Corriere della Sera, 28 giugno 2026
Intervista a Fabio Cobolli
Molti chilometri a valle della montagna Sinner, scorre la storia di Flavio Cobolli, il romano nato a Firenze che ha mantenuto l’Italia in una finale del Grande Slam: a Parigi, tre settimane fa. Nel torneo del crollo fisico di Jannik, la generosità e l’esuberanza atletica di Flavio hanno costretto in campo il tedesco Zverev per cinque set, quattro ore e sedici minuti. «Una vicenda che è stata più che tennis» racconta lui da Londra alla vigilia di Wimbledon, reduce dall’apparizione come Gran Messere alla finale del calcio storico fiorentino tra Rossi di Santa Maria Novella e Azzurri di Santa Croce: «La parte materna della famiglia è toscana: a Firenze sono legato, ho il giglio tatuato sulla schiena».
Da fresco numero 10 del mondo, cambiano obiettivi e priorità. Questi sono i sogni di un 24enne d’anima antica e gusti moderni, impegnato con il padre Stefano, che lo allena, ad esplorare il suo potenziale nell’era Sinner, cioè il tempo del predestinato derapato dallo sci al tennis. Anche Flavio sembrava indirizzato ad altro: da terzino, lo seguiva Bruno Conti nelle giovanili della Roma, dove ha conosciuto Edoardo Bove, il suo angelo custode.
Una finale Slam nel torneo che era scritto fosse vinto da Sinner cambia la vita?
«Ne sono uscito scombussolato: devo ancora rendermi conto di quello che è successo. Mi fermano per strada per parlarmi della partita con Zverev, si è fatta viva gente che non sentivo da anni... Bello, significa che sono riuscito a trasmettere qualcosa alla gente. Quanto a me, mi sto impegnando tanto per rimanere lo stesso».
Pizza e birra per festeggiare, nella notte di Parigi, è stata una scelta di semplicità, in linea con il suo carattere.
«Per me è importante rimanere con le persone che mi stanno accompagnando in questo viaggio, senza lasciare fuori nessuno. Fare le cose semplici, stare insieme senza tanti pensieri, mi piace».
L’anno scorso, da eroe di Davis a Bologna, prestò la coppa al nonno perché se la tirasse con gli amici. Il trofeo di Parigi che fine ha fatto?
«L’avrei dato volentieri a nonno Giulio, papà di papà, ma non sono ancora passato da Roma. Lui è la colonna portante della famiglia Cobolli. Lavorava in Marina: da quando sono bambino, lo chiamo l’ammiraglio».
Della sua geografia degli affetti fa parte anche Guglielmo: dopo il Roland Garros le ha scritto una bellissima lettera aperta. Non vi parlate?
«Di sentimenti parliamo poco, comunque non dicendoci mai cose sdolcinate. Però ci scriviamo: nei momenti brutti, o quando mi emoziono, lascio bigliettini in giro per casa. Mamma Francesca, stretta tra tre maschi, è la più espansiva. Fa da mediatrice quando litigo con papà, e succede spesso perché abbiamo entrambi caratteri forti. C’è di buono che non ci portiamo mai il lavoro a cena: le cose di campo, restano in campo. Ma il primo abbraccio della giornata è sempre per mamma».
Come si cambia la testa, adesso che è nei top 10?
«È necessario farlo, e in breve tempo. È troppo importante rimanere sui propri obiettivi per mantenere alti livello e classifica. Il sogno, quest’anno, è entrare negli otto maestri che parteciperanno alle Atp Finals di Torino. Non posso fare tutto da solo: ho bisogno di aiuto e non mi vergogno a chiederlo. Cambia la mentalità, però, non l’uomo: stravolgermi sarebbe sbagliato».
Per alzare la qualità non cerca un super coach, come quasi tutti i top player?
«L’idea mi frulla in testa. Non so quando, non so come, ma è uno step che va fatto. Il mio super coach oggi è papà: nessuno mi conosce come lui. Sono presuntuoso: se ci lasciassimo, avrebbe richieste anche dai più grandi».
(Qui Cobolli s’interrompe, attonito: «Mi scusi ma è spuntato Edoardo Bove davanti al mio naso, qui a Londra. Non sapevo venisse: mi ha fatto l’ennesima bella sorpresa...»).
