19 maggio 2026
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Biografia di Paolo Nori
Paolo Nori, nato a Parma il 20 maggio 1963 (63 anni). Scrittore. Traduttore. Docente. «Il più grande narratore parmigiano vivente» (Camillo Langone). «La Russia mi piace perché fa paura: io sono contemporaneamente filorusso e russofobo. Sono un soggetto strano» (a Cesare Martinetti) • «La biografia è poco interessante, per conto mio, comunque sono nato a Parma, nel 1963, mi sono diplomato da ragioniere nell’83, con un anno di ritardo (mi hanno bocciato due anni in quarta superiore e poi ho fatto due anni in uno), ho fatto il militare nell’84-85 (a Falconara Marittima e Piacenza), nel 1985 sono andato a lavorare, come ragioniere, in Algeria, ho lavorato, per l’Incisa di Parma, fino alla fine del 1986 in Algeria e dall’87 all’inizio dell’88 in Iraq, a Baghdad; nell’88 ho dato le dimissioni e mi sono iscritto all’università, Lingue e letterature straniere, a Parma, mi sono laureato in Russo nell’anno accademico ’93-94 con una tesi su Velimir Chlebnikov, nel ’95 ho fatto un po’ di lavori a vanvera, tipo facchino e cose del genere, son tornato qualche mese in Russia, nel ’96 ho ricominciato a lavorare all’estero, in Francia, a Nîmes, responsabile amministrativo per la posa di un gasdotto nel Sud della Francia (Artère du Midi si chiamava); nell’estate del ’96 ho dato le dimissioni, il 16 settembre del 1996 ho cominciato a scrivere, nel ’97 sono usciti i primi racconti, nel ’98 ho firmato il contratto per il primo romanzo, che è uscito nel marzo del ’99 (Le cose non sono le cose)» • Figlio e nipote di muratori. Due fratelli. «Se avevamo un’ora di tempo si correva al campetto, sono cambiate tante cose da allora, noi ragazzi degli anni ’60 e ’70 avevamo una relazione di libertà con la nostra città, il quartiere era il nostro universo, era un’avventura emozionante» (a Simone Monari). «“A quindici anni ho aperto un libro di mio nonno, ho cominciato a leggere, non mi sono più fermato. Era Delitto e castigo. Raskol’nikov, il protagonista, a un certo punto si chiede: ‘Ma io sono come un insetto o sono come Napoleone?’. E lì mi son chiesto: ‘E io?’. Ho avuto l’impressione che quella domanda avesse aperto una ferita che non avrebbe smesso tanto presto di sanguinare. Avevo ragione: sanguina ancora”. […] Ha mai pensato “E se quel giorno del 1978 non avessi preso in mano il libro del nonno?”? “Mio nonno Gaspare era un muratore con la passione per la lettura. Non si addormentava davanti alla tv, ma con la testa su un libro. Aveva libri russi e americani. Hemingway, Fitzgerald, i tascabili Mondadori da 350 lire. Il primo libro che lessi fu Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Ma è stato un romanzo russo che mi ha cambiato la vita. Forse è il caso, forse era destino, anche se la parola destino è difficile da usare. So una cosa: senza i russi, la mia sarebbe stata un’altra vita”» (Roberto Festa). «Bocciato due volte in quarta a Ragioneria, avevo scoperto le droghe leggere, fortuna che in famiglia non ne fecero un dramma». «Io ho iniziato a scrivere nel 1996 e avevo 33 anni. Avevo lavorato in Algeria, nei cantieri di un’impresa di Parma. Poi, in Iraq. Poi, mi sono licenziato e mi sono iscritto all’università, l’ho finita e mi sono rimesso a fare quello che facevo prima, a lavorare per un’impresa edile di Parma che, nel Sud della Francia, a Nîmes, posava dei metanodotti. Guadagnavo bene, molto più di quanto avrei guadagnato in Italia. Ma per quattro mesi non ero risuscito a leggere un libro. Mi sono chiesto: “Che passione ho, io, per i metanodotti?”