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 2026  maggio 12 Martedì calendario

Biografia di Stephen Colbert

Stephen Colbert, nato a Washington D.C. (Stati Uniti d’America) il 13 maggio 1964 (62 anni). Attore e doppiatore (12 film al cinema, 45 produzioni televisive, 1 produzione teatrale); produttore, autore, conduttore televisivo; scrittore (7 libri). Nel corso della carriera ha ottenuto vari premi: 11 Emmy Awards (su 52 nomination); 2 Grammy Awards (su 3 nomination); 5 Peabody Awards.
Titoli di testa «La comicità è stata la mia salvezza da bambino. E lo è ancora» [Brian Hiatt, Rolling Stone].
Vita Una ricerca sul suo albero genealogico ha svelato che ben 15 famiglie sulle 16 che componevano la generazione dei suoi trisnonni era fatta solamente da irlandesi (e l’altra da un matrimonio misto tra un irlandese e una tedesca) [Megan Smolenyak, smolenyak.medium.com] • Entrambi i suoi genitori erano nati nei dintorni di New York. James, suo padre, si laureò in filosofia nel 1942, nel college di Worchester, Massachusetts. Decise poi di cambiare carriera, perché «al tempo sembrava la cosa giusta da fare»; si dedicò quindi a studiare immunologia e malattie infettive. Dopo un anno in Europa, completò gli studi a Yale nel ‘46 [a Henry Louis Gates Jr, Faces of America] • Lorn, sua madre, aveva cominciato a studiare recitazione in quello che sarebbe poi diventato l’istituto Carnegie Mellon. Purtroppo una malattia interruppe gli studi, che non terminò mai perché James le chiese di sposarlo e lei accettò, decidendo di dedicarsi alla cura dei figli: ne ebbero 11, 8 maschi e 3 femmine, di cui Stephen era il più piccolo [Stephen Colbert, The University Philosophical Society, Youtube] • Fino all’età di 5 anni Colbert cresce in Maryland. Si spostò con la famiglia a James Island, un sobborgo di Charleston, nella Carolina del Sud, dove suo padre aveva ricevuto un importante incarico accademico [Abigail Darlington, The Post and Courier] • «Ero il più piccolo, ma non è che volessi l’attenzione dei miei fratelli: volevo proprio essere come loro. Da bambino avevano la mia totale attenzione, ed è stata una palestra per quello che faccio ora: eravamo una grande famiglia, e c’erano sempre risate e tentativi di catturare l’attenzione» [Eliza Berman, Time] • «I miei libri, la mia musica erano per i grandi. A nove anni sapevo del Watergate perché i miei fratelli e sorelle maggiori erano all’università a beccarsi i gas lacrimogeni» [ibid.] • I suoi comici preferiti da bambino, di cui collezionava i dischi: Bill Cosby, Don Novello, George Carlin, Dean Martin [Nathan Rabin, Av Club] • Ha un’infanzia serena, vissuta con la famiglia in una «umorismocrazia» condita da una forte religiosità cattolica (fa il chierichetto per molti anni); recita delle scenette con la madre e cerca di perdere il suo accento meridionale studiando quello dei conduttori televisivi [Colbert, The Late Show With Stephen Colbert] • Questo idillio termina tragicamente l’11 settembre 1974, quando suo padre e due dei suoi fratelli muoiono in un incidente aereo. «Nulla ebbe più senso dopo la morte di mio padre e dei miei fratelli: mi ero come spento». Sviluppa un senso di alienazione per gli interessi dei coetanei. Per di più, sua madre decide di traslocare in centro, e Colbert deve abbandonare gli amici. Riversa il suo dolore nella letteratura fantasy, leggendo per anni un libro al giorno (e sviluppando un’ossessione per Il Signore degli Anelli, accompagnata da un’altra mania, altrettanto febbrile, per il gioco Dungeons and Dragons) [Donovan, The Post and Courier] • Gli anni delle scuole superiori sono difficili per Colbert: è intelligente ma non si applica, e incassa brutti voti. Tuttavia riesce a distinguersi per