La Stampa, 27 giugno 2026
Intervista ad Harvey Keitel
Prima di iniziare chiede un caffè, poi si scusa perché non parla in italiano e alla fine, mentre osserva lo slancio per recuperare il registratore acceso durante l’intervista, sorride e commenta: «Pensavo volesse baciarmi». Presidente onorario della nona edizione del Filming Italy Sardegna Festival, ideato e diretto da Tiziana Rocca, l’interprete leggendario di Mean Streets e Pulp fiction, Lezioni di piano e Il cattivo tenente, regala ricordi, confessioni aneddoti, di una vita iniziata a New York nel 1939, ancora piena di progetti, convinzioni, fiducia assoluta nel potere dell’arte: «È l’unico mezzo che abbiamo per sopravvivere ai tempi che stiamo vivendo».
Cosa ricorda del primo incontro con Scorsese?
«Ci siamo conosciuti alla New York University, Martin stava facendo provini per il suo film Who’s knocking at my door, c’erano un sacco di altri aspiranti attori come me, una situazione spaventosa, tutti volevano la parte da protagonista, alla fine siamo rimasti solo in tre. Ricordo benissimo quella serata, in fondo al corridoio erano rimaste delle luci accese, qualcuno mi dice che Martin era lì, entro, la stanza era allestita come una stazione di polizia ed era molto buia, lui mi dice “siediti” in modo molto brusco, poi me lo ripete in modo ancora più duro, poi mi chiede se per caso non capissi la lingua, a quel punto inizio ad alterarmi, gli dico “ma tu chi c... sei?” e lui fa più o meno lo stesso, stavamo arrivando alla rissa, poi ho sentito una voce fuori campo che mi diceva “Harvey stai tranquillo, e un’improvvisazione”. Guardai Martin ancora più arrabbiato dicendogli che avrebbe dovuto avvertirmi, ma a quel punto la parte era mia. Poi, quando ho visto il film, quella scena della chiesa con le icone e il crocefisso, ho pensato che quel giovane regista sarebbe diventato davvero un grande autore».
Jane Campion, che l’ha diretta in Lezioni di piano, dice che lei è un uomo molto dolce, che piange spesso. È così?
«Sì, è vero, mi succede, ma le ragioni sono molto intime e personali, sono cose preziose, credo sia giusto conservarle per me stesso. Comunque Jane è veramente grandiosa. Posso dire che quando a Cannes era stato presentato Lezioni di piano, molti giornalisti continuavano a chiedermi come mi fossi sentito interpretando per la prima volta un ruolo romantico. Ho risposto che non era affatto la prima volta, che lo avevo già fatto durante un corso di recitazione».
Ridley Scott l’ha diretta nei Duellanti. È vero che all’inizio non aveva alcuna intenzione di lavorare con lui?
«Verissimo, Ridley all’epoca era un autore di spot commerciali, gli feci sapere che non recitavo per quel genere di registi, in quel periodo volevamo essere tutti attori impegnati, di teatro, ma lui insistette moltissimo e così il mio agente. Alla fine ho accettato e con Ridley, che tra l’altro ha un gran senso dell’umorismo, ho imparato un sacco di cose importanti».
È stato diretto da Paolo Sorrentino, come si è trovato?
«È un genio, incredibilmente talentuoso, ed è anche un gentiluomo».
Come è nata la collaborazione con Quentin Tarantino?
«Quando Quentin era ancora sconosciuto e lavorava in un videonoleggio, aveva preso l’abitudine di venire a casa mia, aveva sempre una gran fame, gli dicevo di aprire il frigorifero e di mangiare quello che voleva. Spazzolava via tutto, a un certo punto ho cominciato a mettere davanti le cose meno fresche e dietro quelle appena comprate. Mangiava pure quelle. Poi a un certo punto, mentre ero a Hollywood e stavo girando, mi dissero che Tarantino voleva realizzare un film di gangsters a basso budget e o stava mettendo insieme i soldi, mi hanno fatto arrivare la sceneggiatura, era quella delle Iene l’ho letta, e mi è parsa bellissima».
In Pulp fiction era Winston Wolf, l’uomo che risolve i problemi. Pensa che Mr Wolf potrebbe tornare utile anche per le questioni che riguardano oggi Trump?
«Diciamo che, in termini cinematografici, sì, Wolf sistemerebbe Trump in un battibaleno. A parte gli scherzi, il mondo sta attraversando davvero una fase terribile, ci persone che muoiono per colpa del mio Paese, viviamo in un’epoca di capitalisti affamati che cercano di fare soldi prendendoli dalle tasche dei più poveri, ma in mezzo a questo tormento l’artista deve continuare a svolgere il suo compito, che è quello di curare le anime con il canto, il ballo, la musica, il rap, il cinema. Nietzsche diceva che non si può cambiare il mondo con le parole, la prima cosa da fare è cambiare se stessi e questo è possibile proprio attraverso l’arte».
In che cosa crede?
«Nel fare la cosa giusta. O almeno nel cercare di farla. Durante la rivoluzione americana questa domanda era stata posta a un soldato e lui aveva risposto così. Il mio è un viaggio spirituale, alla ricerca di quella cosa giusta, credo che ci sia un’altra vita, in cielo, oltre a quella in cui siamo ora».
C’è qualcosa che vorrebbe fare e non ha ancora fatto?
«Forse sto per riuscirci proprio adesso».
In che modo?
«Sto preparando un film con mia moglie, è una regista molto brava, una scrittrice e anche un’attrice. Abbiamo già filmato alcune scene, penso che finiremo entro quest’anno, dovrei dirigerlo io, potrebbe essere il mio esordio, da presentare magari a Cannes. È la storia di un matrimonio e di tutto quello che può accadere all’interno di un rapporto di coppia che va avanti da tanti anni. Ho conosciuto mia moglie Daphna Kastner all’epoca del suo primo film, Spanish Fly. Appena l’ho vista ho deciso di sposarla».