. Mi sono risposto: “Nessuna”. Ed ero così disperato che mi son detto: “Ma perché non provi a guadagnarti da vivere con qualcosa che ti piace?”. Ci ho provato. Mi son messo a scrivere tutti i giorni. Mi sono dato due anni. E, poco prima che scadessero, ho firmato il mio primo contratto. E, poco dopo, il secondo. E sono ancora qui. Sempre a cercare quella disperazione» (a Nicola Mirenzi). «Da allora è una slavina di romanzi (tra i più fortunati Bassotuba non c’è e I malcontenti), traduzioni, corsi di scrittura, docenze all’università. […] Nella sua quarantina di opere Nori è sempre al centro della scena (spesso indossa le maschere di io narranti fittizi come Learco Ferrari o Ermanno Baistrocchi)» (Crocifisso Dentello). Tra i suoi ultimi libri di maggior successo, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij (Mondadori, 2021), romanzo in cui «storie e opere dello scrittore russo si alternano a volti e fatti della vita di Nori, a ricordi, viaggi e letture, a dolori e amori, a scoperte e delusioni. Il libro, alla fine, diventa l’autobiografia di un lettore, il racconto di come una pagina scritta possa cambiarti l’esistenza, di come i fantasmi letterari prendano vita grazie a uno degli atti più belli che ci siano. Leggere. […] “Per scrivere questo libro ho riletto, dopo tanti anni, Delitto e castigo, e avevo paura”. Perché aveva paura? “Quel libro mi ha cambiato la vita. E se mi accorgevo, a 57 anni, che non mi piaceva più? Se mi accorgevo di essermi sbagliato? E invece no. Sanguina ancora. Ho avuto di nuovo l’impressione, rileggendo Dostoevskij, di essere vivo, di avere il sangue che mi scorre nelle vene. Sono pochi i momenti della vita in cui mi sento vivo. Quando leggo i russi, quelli bravi, mi succede”» (Festa). Del 2023 è Vi avverto che vivo per l’ultima volta. Noi e Anna Achmatova (Mondadori), romanzo incentrato sulla vita della «poetessa russa, nata a Odessa, oggi in Ucraina, che diventa occasione per riflettere sul nostro presente. […] “Io volevo scrivere un romanzo-biografia su Anna Achmatova; dopo l’inizio della guerra mi è sembrato che ci fosse un legame forte tra quello che è successo a lei e quello che sta succedendo adesso in Russia. Per esempio il fatto che, in Russia, la gente viene arrestata ‘per niente’, come diceva l’Achmatova. Allora il sottotitolo (che era L’incredibile vita di Anna Achmatova) è diventato Noi e Anna Achmatova, e le parti dedicate al modo in cui la guerra si riflette nei comportamenti dei russi (e degli italiani) è diventata una parte non secondaria del libro, mi sembra”» (Emanuela Giampaoli). Da ultimo ha pubblicato Non è colpa dello specchio se le facce sono storte. Diario di un filorusso (Utet, 2025), in cui ragiona di libertà, di censura e del rapporto tra potere e cultura a partire dalla paradossale vicenda che lo vide protagonista nel 2022, quando, pochi giorni dopo l’inizio dell’aggressione russa nei confronti dell’Ucraina, a Nori fu comunicato dall’Università Bicocca di Milano che il suo ciclo di quattro lezioni su Dostoevskij era stato rimandato per «evitare ogni forma di polemica, soprattutto interna, in questo momento di forte tensione». «“La mia è stata una, ma ce ne sono state tante, censure alla cultura russa, tanto più insensate se noi pensiamo che questi scrittori sono stati nei secoli i principali nemici del potere russo. […] In una situazione come quella di oggi, per ostacolare il potere russo bisognerebbe diffonderla, la cultura russa, non proibirla. Quindi il 24 febbraio nella mia relazione con la mia Russia non ha cambiato niente”. E per lei cos’ha rappresentato quella