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 2026  maggio 18 Lunedì calendario

Biografia di Paul Pierre Cayard

Paul Pierre Cayard, nato a San Francisco il 19 maggio 1959 (67 anni). Velista. Nell’America’s Cup del 1992 è stato al timone del Moro di Venezia, che arrivò in finale a San Diego e fu sconfitto da America3 del magnate statunitense Bill Koch.
Vita «Come si è avvicinato alla vela? “Sono sempre stato attratto dall’avventura, dall’idea che quando parti dal pontile non si sa mai con esattezza la rotta che andrai a fare quel giorno. Poi avere a che fare con il vento, con il mare, con le onde: tutto cambia sempre. Immagino che uno che gioca a tennis sa che la rete è sempre alla stessa altezza, così come le righe del campo sono sempre allo stesso posto… Con la vela è tutto molto più avventuroso”» (al Sole 24 Ore) • «Campione del mondo nella classe Star nel 1988, ha avuto la sua prima esperienza di Coppa America con Defender nel 1983. Nel 1987 ha regatato ancora nella prestigiosa coppa con Usa. Chiamato da Raul Gardini a guidare l’avventura de Il Moro di Venezia nella Coppa America, ha vinto con quest’imbarcazione il mondiale Maxi nel 1989 e successivamente la Louis Vuitton Cup nel 1992, sfidando così gli americani di America3 per l’assegnazione della Coppa, ma senza successo. Nel 1995 ha regatato di nuovo nella Coppa con il team di Dennis Conner (perdendo la sfida, e il trofeo, contro i neozelandesi di Black Magic). Nel 1998 ha partecipato, vincendo, alla Whitebread Cup, e nel 2000 di nuovo alla Coppa America con AmericaOne, perdendo in finale di Louis Vuitton Cup contro Luna Rossa. Nel 2005 e 2006 ha gareggiato nella Volvo Ocean Race, piazzandosi al secondo posto nella classifica finale» (Treccani) • «I baffoni gli davano forza e fascino. Oggi, trent’anni dopo, fanno posto a una barbetta più sale che pepe di tre giorni. Ma la forza di Paul Cayard è oramai scritta nel libro mastro della vela: campione del mondo, coppe, trofei, encomi, un nome, una leggenda. Nel 1992 con il Moro di Venezia di Raul Gardini arrivò lì dove nessuna barca italiana era giunta prima di allora: la finalissima della Coppa America, l’Everest del mare, che si disputava in California nelle acque di San Diego. Furono i mesi in cui l’Italia, incollata alla tv a orari impossibili, si innamorò di lui, lo skipper americano voluto da Gardini alla guida delle regate ed eletto a super manager sportivo. Dopo il trionfo, però, la tragedia: la mattina del 23 luglio del 1993, giorno in cui doveva essere arrestato, Gardini si puntò l’arma alla tempia e schiacciò il grilletto. Cayard era con lui a Milano nelle stanze di palazzo Belgioioso, teatro del suicidiom (…) “Gardini è stato per me come un padre e un grande amico”. Partiamo dalla fine, da quel colpo di pistola... “Uno choc totale, non ci potevo credere, quella settimana ero stato con lui fino a due giorni prima, proprio a palazzo Belgioioso. Raul aveva letto del suicidio di Gabriele Cagliari e mi diceva che era una strana cosa, con quel sacchetto di plastica nella testa. Era molto preoccupato. Non voleva finire in carcere anche lui, secondo me perché lì non si sentiva più padrone della sua vita e lui non sopportava l’idea che fossero gli altri a decidergli il destino”. In che senso è stato per lei un padre? “Avevo 26 anni e non ero nessuno, ha creduto in me, mi ha aperto le porte di casa sua e mi ha aiutato molto. ‘Paolino – mi ha detto – tu vieni a vivere a Milano e io ti do tutto quello che ti serve’. E l’ha fatto, mi ha dato tutto, soprattutto la fiducia. Quando è morto avevo 33 anni e una professionalità tale che mi è bastata per il resto della vita”. Perché Gardini scelse proprio lei? “Lui mi disse che a parlargli di me era stata Eleonora (primogenita di Raul, ndr). Mi aveva visto vincere una regata in Sardegna, dove io ero in sostituzione. Raul ha voluto provarmi e ha deciso subito. Guarda questa foto – ci mostra una foto ingiallita – è quella della prima volta con lui sul Moro, questo sono io, questa è Eleonora di spalle, in bikini, eh, quello è Raul...”