la capacità di far ridere i compagni (impegnandosi a farlo anche con la madre). Scopre che recitare nel teatro della scuola e in una piccola compagnia locale gli piace molto [ibid.] • Diplomatosi nel 1982, non ha un’idea chiara di cosa fare nella vita. Decide di seguire un amico e iscriversi all’Hampden-Sidney College, in Virginia. Lì trova un ambiente molto esigente e conservatore, che lo costringe a studiare duramente: si appassiona alla filosofia e agli stoici in particolare. Nel frattempo continua a recitare, anche se l’ambiente non gli offre grandi opportunità [Ken Plume, Ign] • Cosa ti ha spinto a trasferirti alla Northwestern, due anni dopo? «Volevo studiare recitazione. Avevo scoperto che una delle cose a cui lavoravo davvero duramente era la recitazione: mi sembrava che, quando lo facevo, null’altro fosse altrettanto importante. Ero disposto a lavorare duramente e a lungo, senza, virtualmente, alcuna ricompensa. Non veniva nessuno agli spettacoli (…) e non mi importava. Ero contentissimo di farlo. Pensai: “Ecco un indizio. Dunque è questo che dovrei fare”. Volevo laurearmi, e avevo sentito che alla Northwestern avevano il miglior programma per la recitazione. Così feci domanda e venni felicemente accettato» [ibid.] • Alla Northwestern trova un ambiente completamente diverso: libero, progressista, informale. Ciononostante Colbert continua a lavorare duramente: completa in due anni il programma di tre, lavorando per di più in mensa e in biblioteca [Cate Plys, Northwestern.edu] • «Vestivo di nero, avevo la barba, e mi atteggiavo da poeta-barra-stronzo, molto in stile “Lascia che condivida la mia sofferenza con te”. Facevo tanto teatro sperimentale (…) Ero certo che sarei diventato un attore serio» [David C. Cote, Timeout] • Invece scopre, per caso, il gruppo ImproveOlympic a Chicago, che cerca attori disposti a partecipare, nel loro teatro, a competizioni di improvvisazione seria, in forma libera. «Ci andai con un amico, assistetti una sola volta e rimasi subito basito da quanto volessi farlo» [Rabin, cit.] • E così, mentre si laurea, comincia a esibirsi con quella compagnia. I suoi membri provano un certo qual senso di snobismo per l’altra compagnia d’improvvisazione di Chicago, la Second City (che invece portava in scena commedie), perché «Non facevano vera improvvisazione. Noi dell’Annoyance Theatre avevamo una vaga qualità mistica» [Rabin, cit.] • Subito dopo il diploma, però, si trova completamente al verde, costretto a vivere in casa di amici, e senza prospettive. Allora un’amica, che lavorava nella biglietteria del teatro della Second City, gli offre la possibilità di essere assunto in segreteria: «Prendevo le telefonate e vendevo souvenir, ma poi scoprii che potevi andare alle lezioni della compagnia gratis. Incontrai delle persone magnifiche. Si trattò di una fortuna accidentale, perché non volevo fare quello, volevo fare teatro serio. Dopo essere rimasto lì per un po’, realizzai che quello era il posto adatto a me. Mi piaceva l’atmosfera» [Plume, cit.] • Poco dopo viene promosso e inizia a partecipare alle esibizioni itineranti della compagnia, dove incontra Steve Carell (di cui diventa spalla e sostituto) e soprattutto Amy Sedaris e Paul Dinello, di cui diventa intimo amico e con cui collaborerà moltissimo per il resto della carriera [ibid.] • Tuttavia le sirene del teatro serio continuano a chiamarlo: si dimette quattro volte, eppure torna sempre. La svolta arriva nel 1995, quando gli amici Sedaris e Dinello vengono notati durante uno spettacolo, e assunti dall’emittente Hbo per scrivere un programma comico. Chiamano anche lui a partecipare, e si trasferisce a New York. I tre scrivono e recitano in Exit 57, serie comica, ben accolta, ma che