censura? “Per me e per il libro [Sanguina ancora – ndr] è stata positiva: hanno cancellato quattro conferenze su quattro romanzi di Dostoevskij in Bicocca che avevo accettato di fare per spirito di servizio per venti persone, sono diventate centoquattro. E questo dimostra una cosa che mi ha insegnato la letteratura russa, e cioè che la letteratura è più forte della censura e di ogni dittatura. Se ti metti contro Dostoevskij, perdi”» (Martinetti) • Numerose quanto varie le pubblicazioni con cui ha collaborato, da Libero a Il Foglio a il Fatto Quotidiano a il manifesto • Una figlia, Irma, dalla compagna, «che si chiama Francesca, ma quando scrivo di lei la chiamo Togliatti perché lei è laureata in Storia dell’Unione Sovietica e perché un po’ è convinta di essere il migliore». «Si sono lasciati e poi ripresi, battezzati dalle perorazioni di Antonio Pennacchi, l’autore di Canale Mussolini: “Tu adesso vai da Togliatti, ti metti in ginocchio e le dici: ‘Togliatti, perdonami, è tutta colpa mia, torniamo insieme’”» (Dentello) • Nel corso della sua vita è stato vittima di due gravi incidenti stradali. «“Era il 2013 e una sera di pioggia venni investito da un motorino fuori da una pizzeria, picchiai la testa, fui portato in ospedale e rimasi alcuni giorni in coma. Si diffuse la notizia che io ero morto”. […] “Quella era la seconda volta che mi hanno dato per morto. La prima era stata nel 1999, quando feci un incidente e rimasi intrappolato nella macchina, che prese fuoco. […] Rimasi in ospedale per 77 giorni con ustioni su tutto il corpo, e anche quella volta si diffuse la notizia che ero morto”. Poi, vedendo il mio stupore, ridendo ha aggiunto: “Sono state le due volte in cui io sono stato più famoso nella mia vita”. […] Un racconto […] che contiene il famoso bivio che cambia la vita: quella telefonata, ricevuta quando ancora è in ospedale, di una donna – Francesca – che ha bisogno di informazioni per andare in Russia e che al ritorno dal viaggio diventerà la sua compagna e la madre di sua figlia Irma. La loro storia finisce, ma poi riprende perché, quando si sveglia dal coma la seconda volta, trova lei accanto al suo letto. […] “Quando mi sono svegliato dal coma, la prima persona che ho visto è stata proprio Francesca. Se non ci fosse stato il primo incidente, probabilmente io e Francesca ci saremmo conosciuti lo stesso. Ma se non ci fosse stato il secondo probabilmente non saremmo tornati insieme, perché nell’incoscienza del risveglio le ho detto una cosa che ha riacceso la nostra relazione. Però non voglio dire cosa”. […] “Morire la seconda volta è stata proprio una bella esperienza, che mi sento di consigliare a tutti”» (Mario Calabresi) • «Il mondo si divide un po’ tra quelli che gli piace il mare e quelli che gli piace la montagna; io, le due città che mi piaccion di più, al mondo, sono Parma e Mosca, che non c’è né mare né montagna. A me piace la pianura, si vede, che di quella ce n’è tanta, sia a Parma che a Mosca. […] Dal 2015 al 2019 io tutti gli anni ho guidato dei gruppi di appassionati di letteratura a vedere i luoghi dove è nata la letteratura russa, “Gogol’ maps” si chiamavan quei viaggi, abbiamo cominciato con Pietroburgo, e quelli che sono venuti a Pietroburgo mi hanno poi chiesto di farne uno uguale anche a Mosca e io l’ho fatto e mi sono stupito che la maggior parte di loro, Pietroburgo gli era piaciuta moltissimo, ma Mosca gli è piaciuta di più. Pietroburgo è bellissima, una città imperiale, costruita perché tu la veda e dica “È bellissima”, Mosca, invece, ti vien da dire lo stesso “È bellissima”, ma non capisci il