Corriere della Sera, 28 giugno 2026
Troia scoperta dieci volte
A scoprire Troia/Ilio è stato un lestofante: garzone di bottega, uomo di affari, nuovo ricco, scopritore e trafugatore di tesori e infine promotore di archeologia: Heinrich Schliemann (1822-1890). Ne tratteggia la vita l’ittitologo Stefano De Martino in Troia, l’eterna illusione (il Mulino).
Nel 1868 Schliemann ha visitato per la prima volta Hissarlik, in Turchia: una collina fortificata alta 15 metri identificata con Troia e un tempo affacciata sul mare per controllare l’entrata dell’Ellesponto.
Vi ha cominciato a scavare nel 1870, senza permesso. Due anni dopo ha scoperto mura ritenute ellenistiche e invece del 2550-2250 a.C., una sala a megaron e una metopa con il Sole sul carro tratta dal tempio di Atena edificato da Lisimaco (300-280 a.C), che ha traslocato di nascosto in Grecia. Nel 1873 ha rinvenuto il famoso «tesoro di Priamo», datato poi agli ultimi secoli del terzo millennio a.C., trasferito anch’esso ad Atene. Infine è diventato il proprietario dei reperti che aveva trafugato versando 50 mila franchi alle autorità ottomane. Nel 1874 ha pubblicato Troy and its Remains e nel 1877 si è aperta a Londra la prima mostra su Troia.
Nel 1879 gli scavi a Hissarlik sono ripresi, con Schliemann che da dilettante e saccheggiatore era diventato intanto un archeologo coadiuvato da specialisti. Nel frattempo aveva donato le antichità di Troia alla Germania: 9.074 pezzi. A partire dal 1882 ha invitato sullo scavo di Hissarlik l’archeologo tedesco Wilhelm Dorpfeld. È stato quest’ultimo a scoprire sei periodi della città, dei quali solo l’ultimo conteneva ceramica simile a quella di Micene: era la Troia espugnata da Agamennone. Ma allora il celebre tesoro – assai più antico – di Priamo non era!
Studi successivi hanno rivelato nove periodi, datati dal 3000 a.C al 500 d.C. Inoltre alle testimonianze cavate dalla terra si sono aggiunti, per i secoli tra il XIV e il XII a.C., i testi cuneiformi dell’impero ittita, la potenza che ha conteso Troia agli Achei o Micenei. Nelle tavolette ittite Troia/Ilio è chiamata Wilusa, un toponimo che corrisponde al miceneo (V)ilios, cioè Ilio.
Troia I (2990-2550 a.C.) era un villaggetto cintato di una comunità ugualitaria. Troia II (2550-2250 a.C.) era ampia come una città, dotata in basso di un agglomerato, che rivelava una società differenziata, con mura a due porte, grande megaron, il tesoro di metalli preziosi composto di gioielli, vasi e armi (già ritenuto di Priamo) e che usava il tornio; infine decaduta a causa di due incendi. Troia III (2250-2200 a.C.) era più povera. Troia IV (2200-2000 a.C.) e Troia V (2200-1750 a.C.) sono mal conosciute, ma vi era noto il forno a cupola; sono attestati nessi con l’Anatolia occidentale e l’Egeo che ne hanno fatto un luogo di frontiera. Troia VI (1750-1300 a.C.) era munita da una cinta imponente, ma gli edifici dell’acropoli erano stati cancellati dalle fondazioni del tempio di Atena e da altri interventi ellenistici. Vi si riscontra il primo uso dei cavalli e vi arrivava la ceramica dall’Egeo; ne ha segnato la fine un terremoto.
Troia VIIa (1300-1180 a.C.) viene riedificata per una estensione di 20 ettari. Aveva mura con torri e quattro porte, quella meridionale carrabile. La residenza regale è stata obliterata dalle costruzioni ellenistiche. Termina con un saccheggio e un assedio, che paiono coincidere con la caduta di Troia dell’Iliade.
Dal 1250 Troia è un crocevia tra il regno ittita e i potentati micenei. I micenei sono gli Ahhiyawa degli archivi ittiti, cioè gli Achei che noi definiamo Micenei. Mileto – distante da Troia 160 miglia nautiche – è stata, per alcuni periodi, una colonia micenea; ma non così Troia, secondo De Martino, nella quale avrebbe prevalso una lingua «proto-lidia».