dura soltanto 12 episodi [Plume, cit.] • Successivamente viene assunto per lavorare al Dana Carvey Show, che però ha una vita altrettanto breve: sei mesi di scrittura, un mese di messa in onda. L’anno che segue è durissimo: disoccupato e sposato con moglie e figlio piccolo, si arrabatta scrivendo per VH1 e MTV e il Saturday Night Live: «Pensavo di aver fatto un grosso errore nello scegliere quello che avevo fatto per vivere. Sei arrivato al punto di meditare di smettere? «No, era troppo tardi. Quello era il grosso problema, di non poter tornare indietro. Era troppo tardi, il dado era tratto» [ibid.] • Fortunatamente, qualcuno nella divisione dell’intrattenimento dell’emittente ABC lo nota e lo raccomanda alla divisione notizie, che cercava qualcuno di divertente ma capace di sembrare serissimo, per fare da corrispondente a Good Morning America. «Mi assunsero e feci esattamente due servizi». E basta? «Di cui solo uno andò in onda» E come sei finito al Daily Show? «Dopo quei due reportage, ho proposto venti storie di fila che sono state tutte bocciate. Allo stesso tempo, il mio agente, che rappresentava anche la produttrice esecutiva del Daily Show, Madeline Smithberg, mi disse: “Dovresti incontrare Madeline Sta lavorando a un altro programma e scommetto che accetterebbero volentieri quelle storie”. (…) Mi misero in prova e per i successivi nove mesi, nel 1997, lavorai lì occasionalmente. (…) Non mi sarei mai aspettato di rimanere perché (…) non pensavo che il programma sarebbe andato da qualche parte» [Jacqueline Schneider, mediabistro.com] • Mentre lavora al Daily Show, dove interpreta un inviato che va alla ricerca di servizi bizzarri, collabora nuovamente insieme a Sedaris e Dinello. I tre scrivono i 30 episodi della serie comica Strangers with Candy, che va in onda tra il 1999 e il 2000. Gli ascolti sono bassi, ma col tempo diventerà un piccolo classico [ibid.] • Tornato al Daily Show, trova un’aria diversa: il nuovo presentatore, Jon Stewart, imposta il programma in una direzione meno legata a «servizi da rivista», e più alle notizie, alla satira politica [Plume, cit.] • Arriva la grande occasione per Colbert: dismette le vesti dell’inviato qualunque e ne crea uno nuovo, a cui dà il suo nome e cognome. Un «benintenzionato, malinformato, idiota d’alto status», modellato sul conduttore televisivo ultra-conservatore Bill O’Reilly, di Fox News. «Uno sciocco che ha passato gran parte della vita a recitare il ruolo di un non-sciocco, e che è in grado di mascherarlo almeno quel tanto che basta da affrontare gli argomenti di cui si occupa» [ibid.] • Il personaggio è un successo, e diventa una presenza fissa nel Daily Show per i successivi otto anni • Nel 2005 Comedy Central ha bisogno di tenere sotto contratto Colbert e di sostituire Carrell, che aveva abbandonato il Daily Show per prendere parte a The Office. Con l’appoggio di Jon Stewart, Colbert presenta la sua idea: uno spin-off del Daily Show, completamente incentrato sul suo personaggio, che smette di fare l’inviato e diventa il conduttore. La proposta viene accettata, con un periodo di otto episodi di prova: è il The Colbert Report [Charles McGrath, New York Times] • Sempre modellato su Bill O’Reilly, Colbert conduce un talk show per quattro sere a settimana, in cui commenta notizie e mette in difficoltà gli ospiti con affermazioni idiote e illogiche. «Dico sempre la stessa cosa a tutti prima dell’intervista: “Non sono un assassino. Recito un personaggio, che è un idiota; ignorate volutamente tutto ciò di cui parleremo. Smentitemi. Non permettetemi di mettervi in bocca parole che non avete detto» [Steven Daily, The Daily Telegraph] • Il personaggio diventa famoso sin dal primo episodio, quando conia una parola