. Com’è nata l’idea della Coppa America? “Siamo a San Francisco per il mondiale Maxi del 1988, nello stesso albergo. Vinciamo la prima regata e la mattina dopo, a colazione, c’era anche il suo amico marinaio Angelo Vianello, mi dice: ‘Paolino, dobbiamo fare la Coppa America’. Io ho detto: ‘Raul, questa è brutta idea’. ‘Perché?’ ‘Costa un sacco di soldi, perdi molto tempo e vince uno solo’. Il secondo giorno, altra vittoria e altra colazione insieme. ‘Paolino, pensaci’. Dopo ogni vittoria me lo ripeteva. Alla fine delle cinque regate, tutte vinte e vinto il Mondiale, è stato impossibile dirgli di no. Ci ha portati tutti in Argentina e ha parlato delle sue idee grandiose”. Il varo del Moro a Venezia con la regia di Zeffirelli, il cantiere Tencara con la tecnologia più avanzata e potente... non spendeva un po’ troppo? “Potrebbe sembrare, sì, ma è vero anche che se tu dai l’impressione di essere vincente il gruppo è motivato e alla lunga questo ti ripaga delle spese, quel che è successo”. Lui era divertente, coraggioso, un grande motivatore e delegava molto. Con lui tutti quanti davano il massimo e si restava uniti Pregi e difetti del grande capo? “Era divertente, coraggioso, un grande motivatore, delegava molto e non avevi mai l’impressione che potesse dubitare di qualcuno, così tutti davano il massimo e si rimaneva uniti. Difetti? Non sapeva guidare, una volta siamo andati da Montezemolo a vedere una Ferrari, lui era al volante e passava dalla prima alla quarta e il contrario, la macchina strattonava e diceva: non ci sono più le Mercedes di una volta. Capito? Altro difetto? Fumava troppo, anche in aereo. Ricordo un viaggio in cui mi sono svegliato tossendo per il suo fumo. “Sai cosa Paolino, dovresti iniziare anche tu, in modo che hai un filtro naturale”. E non scherzava”» (ad Andrea Pasqualetto) • «Qual è stato il mare più bello e difficile in cui ha regatato? “Il Mare del Sud, tra la Nuova Zelanda e Capo Horn. Ci sono onde molto più grandi, il vento è forte, c’è freddo e, a volte, può anche nevicare. Anni fa decisi di competere nel Giro del Mondo proprio per questo motivo. Per me era una sfida”. E come andò? “Sono cresciuto nel mondo della deriva e poi nelle classi olimpiche. Mi hanno conosciuto per le mie quattro partecipazioni all’America’s Cup. Allora mi chiesero di partecipare e, seppur indeciso, alla fine ho accettato. Mi sono portato il mio team, quello dell’America’s Cup. Eravamo tutti focalizzati sull’intensità, la forma delle vele, lo sviluppo della barca. Poi, arrivati nella prima parte dei Mari del Sud, per 10 giorni avevamo il piede sull’acceleratore come fossimo in Formula 1. Ma quella regata era più una Parigi Dakar. Ho imparato la lezione: ci voleva un altro tipo di gestione. Ho capito che dovevi andar al 97% della velocità massima per il 100% del tempo e non al 100% della velocità per il 20% del tempo… Alla fine ho vinto un trofeo: per me, vista la mia esperienza, vincere anche nelle regate d’altura è stato un grande riconoscimento”» (a Paco Guarnaccia) • «Cosa fa oggi? “Ho preso il brevetto di pilota d’aereo, regato ancora nella Star dove faccio volentieri il prodiere di mio figlio Danny. Potrei fare un giro del mondo con Peyron, su un multiscafo”. Perché valeva più un baffo di Cayard di tutta la stagione di regate tra le boe? “Il baffo era iconico, forse. Ma è stata tutta l’avventura del Moro di Venezia a stamparsi indelebile nella memoria degli italiani”» (a Gaia Piccardi) • È brand ambassador di Rolex.
Amori «Ha vissuto a Legnano, ha avuto la figlia Allie a Milano, con l’Italia ha una corrispondenza di amorosi sensi da sempre (“La mia seconda patria”)» (Gaia Piccardi).