Corriere della Sera, 28 giugno 2026
A Kiev a Kiev adesso
Una settimana fa Vladimir Putin ha improvvisamente accusato i leader europei di «prepararsi alla guerra». La prova consisterebbe nel fatto che i Paesi della Ue aumentano i budget militari e provano a costruire un sistema comune di difesa. E sappiamo bene che cosa significhi quando la Russia accusa qualcun altro di «prepararsi alla guerra». Subito dopo, Sergei Lavrov ha lamentato il tradimento dello «spirito di Anchorage», cioè di quel che avevano concordato Donald Trump e Putin meno di un anno fa (15 agosto 2025) nell’incontro in Alaska. Soldati americani furono costretti in quell’occasione a inginocchiarsi per stendere tappeti rossi all’autocrate del Cremlino. Poi i due capi di Stato si parlarono per più di tre ore e alla fine sostennero pubblicamente (soprattutto Trump) che la pace in Ucraina era alle viste. Si omaggiarono l’un l’altro, a significare che si sentivano gli uomini più potenti della terra. Putin, su cui pendeva e pende tuttora un mandato di cattura della Corte penale internazionale, guadagnò una riverniciatura agli occhi del mondo intero. Trump, come al solito, lodò sé stesso senza parsimonia ma non ottenne alcunché. Si capì poi che l’uomo della Casa Bianca s’era sbilanciato con l’interlocutore russo impegnandosi a sterilizzare la Nato, dividere l’Europa, ridurre all’osso i fondi a Kiev. Era il modo scelto dai due per accelerare la resa dell’Ucraina.
Impegno che però Trump, a dispetto di uno sforzo in quella direzione esibito ogni volta che gli è stato possibile, non è riuscito a mantenere.
L’esercito e il popolo di Zelensky, pressoché privi di energia elettrica, incredibilmente hanno resistito a un inverno di una rigidità pari a quelle che avevano schiantato le armate di Napoleone e di Hitler. Nei mesi successivi al summit in Alaska, l’Ucraina, con l’aiuto della parte meno svogliata dell’Europa, si è oltretutto trasformata in un Paese capace di produrre da sé le proprie armi. Un Paese in grado di resistere al fronte, in qualche caso di riguadagnare terreno e contemporaneamente di sopportare bombardamenti sempre più intensi sui civili (senza che ciò, teniamolo sempre a memoria, suscitasse nel resto del mondo neanche una dose decente di compassione). L’Ucraina è stata poi all’altezza di restituire in terra russa parte del trattamento ricevuto dagli invasori negli ultimi quattro anni e mezzo. Cosa che fino a poco tempo fa nessuno, neanche tra i supporter più ottimisti della causa di Kiev sarebbe riuscito ad immaginare.
Per quel che riguarda gli Stati Uniti, nel frattempo, le cose si sono complicate con la catastrofica guerra all’Iran. Evidentemente Trump pensava di cavarsela anche stavolta in ventiquattr’ore, come se il Paese erede dell’impero persiano fosse, detto con tutto il rispetto per il Venezuela, un qualsiasi staterello sudamericano. E adesso si ritrova impantanato in una trattativa dai contorni assai vaghi, senza che all’orizzonte si configuri una sola meta realistica che gli consenta di uscirne, pur mal messo, a testa alta.
La Russia cerca di approfittare di questa circostanza proponendo uno scambio tra un ammorbidimento dell’Iran, suo alleato, e un ritorno americano allo «spirito di Anchorage». Che suona come un’esortazione a Trump affinché riprenda con lena il lavoro ai fianchi dell’Europa. Il presidente degli Stati Uniti ha colto al volo il messaggio e ha informalmente annunciato il ritiro dall’Europa di un terzo dei jet da combattimento, la riduzione, quasi il dimezzamento, dei velivoli per la ricognizione in mare, il rientro di tutti gli aerei cisterna per il rifornimento in volo, la ricollocazione fuori dal Vecchio Continente di un sottomarino lanciamissili e di una flotta composta da una portaerei e altre navi da guerra. In più avrebbe bloccato l’invio di due gruppi di bombardieri. Il tutto accompagnato da segnali contraddittori e destabilizzanti sullo stanziamento di militari in Polonia.
Ma non basta. In coerenza con lo «spirito di Anchorage» Trump si è servito anche della vicenda iraniana per riaprire un contenzioso con l’Europa – peraltro neanche mai consultata – accusata di non averlo aiutato nell’impresa contro Teheran. Da ultimo, con l’improvvido supporto di Mark Rutte, ha puntato l’indice accusatore contro l’Italia (assieme, chissà perché, all’altrettanto incolpevole Romania). Esponendo il nostro Paese e i rumeni al rischio di ritorsioni dei pasdaran.
Conclusioni: Giorgia Meloni dovrebbe considerare il ceffone ricevuto da Trump come un’occasione d’oro. E, pur mantenendo lo stretto rapporto con gli Stati Uniti che seppe costruire già ai tempi di Biden, dovrebbe prendere posto stabilmente in Europa senza dare più l’impressione di voler tenere il piede in due staffe. Approfitti poi della circostanza che nessun membro dell’opposizione – eccezion fatta per Carlo Calenda – ha mai ritenuto di metter piede a Kiev (dove presumibilmente non faranno visita né Vannacci, né Alemanno) e torni quanto prima in quella città che è ormai la capitale morale d’Europa. Possibilmente in compagnia dei leader della Ue ancora sensibili alla causa della resistenza ucraina.