che rappresenta il modo in cui interpreta la verità: truthiness. «Siamo divisi tra quelli che pensano con le loro teste e quelli che sanno con i loro cuori. (…) La truthiness significa: “chiunque può leggervi le notizie. Io vi prometto che ve le sentirò”». La Società americana per i dialetti la incoronerà come «Parola dell’anno». E l’anno successivo verrà inserita del dizionario Merriam-Webster [Cate Plys, Northwestern.edu] • Ma la vera svolta, che rende il Colbert Report famoso in tutte le case americane arriva alla Cena dei corrispondenti alla Casa Bianca, il 29 aprile del 2006. Colbert, invitato a presenziare, si lancia in un monologo comico in cui massacra sia Bush e la sua amministrazione, sia i media presenti in sala. Nelle prime file della stanza cala il gelo, e sui giornali del giorno dopo verrà criticato come «poco divertente». Contemporaneamente, su internet, il video del discorso viene visto 2,7 milioni di volte su Youtube in due giorni, e l’audio arriva in cima alla classifica di Itunes. Il commentatore Frank Rich considererà il monologo di Colbert come «Il momento che ha definito le presidenziali del 2006» [Plys, cit.] • «“Ero lì per fare qualche battuta. Ero lì per fare quello che faccio. Mi aspettavo forse un pizzico di scandalo. Ma mi aspettavo che rappresentasse una linea di demarcazione per la gente? No, assolutamente no (…) Mi deprime che non ci sia un politico in grado di dare seguito alla frustrazione chiaramente evidente nella reazione a ciò che ho fatto”» [Sternbergh, cit.] • Il Colbert Report andrà avanti per nove anni e 1447 puntate: «“La cosa divertente è che sapevo, quando stavamo sviluppando questo show, che stavamo realizzando una parodia di un culto della personalità (…) Eppure, se lo show avesse avuto successo, avrebbe generato un culto della personalità. Doveva succedere. Significa che sta funzionando”» [ibid.] • Questo culto della personalità si manifesta in due fenomeni: la Colbert Nation, ovvero l’iniziativa dei telespettatori di partecipare alle iniziative promosse da Colbert: quelle comiche (come i tentativi di utilizzare le petizioni e i sondaggi online per battezzare con il suo nome strutture, oppure per la sua corsa alle elezioni presidenziali del 2007, in cui presenta una candidatura nella Carolina del Sud per entrambi i partiti, venendo escluso quasi immediatamente) e quelle «serie» come varie raccolte fondi per attività benefiche [ibid.] Poi c’è il Colbert Bump, ovvero l’improvvisa e netta impennata di fama che raggiunge qualunque cosa o persona che si presenta nel suo programma [James H. Fowler, PS: Political Science & Politics] • Nel 2014 arriva l’ultima puntata del programma: «Mi divertivo ancora, ma per modellare un comportamento, lo devi consumare su basi regolari. Mi era diventato difficile guardare programmi di commento politico di qualunque orientamento. E non volevo che nessuno scambiasse la mia comicità per un coinvolgimento (…) verso la fine del programma continuare a interpretare il personaggio richiedeva disciplina, non solo per tenere a mente il punto di vista del personaggio, ma anche per non far vedere alle persone il “dietro le quinte”, il funzionamento» [Berman, cit.] • L’anno successivo gli viene affidato un compito durissimo: sostituire David Letterman nel suo Late Show, che andava avanti da 22 anni. Al momento di assumere l’incarico dice: «Quest’uomo ha influenzato ogni conduttore venuto dopo di lui, e anche qualcuno di quelli arrivati prima. Non invidio davvero chiunque vogliano mettere su quella sedia. Signori, quelle sono delle scarpe davvero grandi da riempire». Abbandona il suo personaggio e conduce il programma «autenticamente» [Cnn] • Il The Late Show with Stephen Colbert durerà quasi 11 