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 2026  giugno 28 Domenica calendario

Come l’Ia sta cambiando il lavoro degli avvocati

Tom Cruise che spulcia tra i fascicoli dello studio del Socio alla ricerca di una spiegazione degli strani comportamenti dei colleghi avvocati è un’immagine difficile da dimenticare per chi ama i legal thriller. Ebbene, sta per finire nel passato remoto, insieme a quella degli avvocati penalisti che si aggirano nei corridoi dei tribunali seguiti da stuoli di allievi assetati di aneddoti. «Quando ero praticante passavo ore tra i volumi impolverati del Foro Italiano, alla ricerca del precedente giusto per una causa», racconta Ermelinda Spinelli, che guida le sedi italiane di Freshfields ed è decisamente troppo giovane per avere ricordi da veterana.
Il punto è che il tempo, con l’intelligenza artificiale, si è messo a scorrere troppo veloce per gli avvocati. Anche lei, che non è una delle prime a sperimentare le nuove tecnologie – non è un’early adopter, una pioniera, per usare le sue parole – si è messa a usare i nuovi strumenti «con consapevolezza e discernimento» e ad apprezzarne i risultati. I suoi praticanti ora cercano con le macchine le sentenze del passato e non c’è niente di male. Ci mettono meno tempo e tutto funziona. «L’importante è che si ricontrolli tutto e che ci sia sempre un esperto a porre dubbi: un precedente del Tar ci dà ragione, d’accordo, ma il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza?».
Quello dell’avvocato è uno dei mestieri più travolti dall’intelligenza artificiale. In un Paese in cui il presidente degli industriali lamenta che poche aziende si servono degli LLM – Large Language Model, sistemi di intelligenza artificiale addestrati per comprendere, elaborare e generare il linguaggio umano – parlare con i legali è quasi rassicurante. In moltissimi hanno cominciato a utilizzarla, chi fermandosi agli strumenti generici come ChatGPT, chi utilizzando quelli specialistici come Legora o Harvey.
«Colpevole negligenza»
I problemi, certo, non sono mancati. Il caso forse più eclatante in Italia si è visto a Siracusa dove un avvocato ha citato ben quattro sentenze sbagliate nella stessa memoria difensiva. E il giudice che se n’è accorto non ha lesinato rimproveri: «Errori di tale natura», ha scritto, «lungi dal costituire meri refusi e imprecisioni, nascono da colpevole negligenza». Ma strafalcioni si sono visti anche nei migliori studi. Una corazzata da duemila dollari l’ora, il prestigioso Sullivan&Cromwell, ha appena ammesso di aver presentato al giudice federale di New York un atto con citazioni scorrette di leggi e precedenti.
Questi inciampi hanno fatto gridare al trionfo l’esercito degli scettici. Chi di noi, d’altronde, dopo essere rimasto scioccato per la scrittura rapida ed efficace della macchina, non ha tirato un sospiro di sollievo nello scoprirne le mancanze?
La realtà, però, è che la grande rivoluzione è inarrestabile. Le allucinazioni riguardano soprattutto le ricerche dei precedenti ma il problema si risolve con controlli stringenti. E gli avvocati utilizzano l’intelligenza artificiale per molti altri scopi: per scrivere la bozza di un atto, per individuare i punti deboli di un documento avversario, per mettere giù le clausole di un contratto di compravendita, per valutare punti deboli e valore reale di un’azienda da acquistare (la cosiddetta “due diligence”), perfino per prevedere l’esito delle controversie.
Negli studi è già una pratica quotidiana. Secondo Thomson Reuters ciascun professionista si aspetta che gli faccia risparmiare circa 200 ore di lavoro all’anno, circa 100mila dollari a testa, secondo le tariffe americane. Gli uffici legali delle aziende sono al primo posto tra quelli che dichiarano di avere l’AI già oggi al centro della propria organizzazione lavorativa (21%), mentre gli studi legali si collocano al secondo posto (18%).
Un nuovo specialista
Questa onda sta anche facendo emergere una nuova figura professionale, quella del “prompt lawyer”. «Si tratta di un avvocato che sa fare le domande giuste all’intelligenza artificiale», spiega Tommaso Amirante, partner dello studio Target. «Quando si cercava nel cervellone della Cassazione già si doveva scrivere la stringa giusta. Con il prompt siamo un passo più avanti su quella stessa strada». Lo studio Target, di medie dimensioni con una cinquantina di professionisti, usa l’intelligenza artificiale ad esempio per individuare i punti critici di una bozza di contratto scritta dalla controparte. «Ovviamente», spiega Amirante «non scopre tutto, ma è sicuramente di aiuto».
Carlo Gagliardi, responsabile di Deloitte Legal Europa (quasi 2.000 avvocati) racconta di come l’AI gli abbia cambiato la vita. «Le faccio ascoltare le mie riunioni, lei mi riassume che cosa devo fare io e che cosa devono fare gli altri». Ha appena concluso un’indagine su come viene percepita la sua azienda in Europa: «Prima mi sono confrontato con ChatGPT sulle mie idee. Poi le ho chiesto di scrivermi un prompt per Claude. Infine Claude ha fatto l’analisi e le slide». Il lavoro di qualche settimana condensato in un’ora. «Certo poi bisogna rivedere, aggiungere, tagliare. Ma la base c’è».