In un trattato ittita datato intorno al 1280 è menzionato un re di Wilusa/Troia chiamato Aleksandru, ritenuto da De Martino il figlio di un re locale di Troia e di una principessa micenea. Eppure Anche Paride nell’Iliade viene chiamato Alexandros ed Ettore pare un nome acheo… Troia e Mileto sono state contese tra gli Ittiti e i Micenei, ma l’ipotesi che i Troiani fossero achei-micenei e Troia una loro colonia viene esclusa dall’ittitologo che contraddice la tesi, opposta, di Louis Godart (Da Minosse a Omero, Einaudi, 2020).
Quindi Troia VIIb (1180-950 a.C.). L’impero ittita è collassato ed è stato cancellato dalla memoria: l’Iliade lo ignora. Avanzavano intanto gruppi di immigrati e il centro urbano è decaduto: la ceramica veniva rifatta con impasto grossolano a mano. Vi pongono fine un terremoto e un incendio.
Troia VIII (750-85 a.C) ha visto la riedificazione voluta da Alessandro Magno e Troia IX (85 a.C. – 500 d.C.) è l’abitato dell’impero romano.
L’Iliade è una memoria culturale tramandata oralmente tra la fine del XII e il IX-VIII secolo – l’epoca di Omero, al termine del medioevo ellenico – grazie al recitar cantando degli aedi accompagnati dalla lira, i quali evocavano situazioni molto più antiche, di un grande tempo perduto.
Il libro di De Martino induce a considerare Troia come un luogo strategico tra due mondi – occidentale e orientale – come accadrà poi all’Armenia sotto l’impero romano e all’Ucraina tra il figlio di Gengis Khan e Vladimir Putin suo erede.
Sovrani e aristocrazia di Troia veneravano i medesimi dèi degli Achei, avevano nomi achei, mescolavano sangui diversi tramite matrimoni, dominavano varie lingue per cui Troiani e Achei s’intendevano tra di loro, disponendo di una cultura ancipite tipica di una terra di confine. Pertanto la verità su Troia potrebbe trovarsi tra la ricostruzione (filoachea) di Godart e quella (filoittita) di De Martino, entrambi parzialmente vere.
Dietro le battaglie dell’Iliade può celarsi una guerra realmente combattuta sotto le mura di Troia VIIa, a proposito della fine della quale l’archeologo turco Rüstem Arslan avrebbe scoperto un affollamento nella cittadella, porte murate, un incendio, morti in difesa della città, cadaveri seppelliti in disordine e ciottoli per frombole.
Siamo dentro una «mitistoria» pluristratificata e orale, in grado di traversare da un minimo di quattro secoli a un massimo di oltre sette. Il casco di cuoio con zanne di cinghiale e lo scudo a forma di torre dell’Iliade erano stati usati dai guerrieri micenei tra i secoli XVII e il XIII: mezzo millennio circa prima di Omero, nell’età eroica di Micene. Un qualcosa per noi d’inimmaginabile, schiavi dell’attualità.
D’altra parte i discorsi di Buddha (566-486 a.C.) hanno attraversato oralmente quattro secoli prima di essere trascritti in Sri Lanka e un tempo analogo è intercorso tra la fondazione della Roma romulea e Fabio Pittore (del tutto estraneo agli storici). Anche la leggenda di Roma è una stratificazione «mitistorica» ( si veda La leggenda di Roma in quattro volumi curata per la Fondazione Valla dall’autore di questo articolo), il cui nocciolo originario regge allo scrutinio di una generazione di nostri scavi sul Palatino editi integralmente. Infine Giancarlo Scoditti, che ha vissuto nell’isola di Kitawa nelle Trobriand, nel Pacifico, entro una comunità che ignorava i metalli, sostiene che i loro miti venivano recitati cantando a memoria e fedelmente – non solo seguendo un canovaccio – seppure con variazioni (Kitawa Literary Fragments, edito da De Gruyer a Berlino l’anno scorso).
Per iniziarci alla «mitistoria» invito a visitare la mostra ora aperta al Colosseo: Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico (fino al 18 ottobre).