anni, in cui batte sempre gli ascolti dei programmi concorrenti, ovvero quelli condotti da Jimmy Kimmell e da Jimmy Fallon. Tuttavia, nel luglio del 2025, viene annunciato che il programma non sarebbe stato rinnovato. Cbs, l’emittente proprietaria, afferma che si tratti di una «decisione puramente finanziaria». La decisione suscita aspre polemiche perché sorge immediatamente il sospetto che il programma sia stato sacrificato per favorire la fusione tra il gruppo Skydance Media e quello Paramount Global (che possiede Cbs): eliminare il Late Show avrebbe «ammorbidito» gli enti regolatori guidati dall’amministrazione di Donald Trump, da sempre stato un bersaglio dell’ironia di Colbert. All’annuncio dell’interruzione del programma, Trump scriverà su Truth: «Adoro assolutamente il fatto che Colbert sia stato licenziato. Il suo talento era persino inferiore ai suoi ascolti». La risposta di Colbert, nella puntata successiva è: «Per i prossimi dieci mesi mi tolgo i guanti. (…) Come osate signore? Un uomo senza talento sarebbe forse capace di comporre un’arguzia comica come la seguente: Vai a farti fottere?!». L’ultima puntata del programma andrà in onda il 21 maggio 2026 [Siladitya Ray, Forbes] • A fine marzo del 2026 Colbert annuncia di stare scrivendo (assieme al figlio Peter e ad altri autori) la sceneggiatura per un nuovo film della saga del Signore degli anelli, intitolato provvisoriamente The Lord of the Rings: Shadow of the Past [Karina Tsui, Cnn].
Curiosità Il primo giorno alla Northwestern si rende conto di potersi reinventare del tutto: allora cambia la pronuncia del suo cognome, accentandolo alla francese [Donovan, cit.] • La rivista Time lo ha inserito nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo nel 2006 e nel 2012 • Nel 2007 l’Associated Press lo nomina «Celebrità dell’anno» • 5 diverse specie di insetti sono state chiamate con il suo cognome [The Late Show] • Nel 2009 la Nasa aveva aperto un concorso per dare un nome al loro nuovo modulo lunare. Con il solito intervento della «Colbert Nation», il concorso venne vinto da Colbert. Non essendo possibile per la Nasa dare un nome di persona al modulo, decisero di usare le lettere del cognome «Colbert» come acronimo per il nome tecnico di un nuovo tapis roulant che avevano costruito per la Stazione spaziale internazionale: nessun’altra persona vivente ha un oggetto con il proprio nome nello spazio [Stephen Colbert, Actually me] • Da bambino dovettero asportargli il timpano destro per un tumore, cosa che rovinò il suo sogno di diventare biologo marino [Donovan, cit.] • Dopo un’infanzia profondamente cattolica, al college diventa ateo. È una dinamica che gli lascia una profondissima depressione che lo perseguita per cinque anni. Diplomatosi dalla Northwestern, gli viene casualmente regalata per strada una Bibbia da un volontario della Società dei Gedeoni. La apre al passo del Sermone della Montagna, e la parabola lo riporta alla Chiesa (con la quale dissente su tutti i temi etici). Ha fatto il catechista per molti anni [The Late Show].
Amori Nel 1990 la sua allora fidanzata gli dà un ultimatum: matrimonio o separazione. Ritorna a casa per pensarci. La madre gli dice «Se non lo sai, allora non è giusto». Quella stessa sera vanno a teatro. «Non lo dimenticherò mai. Entro e vedo questa donna dall’altra parte della hall e penso: “Quella. Proprio là”. In quel momento, ho pensato: “È una follia. Sei pazzo, Colbert”. Ed è venuto fuori che avevo ragione». La signora si chiama Evelyn McGee. Si sposano nel 1993 [Donovan, cit.] • Insieme hanno 3 figli: Madeleine, Peter e John [yale.edu].
Titoli di coda «Sai cosa amo della comicità? Che non puoi ridere e avere paura nello stesso momento. Di nulla» [Kaplan, cit.].