I programmi più usati sono Luminance, Legora, Harvey, CoCounsel e Claude for legal per le ricerche internazionali e per l’editing degli atti, Lexroom e Lextel per le ricerche italiane, Lex Machina per le previsioni. Ma la tendenza nuova dei grandi studi è farsi la propria intelligenza artificiale.
Un algoritmo su misura
In Italia ci ha provato Chiomenti, 470 avvocati, che ha lanciato AsKey. «Abbiamo preso 30 anni della nostra esperienza migliore e li abbiamo messi a disposizione dello strumento. Il vantaggio è che abbiamo un nostro sistema, basato sulle nostre soluzioni. E che il patrimonio di esperienza che abbiamo accumulato non viene ceduto ad altri», spiegano i managing partner Gregorio Consoli e Filippo Modulo. A livello internazionale la stessa operazione è stata fatta da Freshfields. «Utilizziamo i tool di varie aziende», spiega Alan Mason, «abbiamo accordi con Anthropic e con Google, ma poi creiamo la nostra intelligenza artificiale».
Consoli spiega che AsKey «è costato qualche milione in termini di risorse finanziarie e di persone impiegate per lo sviluppo». Ma anche i singoli abbonamenti a programmi già esistenti sono una spesa importante. «Per ognuno dei nostri 550 avvocati» racconta Giuseppe De Simone, co-managing partner dello studio Gianni & Origoni «spendiamo tra i 2.000 e i 4.500 euro l’anno». I soldi investiti però hanno un ritorno: «Nella redazione dei contratti e dei documenti processuali questi strumenti sono molto potenti: si può fare in mezz’ora un lavoro che prima richiedeva cinque o sei ore. Ovviamente la revisione da parte di un avvocato esperto resta imprescindibile».
Il risparmio per i clienti
Ma questo si traduce in un risparmio per i clienti? «In prospettiva sicuramente i costi si abbasseranno, almeno per alcuni tipi di attività, ma la competenza dei legali sarà sempre insostituibile», prevede De Simone.
Stefano Simontacchi, partner ed esperto fiscale di BonelliErede, si è tuffato con passione nel mondo dell’AI: utilizza vari server in cloud, crea agenti e, in questo momento, è soprattutto conquistato dalle potenzialità di Claude, che in America ha lanciato CoCounsel per gli studi legali. «Recentemente con Claude, insieme a un cliente istituzionale, in cinque giorni ho fatto un lavoro che avrebbe richiesto un mese». Il mondo dell’AI, spiega, sta andando velocissimo: «Il miglioramento è più che proporzionale, tra quattro anni si prevede che le macchine saranno circa 1.000.000 volte più potenti». Ha qualche timore però sul futuro della professione: i grandi studi dovranno creare piattaforme di proprietà esclusiva per difendere il loro know how. E comunque si chiede: «Se arriveremo a un’intelligenza artificiale capace di scandagliare tutta la giurisprudenza e la dottrina senza commettere errori significativi, perché due soggetti dovrebbero rivolgersi agli avvocati per stipulare un accordo?».
I penalisti sono meno coinvolti dalla rivoluzione ma non ne sono immuni. L’ex ministra Paola Severino è molto gelosa della sua scrittura e mai farebbe stilare un atto a una macchina. Però utilizza NotebookLM per leggere le carte, soprattutto se si tratta di migliaia di pagine: in quel caso il programma di Google consente la lettura in tempi rapidissimi: riassume i documenti e consente di interrogarli. «Soprattutto», dice, «aiuta a trovare in un attimo tutte le contestazioni ai miei assistiti».
Anche Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali, utilizza NotebookLM per la lettura degli atti e ricorda lo stupore di quando gli portarono un’istanza di revoca di misura cautelare un po’ particolare. «Io pensavo che l’avesse fatta un buon praticante, i miei collaboratori mi spiegarono che era stata scritta dall’AI». I giovani, dice Petrelli, «si stanno trasformando un po’ in maestri grazie al loro essere nativi digitali. È la stessa cosa che accadde a noi con il nuovo codice di procedura penale».
La parola ai giudici
E i giudici che cosa ne pensano? Già prima del caso Siracusa il Tar della Lombardia aveva deferito all’ordine un legale che per salvare una studentessa dalla bocciatura aveva citato sentenze inesistenti o del tutto a sproposito. «L’intelligenza artificiale», avverte, Giuseppe Tango, presidente dell’Associazione nazionale magistrati «è sicuramente una risorsa e non va demonizzata, ma bisogna saperla governare. Non si può mai prescindere dal controllo delle fonti e dalla lettura attenta delle carte. Bisogna evitare, soprattutto, la tentazione di affidarsi acriticamente al risultato della macchina, appiattendosi sulla soluzione suggerita». Ci sono anche magistrati che si fanno aiutare ad esempio da NotebookLM per lo studio dei fascicoli? «Non essendoci delle linee guida ed essendo tutto affidato alla scelta del singolo, il ventaglio delle possibilità è abbastanza ampio: si va da me (che uso l’AI solo per organizzare viaggi) a chi invece ne fa un uso forse troppo disinvolto, incappando in rischi non da poco».
I giovani sono la vera preoccupazione dei civilisti. L’intelligenza artificiale fa proprio il loro lavoro, la ricerca e le bozze. Rischiano di essere spazzati via? «L’attuale struttura a piramide degli studi», dice Gagliardi, «probabilmente si assottiglierà alla base, diventerà più simile a un obelisco». E i pochi praticanti come impareranno? Riusciranno a sviluppare doti critiche esercitando prima del tempo il ruolo di revisori di documenti altrui?