il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2026
Intervista ad Antonio Padellaro
Affrontando il difficile compito di intervistare il proprio maestro e direttore (non si smette mai di esserlo agli occhi dei colleghi, naturalmente se lo si è stati davvero) ci viene in mente una frase de Le confessioni di un italiano: “La ragione si fa adulta e vecchia, il cuore resta sempre ragazzo”. Intuizione geniale se si pensa che Ippolito Nievo scrisse quelle che a lungo, per motivi di censura, sono state conosciute come Le memorie di un ottuagenario a 27 anni. Oggi parliamo con un cuore rimasto ragazzo e un pure un po’ garibaldino, come fu Nievo: Antonio Padellaro fa ottanta.
Antonio, è vero che il cuore resta ragazzo?
Nel mio caso assolutamente sì: penso di avere l’età di un vecchio e la maturità di un adolescente.
Hai raccontato molto della tua vita pubblica, praticamente nulla della tua vita privata fino a Quando eravamo felici, dedicato a tua moglie Paola, in libreria da giovedì scorso. C’è il vostro lunghissimo amore e anche la vostra giovinezza nella Versilia degli anni Sessanta. Com’era quel 1962?
Formidabile, e basta pensare che fu l’anno del primo Centro-sinistra, della morte di Marylyn Monroe, l’anno della crisi dei missili a Cuba. La nostra letteratura era, così come il cinema, sfavillante, la musica meravigliosa: vivevamo immersi in una bolla di bellezza. E di successi: era l’Italia del boom, un paese vitale che stava crescendo. Ricordo quell’estate di villeggiatura – allora si usava così – come una vera estate, un po’ come quella descritta nel Sorpasso di Dino Risi. Avevamo Fellini, Visconti, il Gattopardo…
E oggi?
Meglio non fare confronti.
Hai scritto questo libro durante la malattia di Paola, che se n’è andata pochi mesi fa. Ti chiedi se si possono cancellare i bei ricordi quando fanno male: perché?
Ricordare il tempo della gioia – quando era tutto intatto, tutto possibile – è servito a me e anche a Paola. Quella domanda può sembrare assurda, in realtà non lo è perché i bei ricordi uno li tiene vicini quando fanno bene, ma possono anche fare un male cane. Quell’epoca ora è sospesa nel tempo del libro: lì i bei ricordi erano, sono e rimangono dei bei ricordi. E non fanno male.
Un racconto seppiato ma vivissimo, per certi versi contraddittorio- un po’ com’è il suo autore- malinconicamente allegro o allegramente malinconico. Ti ci rivedi?
La malattia, anche quella della persona che ami, ti cambia e ti fa apprezzare quello che hai, perfino le visite in ospedale perché comunque sono un traguardo, in qualche misura una speranza. Ma è chiaro che tutto quello che accade viene filtrato dalla paura. Questa malinconia però è un filtro attraverso cui il ricordo degli anni più belli riesce a penetrare.
C’è anche la famiglia Padellaro nel libro: quattro fratelli, tre grand commis tra cui il tuo papà, e un questore.
Su quelle spiagge della Versilia c’era una concentrazione mai vista di alta burocrazia: Antonio, mio papà Nazareno e Giuseppe, rispettivamente direttori generali ai Ministeri dell’industria, dell’Istruzione e della Presidenza del Consiglio. Allora la burocrazia statale contava molto, e io mi sentivo un privilegiato: vivevo come meglio non si poteva.
Nel libro racconti del professore di matematica che per disporvi nei banchi chiedeva “Che lavoro fa tuo padre?”.
Ai benemeriti padri gesuiti ti presentavi come “figlio di..”. E lì avevamo il figlio di Draghi, il figlio di Montezemolo, il figlio di De Gennaro. Se tu poi non eri particolarmente brillante a scuola, come capitava a me, essere “figlio di” aiutava parecchio e non solo nell’assegnazione del posto in classe.
Però un prof è stato fondamentale per te.
Sì, il professore di letteratura al liceo: Mario Scotti, tra l’altro fratello del ministro Vincenzo – intellettuale napoletano, grande studioso di Foscolo – che aveva una straordinaria capacità di farci amare la letteratura. In qualche modo mi ha indirizzato verso la scrittura, una scrittura certamente non letteraria, ma comunque…
Aspetta, su Ibs un lettore ti recensisce così: “La scrittura dell’Antonio Padellaro contemporaneo corrisponde a un buon vino rosso che, invecchiando, tende a migliorare e a essere al contempo delicato e corposo”.
Me la prendo e brindo alla salute di chi me l’ha dedicata.
A proposito di scrittura, da quanto fai il giornalista esattamente?
Dal 1967, quando sono stato assunto all’Ansa, su raccomandazione di mio padre. Che tra l’altro quando gli ho detto che avrei voluto diventare giornalista, mi chiese: “Si ma di lavoro, cosa vuoi fare?”. Il direttore era Sergio Lepri, un maestro di giornalismo.
Per quanto sia impossibile da credere per quelli di cui tu sei stato direttore, un giorno tu sei stato convocato dal direttore.
Sì, a mezzo di un usciere con un’aria severissima. Io l’avevo visto una mezza volta, il direttore. Vado e mi dice: “Caro Padellaro, sono rimasto molto negativamente colpito dal take in cui ha fatto scrivere all’Ansa che il Messico si trova nell’America del sud mentre il Messico si trova nell’America del Nord. È un gravissimo errore”. Poi mi congeda: “È ora che lei cominci a brillare di luce propria”. Come dire, basta fare il raccomandato: una bella umiliazione. Fui tentato di mollare, anche perché era un’estate meravigliosa e in ufficio soffrivo. Invece quel primo ceffone, di cui sono ancora grato a Lepri, mi è servito tantissimo.
