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 2026  giugno 28 Domenica calendario

Intervista a Ljuba Rizzoli

Per raccontare Ljuba Rizzoli non basta un libro, ci vuole un’enciclopedia. Ha compiuto ieri 94 anni di una vita ricchissima e complicata, sopravvivendo a testacoda che avrebbero messo fuori gioco chiunque, ma non lei, tenace e ironica per carattere, rapidissima e curiosa di testa, generosa ed empatica di cuore. Non voleva rispondere a nessuna telefonata, perché il 27 giugno era anche il compleanno della sua Isabellina, morta suicida a 23 anni nel 1987, e la sua assenza, adesso, è una presenza dolorosa. Ma al nostro ennesimo squillo ha ceduto e in un’ora e un quarto di conversazione ha parlato di passato, di presente e di futuro, prima di prepararsi per raggiungere gli amici alla cena di compleanno organizzata per lei nella «Salle Empire» dell’Hotel de Paris di Montecarlo.
Signora Rizzoli, la vita non ha mai smesso di farle sgambetti. A gennaio è scomparso il suo ultimo compagno, Rolland Courbis, già calciatore e allenatore, poi commentatore sportivo. Come l’ha presa?
«È mancato in poche ore. Stava bene, era un tipo alla José Mourinho. Doveva raggiungermi a Montecarlo il giorno dopo, invece mi chiama per dire che aveva un po’ di febbre e che voleva andare all’ospedale per farsi vedere».
E poi?
«Dopo qualche ora, alle otto di sera, ho chiamato l’ospedale, ma mi hanno detto che non potevano darmi notizie perché non ero una parente. Però hanno aggiunto che nella sua stanza c’era una persona e mi potevano far parlare con lei».
Chi era?
«La figlia Olivia, della quale ho scoperto l’esistenza in quel momento per telefono. Devo dire che è stata molto affettuosa. Dopo, ha avvicinato il cellulare all’orecchio del padre per permettermi di salutarlo. Gli ho parlato per ore, fino all’ultimo respiro, il mattino dopo alle cinque e 5 minuti».
Si è sentita tradita, dopo quella scoperta?
«Lui poteva fare quello che voleva, a me bastava non sapere e non vedere nulla. Non mi ha fatto mai mancare le sue attenzioni, mi chiamava 20 volte al giorno, abbiamo passato decine di Natali insieme in oltre 40 anni di relazione».

È andata al suo funerale?
«No, non me la sono sentita. È stato così duro sopravvivere a Isabellina, ci sono voluti 4 anni e 7 elettrochoc prima che potessi di nuovo cominciare a parlare. Per me è come se Rolland fosse ancora a Parigi a lavorare. Ieri notte ho guardato le partite del Mondiale fino alle 6 del mattino e mi pareva di sentire la sua voce fra i commentatori».
Come vi eravate conosciuti?
«Grazie a mio marito Andrea, che era pazzo di lui, amava il suo bel carattere, la sua Porsche bianca: uscivano insieme con il braccio fuori dal finestrino. Ha frequentato molto la nostra casa e poi quando è mancato Andrea mi è stato molto vicino, anche quando è morta Isabellina: veniva a trovarmi con la madre e mi teneva la mano».
Un ricordo pazzo?
«Una volta, quando allenava il Toulouse, gli feci recapitare in dono un elicottero che atterrò proprio sul campo da gioco. Si arrabbiò moltissimo. I suoi amici gli chiedevano cosa trovasse in una donna di 20 anni più grande, ma lui replicava che ero bella, intelligente e ricca; cosa c’era che non andava?».

Olivia l’ha conosciuta?
«Non ancora, ma è una ragazza intelligentissima, è la sosia di Rolland, parla sei lingue, ha vissuto a Miami, a New York, a Londra, a Parigi. È una fortuna che fosse vicino al padre quando se n’è andato».
Forse è il suo karma, di affrontare prove molto dure.
«Mi sono successe cose violentissime, che o ne esci o muori. E per me valeva sempre il detto: à la guerre comme à la guerre».
Sogna ancora Isabellina e il padre, Andrea Rizzoli?
«Purtroppo sogno Andrea quasi tutte le notti e abitiamo ancora nella casa di via del Gesù. Nel sogno lui ha sempre un’amante, Rosalia, che vede di nascosto, e io ne sono gelosissima. L’altro ieri ho sognato che era perfino tornato con la sua prima moglie e lei mi consolava».

