la Repubblica, 28 giugno 2026
Sisma in Venezuela, almeno 1430 morti. Rodríguez fischiata
Quattro minuti senza ossigeno, quattro giorni senza bere, quattro settimane senza mangiare. Nel mondo delle emergenze, è la “regola” del 4+4+4. Non si tratta di un protocollo ufficiale, ma mentre si scava fra le macerie di La Guaira i soccorritori la ripetono come un mantra. Anche se sanno che il tempo sta scadendo, che la possibilità di trovare qualcuno ancora vivo è scarsa e che dagli edifici polverizzati adesso vengono fuori solo salme.
Nel giro di ventiquattro ore il bilancio delle vittime è schizzato a 1.430, ma probabilmente si tratta di numeri approssimati per difetto. Oltre 69mila persone sono state segnalate come disperse, più di 13.500 sono state ritrovate, ma il numero di chi ancora manca all’appello rimane inchiodato a 55mila. La promessa di un’ecatombe, si sussurra mentre si scava. E il rischio, lo si sa, è che si tratti soprattutto dei più fragili. A partire dai bambini.
Sulle pagine nate per centralizzare le informazioni sugli scomparsi, i nomi di neonati, bimbi e ragazzini si contano per centinaia, non per decine. «I soccorritori stanno tirando fuori minori dalle macerie, spesso senza genitori, mentre ci sono mamme e papà che urlando chiedono aiuto per estrarre i loro figli rimasti sepolti», spiega Valentina di Save the Children (non dice il cognome per motivi di sicurezza). «Ci sono bambini in stato di shock per le strade e negli ospedali che non ricordano neanche il proprio nome», dice da La Guaira. «Qui c’è puzza di morte». E i social non la nascondono.
Leyder e Leymar Rojas, tre e dieci anni, escono dal loro palazzo avvolti in un lenzuolo bianco, mentre la mamma disperata abbraccia l’unico figlio sopravvissuto. Da Catia La Mar, un video impietoso mostra una madre che urla «aiutatemi, i miei quattro bambini sono lì», indicando un palazzo polverizzato, mentre ancora non si sa quanti fossero i bimbi che partecipavano alla festa che il terremoto ha trasformato in una strage, raccontata dal soccorritore Majkel La Rosa. Da La Guaira arrivano anche perle di speranza: un neonato di 18 giorni estratto vivo, una giovane madre che ha partorito fra i resti del suo palazzo, una ragazzina di 15 anni che lentamente viene fuori da un edificio distrutto. Ma il tempo è giudice che non concede appello. E il destino si mostra beffardo: di 147 venezuelani espulsi dagli Usa e sbarcati il giorno stesso del terremoto quasi nessuno è sopravvissuto.
Le autorità raccomandano prudenza, i dati sono approssimativi, vanno incrociati con i ritrovamenti non segnalati, con le liste degli ospedali ed è ancora presto per un quadro chiaro. Ma a tre giorni dal terremoto è quell’ancora a far esplodere la rabbia. A Chacao, centro finanziario di Caracas e fra le zone più colpite, una valanga di fischi ha accolto la presidente Delcy Rodriguez. «Smettete di fare campagna elettorale sulle tragedie», le hanno urlato. Gli Usa però continuano a scommettere su di lei, che ha fatto sapere di aver sentito Trump e Rubio che hanno «riaffermato il sostegno del governo degli Stati Uniti in questo momento difficile».
A La Guaira, la gente blocca i mezzi meccanici e obbliga i soccorritori a scavare dove sanno sepolti i loro cari. Dana, di 9 anni appena, racconta il padre Dani Rizo a Afp, è morta nell’attesa. Solo ieri si è arrivati a definire un centro di reclutamento di volontari, punti di raccolta degli aiuti, meccanismi di coordinamento. Nei giorni scorsi, la gigantesca ondata di solidarietà si è trasformata in caos, che ha finito per bloccare anche le ambulanze dirette a La Guaira. Dove ora la gente chiede almeno corpi su cui piangere.