, un’internazionale della violenza fatta di inglesi, francesi, olandesi, ma anche di schiavi africani, avventurieri e fuorilegge di ogni provenienza. E perfino di donne, come l’intrepida Mary Read, che passò la vita travestita da uomo, prima nell’esercito britannico e poi sulle navi.
A rendere celebre la Tortuga da noi fu Emilio Salgari, che ne fece la roccaforte del Corsaro Nero. Ma oltre che della creatura salgariana, l’isola fu teatro delle gesta di altri big della pirateria realmente esistiti. Il crudele Olonese, al secolo Jean David Nau, che nel 1665 mise a ferro e fuoco Maracaibo, lo spietato Roche, il brasiliano che in realtà era olandese e si chiamava Gerrit Gerritszoon, l’enigmatico Bartolomeu il Portoghese, un antesignano dello Yanez de Gomera salgariano.
E soprattutto l’inglese Henry Morgan. Un uomo di mare di nobile famiglia, di cui Salgari fece il luogotenente del Corsaro Nero. A dire il vero Morgan fu più un corsaro che un pirata. Nel senso che esercitò la violenza e la ruberia per conto non in proprio ma a vantaggio della corona inglese. Come aveva fatto ancor prima Francis Drake che predò navi e città spagnole per ordine di Elisabetta I, e in cambio fu fatto prima ammiraglio poi baronetto.
In realtà i corsari facevano un lavoro sporco per i vari governi europei che concedevano loro la cosiddetta lettera di corsa, cioè una licenza di uccidere e di predare. Una percentuale sul bottino andava a rimpinguare le casse statali. Ovviamente la differenza tra pirata e corsaro è questione di punti di vista. Se per gli inglesi Morgan era un agente al servizio di Sua Maestà, per i depredati, spagnoli o olandesi che fossero, era un delinquente.
Certo è che nell’immaginario europeo, soprattutto a partire dal romanticismo, la figura del pirata ha spesso un’aura di nobiltà. Di sangue come il Corsaro Nero, che è conte di Ventimiglia. O d’animo come Sandokan, che mette il suo braccio al servizio dei malesi vittime dello sfruttamento coloniale britannico. Insomma un brigante di mare che, al pari del suo collega di terra appare come un vendicatore degli oppressi. Uno che ruba ai ricchi per dare ai poveri.
Sostanzialmente tra la mitologia antagonistica di ieri e di oggi corre un filo rosso strettamente intrecciato all’idea di giustizia riparatrice. Che arriva fino ai nostri giorni tingendo di colori sociali o, meglio, social perfino la pirateria elettronica. Che usa come arma di resistenza il cosiddetto pezzotto, proprio come i pirati dei Caraibi e quelli della Malesia usavano i cannoni girevoli e i rampini d’abbordaggio.
Forse aveva ragione il sulfureo scrittore americano Ambrose Bierce a dire che la pirateria è l’archetipo del commercio. Senza freni e senza esclusione di colpi. Proprio come Dio l’ha creato.