Edoardo Bove, 24 anni, ex compagno di giovanili a Trigoria, salvato dal defibrillatore dopo un arresto cardiaco il 1° dicembre 2024 con la maglia della Fiorentina, tornato a giocare in Inghilterra. È il suo angelo custode, Flavio?
«È il mio angelo in terra, e sono fortunato ad averlo. L’incidente ci ha legati ancora di più. Di Edo mi fido: gli dico tutto, gli chiedo aiuto. Ce l’ho tatuato sulla pelle. Mi piacciono la sua umiltà e generosità, doti che riconosco anche a me stesso».
L’altro amico storico è Matteo Berrettini, che conosce da bambino. Matteo dice che il vostro rapporto è troppo difficile da spiegare: cioè?
«Mio padre è stato il suo primo maestro, insieme a Vincenzo Santopadre. Ho sempre guardato a Matteo come a un punto di riferimento, ci siamo un po’ persi quando lui è andato a Montecarlo: era il periodo in cui dovevo ancora decidere se giocare a calcio o a tennis. La vita ci ha separati e fatti ritrovare. Anche lui ha un fratello splendido e una famiglia che lo supporta».
Berrettini è un noto tombeur, lei invece sta da anni con Matilde.
«L’ho conosciuta che aveva 16 anni e io 18. Mi ha scelto quando non ero nessuno, in cambio io ho colto subito la sua purezza: non era difficile. Spero che staremo insieme per tutta la vita, che avremo dei figli che ci leghino ancora di più. Io la mia esistenza non me la immagino, senza Matilde. Studia economia sanitaria alla Cattolica, a Roma, sogna di dirigere un ospedale. Mi ha accettato per come sono».
E com’è, Flavio?
«Sono un freddo, non ho paura di niente e di nessuno ma con il pallone tra i piedi avvertivo più pressione che divertimento. Il tennis, invece, mi faceva sentire libero. In campo preferisco lottare da solo: le cavolate me le devo intestare tutte io. Da calciatore non mi sarei mai espresso con la libertà che ho oggi. Zero rimpianti, quindi».
Nell’Italia innamorata persa di Jannik Sinner c’è posto anche per Cobolli e la nouvelle vague del tennis azzurro?
«Jannik sta facendo cose che non si sono mai viste però io credo ci sia posto per tutti. Per lui, per me, per Arnaldi, Berrettini, Musetti. Ma anche per gli altri: l’Italia del tennis ha la panchina lunga. Anzi, il pubblico dovrebbe spingere tutti, anche i giovanissimi: siamo ragazzi genuini, puri. Io il calore del tifo lo sento ma di Sinner ce n’è uno solo: il suo esempio non è riproducibile. Adesso arrivare nei quarti di finale di uno Slam sembra banale, ma non è affatto così».
Crede che al boom del tennis contribuisca la crisi di sistema del calcio italiano? La passione dei tifosi orfani da 12 anni della Nazionale al Mondiale si è riversata su Sinner e i suoi fratelli?
«Il primo tifoso del calcio sono io: nelle mie giornate parlo molto più di pallone che di tennis. Certo a livello internazionale non è un bel momento però non è vero che il calcio in Italia è meno amato di un tempo. È Jannik che ha portato alla ribalta il tennis: ora gli sport nel cuore degli italiani sono due».
Cosa compone la sua cultura pop, Flavio? Cosa coltiva, oltre allo sport?
«Edo Bove mi ha attaccato la passione per la moda e per il bello. Ho imparato ad arredare la casa con oggetti particolari, a vestirmi bene: mi piace essere notato. Non nego di avere una collezione di maglie del calcio però la collaborazione con Brunello Cucinelli mi emoziona: con i suoi abiti addosso è impossibile non essere bello».
Ha mai votato?
«Mai. Nel 2022 non ero a Roma. Però ci terrei, ho le mie idee: mi piacerebbe fare l’esperienza dell’urna».
Ha un’anima sindacale? È d’accordo con le minacce di boicottaggio dei grandi tornei per ottenere più partecipazione agli introiti dei quattro Slam?
«Condivido la battaglia: siamo i protagonisti del tour, vogliamo più voce in capitolo. In spogliatoio è un argomento di cui si parla parecchio. Se il boicottaggio avesse una partecipazione larga, non avrei problemi a partecipare».