motivo, e allora forse ti sembra ancora più bella» (Nori stesso, nel suo tipico stile di scrittura) • «Lei vota? “Prevalentemente no”» (Simonetta Sciandivasci). «Non mi piace l’espressione “intellettuale di sinistra”. Primo, perché la parola “intellettuale” mi fa venire l’orticaria, e poi perché sinistra, destra cosa sono ormai? Certo non sono di destra, mi definirei piuttosto uno scrittore anarchico» (a Jacopo Iacoboni). «Quando hanno chiesto qual è il ruolo dell’intellettuale a Iosif Brodskij, lui ha risposto che chi critica un male per il solo fatto di criticarlo si sente nel giusto. E ha detto che questa è una cosa piuttosto diffusa, tra gli scrittori, e che lui non credeva fosse una cosa sana. E che c’era anche un problema di vanità, perché, quando una nazione intera ti ammira, tu puoi dimenticare qual è il tuo vero mestiere. “Il tuo vero mestiere”, ha detto Brodskij, “è scrivere delle cose belle”. Mi sembra molto ben detto. […] Io credo che gli scrittori siano per forza di cose da un’altra parte, rispetto a quella del potere politico. “Il colore della bandiera della letteratura”, ha scritto Viktor Šklovskij negli anni Venti, “non riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere”» • «Se c’è un germe che ho coltivato per bene, è il germe della bastiancontrarite» • «Anche se in famiglia erano tutti milanisti, ho sempre tifato Parma». «A me piacciono le cose che fanno piangere, come la letteratura russa e le partite del Parma» • «Sono un uomo del Novecento. Leggere è per me un’esperienza primaria. Non c’è cinema, tv o audiolibro che possa sostituirla». «Sono un analfabeta, musicalmente, sono rimasto alle cose che ascoltavo […] quando facevo l’università, Enzo Jannacci e Paolo Conte, prevalentemente, che secondo me sono due dei più grandi poeti italiani del Novecento e del secolo dopo» • «Maestro di letteratura e di libertà (di grammatica un po’ meno)» (Langone) • «Il suo stile, che vanta svariati tentativi di imitazione, riproduce il parlato con sproloqui che si avvitano su sé stessi in un gorgo che risucchia punteggiatura e congiuntivi. Una lingua finto-sgrammaticata, zavorrata da iterazioni e anacoluti, presa in prestito dalle conversazioni afferrate nei bar, nelle sale d’attesa, nei tram» (Dentello). «Quando ho cominciato, nelle prime cose che ho scritto, che poi, per fortuna, non son state pubblicate, ci mettevo termini desueti, alti, ricercati. Non ero sicuro del valore di quelle cose e volevo che almeno si vedesse che ero uno che aveva studiato, che ero laureato. Poi, quando ho cominciato a frequentare l’ambiente della rivista “Il semplice”, ho cominciato a scrivere in una lingua concreta. Sfruttando la ricchezza, l’espressività dell’italiano regionale. La mia lingua ha una forte vocazione orale. Scrivo ad alta voce» (ad Alessandro Trocino). «I muratori, dentro i libri, parlano da muratori?» • «Mi sono chiesta quale sia il meccanismo narrativo che rende Nori così divertente. La chiave del “divertente” è che la realtà è sempre descritta al contrario di ciò che dovrebbe essere: tutte le piccole cose – a che ora aprono le farmacie? che scarpe mi metto? – diventano grandi; e le grandi cose, i grandi fatti della vita, Nori li riduce. […] È il gioco del contrario che crea il “divertente”» (Annalisa Usai) • «“Scrivere mi permette di farmi crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore. La capacità di guardare anche la strada che c’è sotto casa mia e di vederla, tutti i giorni, come se la vedessi per la prima volta. E ogni tanto succede che la mia vita marginale e insignificante diventa memorabile”. Mi faccia un esempio. “Una volta […] ero al telefono con mia mamma, mi sono accorto, chissà perché, che la trattavo male; e ho realizzato che non era solo quella telefonata, ma ho visto, come se mi vedessi da fuori, che mia mamma, tra tutte le persone con cui avevo a che fare, era la persona che trattavo peggio, e mi sono detto: ‘Ma sei deficiente? Ma che colpa ha questa donna? Cosa ti ha fatto, oltre a metterti al mondo e a volerti bene e ad aiutarti per tutta la vita?’