Chi sente ancora della famiglia Rizzoli?
«Annina, l’ultima figlia rimasta dal suo primo matrimonio. È meravigliosa, mi viene a trovare, è affettuosa. Vive nella riserva di caccia dove ho abitato per 23 anni da ottobre a gennaio e dove adesso ha un allevamento di cavalli. Sembra quasi una signora inglese, tanto è composta».
Nella sua lunga vita ha frequentato personaggi fuori dall’ordinario, attori, banchieri, capi di Stato. Chi l’ha emozionata di più?
«Forse Orson Welles. In realtà avevo conosciuto prima la sua ex moglie, Rita Hayworth, nella tenuta del mio primo marito, Ettore Tagliabue. Pensi che da ragazzina mi chiudevo in camera e sognavo di essere lei, cantando davanti allo specchio».
E Orson Welles, invece?
«Lo incontrai a Singapore, quando feci il giro del mondo. Andammo insieme a giocare al Casinò di Macao».
L’ultima volta che è stata a un casinò?
«Ma è qui a cento metri da casa mia, quasi come se fosse incorporato! Ormai non gioco più, prima puntavo alla roulette e lì altro che i soldi della Banque de France... Adesso non posso giocare i microbi, farei ridere i polli».

Non le è rimasto nessun gioiello della collezione favolosa di Maharani che le aveva comprato all’asta Andrea Rizzoli?
«Qualcosa mi è rimasto. Se ripenso a lui, seduto sul letto con la testa fra le mani quando il banchiere che avevamo mandato all’asta gli disse che aveva comprato tre lotti di gioielli... Andrea gli aveva dato come indicazione di non alzare il dito se passava il prezzo di riserva, ma tutti i lotti non lo avevano nemmeno raggiunto. Io però lo rassicurai: vedrai che riusciamo a rivendere tutto ai gioiellieri. Un collier di rubini lo diedi a Khashoggi: con quei soldi comprai una torre ad Andrea che non volevo acquistasse l’editore Fabbri».

Mi diceva che ne ha ancora qualcuno.
«Sì. Non volevo amministrarmi male, ma non credevo di vivere tanti anni, è lì che ho sbagliato i conti. Nella vita mi è successo di tutto: sa che sono anche stata rapita a Cap d’Ail?».
Davvero?
«Sarà stato il 1990, ero venuta via da Montecarlo con la mia Rolls bianca, piovigginava. Non avevo la guardia del corpo perché qui sono carissime e con quei soldi preferivo giocare al casinò. Insomma, quando arrivo a Cap d’Ail una Mercedes nera mi blocca e quattro persone mi ordinano di andare a prendere un caffè con loro. Lì, mi hanno fatto firmare un documento con il quale cedevo una proprietà che avevo ereditato da Andrea. Le alternative, mi minacciarono, erano due: finire in mare con una pietra al collo o finire in sedia a rotelle».
Ora ricordiamo un momento molto felice?
«Quando mi sono sposata. E quando è nata Isabellina, in una clinica in Svizzera. Dopo il parto venne a trovarmi il Cumenda, il padre di Andrea, che espresse tutta la sua felicità. Mi disse che da quel momento ero diventata importante e aggiunse di voler adottare Isabellina. Ma la differenza di età era enorme, allora propose di adottare me. In famiglia, però, quell’idea deve aver creato grandi dispiaceri».
Andrea era d’accordo?
«Sì, certo! Comunque fu allora che il Cumenda decise di regalare a Isabellina Milanello. Poi Isabellina è morta e Milanello è passata a me».
Quando l’ha ceduto a Silvio Berlusconi?
«Quattro giorni dopo la morte di Isabellina vennero a Montecarlo l’avvocato Dotti con l’Ariosto. Berlusconi aveva comprato il Milan l’anno precedente e voleva acquistare anche Milanello. Si figuri cosa me ne fregava, avevo appena perso mia figlia. Facemmo un accordo informale, con l’impegno di definire meglio il prezzo più avanti. Io ai tempi non avevo problemi economici. Poi però le cose sono cambiate e ora ho bisogno di avere i soldi che mi spettano».
Non ne ha parlato con la famiglia Berlusconi?
«Ho scritto tramite l’avvocato a Marina, che però mi ha risposto di non seguire il calcio e di non potermi aiutare. Io però non mi arrendo perché così non è giusto. Dopodiché, preferisco mangiare pane e acqua piuttosto che stare a chiedere l’elemosina».
Come passa le giornate?
«Ogni giorno mi sveglio alle 14, mangio un’insalata o un piatto con tacchino affettato o pollo. Amo anche le tagliatelle con il pomodoro. Poi esco in piazza e vado all’Hotel de Paris, che sembra il mio quartier generale».

Come vuole vivere i prossimi anni?
«C’è un signore angloamericano che mi corteggia. Non si può finire la vita da soli».