La Stampa, 27 giugno 2026
Myrta Merlino parla del suo presente e del suo nuovo libro
Myrta Merlino, napoletana di nascita, ma con la Sicilia nel cuore, a Pantelleria, l’isola di Calipso, luogo di confine e di confini, dove quest’anno la giornalista ha organizzato il primo festival del Mediterraneo, per provare a cambiare lo sguardo, da mare delle tensioni a mare delle opportunità.
Una nuova veste per lei?
«Ci pensavo da tanto e grazie al supporto del sindaco Fabrizio Dancona e alla collaborazione di due donne eccezionali, la vice sindaca Adele Pineda e Valentina Fontana, grande organizzatrice di festival, il mio sogno si è realizzato».
Myrta adesso è nella sua isola magica?
«Adesso sono in Puglia, nella tenuta Monacelli, vicino Lecce, perché sono la testimonial di una serata di raccolta fondi della fondazione Ieo Monzino per la ricerca. Ero molto legata a Umberto Veronesi, la prima volta che lo intervistai ero una ragazzina. Ora a portare avanti la sua causa c’è il figlio Paolo. Nella mia vita ho avuto la fortuna di incontrare tante persone e tra queste due uomini eccezionali, due grandi vecchi (quando li ho incontrati io) che hanno fatto la rivoluzione delle donne senza grandi proclami, uno è stato Giorgio Armani con l’abbigliamento e l’altro Umberto Veronesi con la medicina. Tutti e due hanno lavorato per l’empowerment molto più di quello che si possa credere. Giorgio ci ha aiutato a sentirci più forti e libere, Umberto ad uscire dalla malattia con consapevolezza e coraggio senza rinunciare alla nostra vita affettiva e anche sessuale. Ci ha spiegato che la malattia non doveva fermarci, che il tumore al seno non è uno stigma, una vergogna. Mia nonna è stata operata negli anni ’60 e da quel momento non si metteva più in costume, ha buttato i vestiti da sera. Perché le donne prima quando incappavano in questa malattia rinunciavano a se stesse. Veronesi ci ha spiegato che dal tumore al seno puoi uscire più bella, più forte di prima».
Parlando di Giorgio Armani, lui era un po’ il re di Pantelleria. Un suo vicino di casa?
«Si, meraviglioso. Sarà triste senza di lui, da quando aveva comprato i suoi dammusi, oltre 45 anni fa, non aveva mai mancato un’estate. Già non venne l’anno scorso, ma in qualche modo era presente: mi chiese di andare a casa sua per potergli raccontare ogni centimetro di quel giardino tanto amato con le piante secolari che curava personalmente con passione. Giorgio diceva sempre che Pantelleria ti ricentra, ti riporta a te stesso, ed è proprio così. Un’isola forte e selvaggia che ti costringe a fare i conti con la natura e con i temi essenziali. E la mia idea del festival è nata anche dalle conversazioni con lui, e credo che quest’isola possa essere il luogo adatto per ripensare i grandi temi della contemporaneità, dalle guerre, alle migrazioni, al clima, all’energia. Qui si può ritrovare bel silenzio la forza della ragione. Lo faremo con autorevoli figure istituzionali, opinion leader, politici, giornalisti».
Per lei l’isola è stata anche il ritiro romantico del suo amore con Marco Tardelli.
«Io ho scoperto l’isola grazie a Marco, dieci anni fa, ed è stato un colpo di fulmine. Ma lui era terrorizzato che a me non piacesse, troppo spartana e solitaria rispetto a Capri dove sono cresciuta».
Spartana? Direi molto mondana, esclusiva.
«La verità è che a Pantelleria ci sono tutti per circa 10-15 giorni ad agosto tutto il resto del tempo è un’isola fuori dal mondo. In ogni caso devi decidere che vuoi incontrare qualcuno perché non esistono luoghi di ritrovo o di struscio. L’unica socialità è nelle case».
Chi frequenta?
«Carole Bouquet e il suo gruppo di amici francesi. Lei ama l’isola e ha creato una cantina di vini con un passito di grande qualità. Cosa avrei dato per esserci, ma non ero nata, quando Gabriel Garcia Marquez venne qui per scrivere un suo libro, assistendo a luglio all’allunaggio da una piccola tv nel bar centrale di Pantelleria».
A proposito di televisioni, come è andato questo anno sabbatico senza programmi da condurre?
«Ho fatto capolino in TV sulle reti Mediaset come ospite, è stata un’esperienza divertente andare in onda “leggera” senza il peso della trasmissione sulle spalle. Per 15 anni ho fatto il direttore d’orchestra e trovarmi a fare la solista è stata una novità. Dopodiché è stato un anno di grande riflessione naturalmente, perché come sai quando all’improvviso si ferma la giostra, sei costretto a guardarti dentro e ho tirato fuori dal cassetto dei progetti che non avevo mai avuto tempo di affrontare».
Tipo?
«Sono diventata portavoce di Change the World model UN, una straordinaria occasione per i giovani che possono entrare in contatto con le istituzioni internazionali. 10mila ragazzi ogni anno. Un’intera generazione che viene educata al dialogo e al rispetto dell’altro per affrontare le sfide globali. In un mondo dove è scomparso il buon senso e la buona educazione loro imparano l‘arte della mediazione e del confronto civile e costruttivo. Ma la pausa è stata importante anche nel privato, mi ha un po’ ricentrata. Ho avuto un rapporto diverso con i miei figli che ho sempre seguiti ma con l’ansia di una donna che fa mille cose. Abbiamo avuto più tempo, più “lento”.
L’anno che verrà in Tv, la vedremo?
«Ci sono dei progetti in cantiere quello che so è che sono in un’età della vita in cui devo fare cose che mi somigliano e in cui credo».
È vero che sta scrivendo un libro?
«Si, lo covavo da 10 anni e mi ha convinto Elisabetta Sgarbi a cimentarmi in questa impresa. Non è facile perché parlo di mia madre e avevo mille paure».
Annamaria Palermo, una grande sinologa.
«Una grande madre non convenzionale che mi ha insegnato a essere fiera, indipendente e autonoma. Lei andò in Cina a lavorare e lasciò me e i miei fratelli a Napoli. Da una parte è stato il mio problema e io sono stata molto diversa da lei con i miei figli. La sua libertà ce la ha imposta e ho dovuto a fare pace con la paura dell’assenza. Quando sei piccola vuoi una mamma con il tailleur che ti viene a prendere a scuola volevo una mamma normale e solo da adulta ho capito che privilegio era che non lo fosse. Quando sono diventata adulta per me è stata una spalla fondamentale. L’anno che ho conosciuto Marco, mamma si è ammalata».
Racconta questo addio nel libro?
«Non posso anticipare molto. Certo è che in quegli 11 mesi che ci rimanevano dal giorno terribile della sentenza dei medici ci siamo raccontate e lei mi ha consegnato pezzi di sé, storie familiari. Ho affrontato tutto questo e la perdita con Marco al mio fianco cosa che dà al nostro legame una forza speciale».
Quindi fermarsi ne è valsa la pena?
«In questo anno di pausa mi sono fermata e ho lavorato su di me. Ho riscoperto Myrta».