. È stata una cosa che io non me la dimentico più fin che campo, e da quel momento le relazioni tra me e mia mamma sono cambiate, ed è cambiato il mondo, per me. Perché noi, come dice Tolstoj, disegniamo le nostre orbite intorno alle persone che ci stanno accanto. E cambiare la propria orbita significa cambiare il proprio mondo”. Basta così poco? “Le sembra poco?”» (Mirenzi) • «Una volta ero a San Pietroburgo, e dovevo andare in biblioteca, e aspettavo il filobus numero 10, e pioveva, e quando il filobus è arrivato sono entrato e ho visto che sul soffitto, del filobus, c’era un buco, e pioveva dentro. Allora loro cosa avevano fatto? Avevano fatto un buco anche sotto, sul pavimento, alla stessa altezza di quello che c’era sopra, e la gente era dappertutto tranne che in quel cerchio lì di mezzo metro di diametro, e l’acqua entrava da sopra e usciva da sotto, e il filobus andava, e per me quella è la Russia» • «La letteratura russa le ha cambiato la vita. Chi sono gli scrittori russi che l’hanno cambiata come scrittore? “Tre in particolare: Gogol’, Viktor Chlebnikov e Daniil Charms. Hanno scritture molto musicali. Scelgono le parole per il suono, oltre che per il significato. Senza di loro credo che scriverei in un modo diverso”» (Festa). «La letteratura russa è uno strumento per spiegarmi il mondo. Che comunque rimane inspiegabile» • «La vita, in Russia, mi è sempre sembrata, come dice Čechov, “orribile e meravigliosa”. E devo dire che mi sembra così anche in Italia» (a Paolo De Luca). «Io credo che la letteratura è uno specchio del Paese più potente della politica. […] Sono molto stupito dal fatto che noi contemporanei ci occupiamo così tanto di politica e così poco di letteratura. Quando, oggi, si pensa alla Russia dei primi decenni del Diciannovesimo secolo, non si pensa a Nicola I, ma a Puškin. Quella non è, per un russo, l’epoca di Nicola I, è l’epoca di Puškin». «Come vive dopo il 24 febbraio 2022, quando la Russia ha attaccato l’Ucraina? “Per me è un periodo molto complicato”. […] “La mia testa è piena di robe russe. Se io penso alle due donne più importanti della mia vita, io le penso con l’inizio di una poesia di Chlebnikov: “Le ragazze, quelle che camminano, con stivali di occhi neri, sui fiori del mio cuore”. Le parole per i miei sentimenti, me le dà la letteratura russa. E, siccome sono anche un po’ bastian contrario, sono sempre più legato a questa letteratura”. […] “Io sono innamorato della cultura russa, di questa lingua straordinaria e di questa gente straordinaria. Se qualcuno pensa che essere filorusso vuol dire essere a favore del governo russo, è come se qualcuno immaginasse che le migliaia di studenti che vengono ogni anno in Italia per studiare storia dell’arte ci vengano per il premier di turno. Io non ho nessuna ammirazione per i governi russi. E questo non cambia niente”» (Martinetti) • «Una persona mi ha chiesto se Bulgakov è russo o ucraino. Era nato a Kiev, ma ha sempre scritto in russo. Sa qual è l’unica risposta possibile? È un grande scrittore» (ad Annalisa Cuzzocrea) • «Hai poi deciso se sei un insetto o Napoleone? “No, non ho deciso”» (Trocino).