Cos’è per te il giornalismo?
Un mestiere fantastico, tanto che per molto tempo mi sono meravigliato che mi pagassero alla fine del mese. Certo, si può interpretare in tanti modi. Ho avuto la fortuna di avere grandi direttori che mi hanno insegnato a tenere la schiena dritta. E non per ragioni morali, ma per ragioni quasi utilitaristiche, nel senso che mi hanno spiegato che la credibilità, e quindi il mercato che hai, è tanto forte quanto tu sei libero. Non so se sono sempre stato all’altezza: ad ogni modo penso che tenere la schiena dritta, oltre che per una ragione di postura, faccia bene anche al nostro lavoro.
Rimpianti?
A lungo mi sono pentito di aver lasciato il Corriere, dove ero capo della redazione romana: Vittorio Feltri mi ha sempre detto che, saputa la notizia, si era convinto che mi fossi definitivamente rincoglionito. Pensavo di aver fatto la più grande cazzata della mia vita. E invece poi quella scelta mi ha portato a fare il vicedirettore all’Espresso, poi il direttore dell’Unità. E ancora dopo a fondare, con tutti voi, il nostro Fatto.
Ci torniamo tra un attimo, prima voglio chiederti di una cosa importante nella tua vita: la Roma…
Il calcio è un modo per tenere lontani i cattivi pensieri. Mi sono consolato leggendo alcuni articoli di Pierpaolo Pasolini, che era un tifoso pazzo del Bologna, in cui parlava del tifo come antidoto. È così per molti. A chi mi domanda come sono diventato romanista, rispondo: “È stato un fascio di luce partito dal cielo. Mi ha illuminato”. È una fede e sono diventato romanista perché, con tutta evidenza, una forza sovrannaturale aveva deciso così.
Quindi se il fascio fosse stato indirizzato altrove, avresti potuto diventare laziale?
(silenzio). Non credo: essere laziali è un modo di essere opposto al mio, con tutto il rispetto per i laziali, si fa per dire.
Una cosa che ti fa ridere?
Leggere Dagospia. I titoli mi fanno sganasciare. Tutte quelle locuzioni che inventa, tipo “morti di fama”, mi fanno morire: la perfidia di Dago nutre la mia, e la perfidia a volte rallegra.
Torniamo ai giornali: qual è il ricordo del Fatto che serbi con più tenerezza?
Ne ho uno per ciascuno di voi. In generale il ricordo più bello è la prima sera: eravamo tutti in apnea perché non sapevamo se questo giornale sarebbe vissuto e per quanto, dal momento che molti cari colleghi avevano profetizzato una prematura dipartita. Quando sono arrivate le foto delle edicole romane in cui c’era il cartello “Il Fatto quotidiano è esaurito”, beh è stato un momento di gioia immensa, irripetibile. Avevamo fatto una cosa nostra ed era piaciuta subito: un successo, e doppio se contiamo quello dell’online, grazie a Peter e ai nostri compagni di avventura a Milano. Eravamo veramente una sporca dozzina e stavamo in quelle due camere cucina di via Orazio, con i colleghi che scrivevano per terra perché non c’erano abbastanza scrivanie… Lo stato nascente è il momento migliore di ogni esperienza umana: ecco, il nostro stato nascente è stato il momento più bello della mia vita professionale.
Noi invece ci ricordiamo di te dietro la scrivania di Marco Lillo che lo intimi di chiudere il pezzo, “immediatamente”!
Ma lui non mi ascoltava! Allora mi sono inventato un espediente che confesso solo ora, avendo raggiunto un’età per cui non mi può più malmenare: mandavo le pagine e non glielo dicevo. Lui continuava a correggere l’articolo, ma il giornale era già in tipografia da tempo.
Da un Marco all’altro, Travaglio: risposta a piacere.
Adesso ci vediamo poco, ma ci sentiamo sempre, quasi sempre la domenica. Ci facciamo delle grandi risate leggendo i titoli di alcuni giornaloni, come li chiama lui. Non farò il nome perché abbiamo già una causa da 250 milioni di dollari, credo basti come gatta da pelare per Cinzia, la nostra pazientissima amministratrice delegata. Mi piacciono moltissimo queste telefonate perché non servono a niente, solo alla gioia di parlare con un amico. E ridere, come abbiamo sempre fatto, sin da quando lui venne all‘Unità a scrivere la mitica rubrica Bananas, per cui i Ds volevano la nostra testa. Noi gliela abbiamo data e abbiamo fatto il Fatto…A queste nostre chiacchierate non rinuncerò mai, sono troppo importanti per me.
Hai la stessa età della Repubblica: come state, entrambi?
Di me ho già detto anche troppo. La Repubblica se la cava, nonostante i ripetuti tentativi di scardinare il suo architrave, ovvero la Costituzione. Ha resistito alle ruberie della politica, alle Br, all’eversione nera, ai servizi deviati, alla mafia: malgrado tutti questi flagelli che avrebbero messo in ginocchio qualsiasi altro Paese, l’Italia va avanti. È una vecchia signora con meno talenti e meno spinte ideali di un tempo, ma molto coriacea.