Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 27 Sabato calendario

Romina Power parla di sé

“Io ho la convinzione che Ylenia sia da qualche parte nel mondo. Vorrei che si dicesse che sua madre la sta ancora aspettando, la sta ancora cercando e la accoglierà a braccia aperte, senza giudizi”. È il momento in cui il sorriso si spegne e la voce si incrina. Per quasi un’ora Romina Power, ospite al Filming Italy Sardegna, alterna battute, autoironia e ricordi, scherza sulla sua carriera, sul Festival di Sanremo, sulla televisione di oggi e perfino su se stessa. Ma quando il discorso arriva a Ylenia – scomparsa a New Orleans tra la fine del 1993 – tutto cambia. La cantante torna anche sulla recente intervista televisiva che ha riacceso l’attenzione sulla figlia scomparsa e racconta di aver scelto di non guardarla, seguendo proprio il consiglio dei figli.
È solo uno dei tanti passaggi di un incontro che procede tra leggerezza e intensità. Romina ride spesso, si prende in giro, racconta aneddoti con grande umorismo, ma quando affronta gli affetti più profondi o la famiglia il tono diventa improvvisamente raccolto. “I miei figli mi hanno impedito di vedere quella puntata di Dominica in (in cui Al Bano raccontava la sua verità ndr.). Quel pomeriggio eravamo con il mio nipotino Axel, il figlio di Romina. Ero con Cristel e non sapevamo niente. Poi abbiamo saputo e loro mi hanno detto: “Non guardarla”. E io ho ubbidito ai consigli dei figli. Vedi? Bisogna ascoltarli. Mi hanno detto che era tremenda”. Poi arriva la domanda che la emoziona più di tutte. “Su Ylenia si sono dette mille cose. Io ho la convinzione che lei sia da qualche parte nel mondo. Vorrei che si dicesse che sua madre la sta ancora aspettando, la sta ancora cercando e la accoglierà a braccia aperte, senza giudizi”.
Se nella masterclass poco prima aveva parlato a lungo del cinema italiano che avrebbe amato fare invece di quello che l’ha strappata dalla scuola a 13 anni, fatto dei grandi maestri anni Sessanta, Antonioni, Fellini e gli altri, è inconsapevole di essere in una lunga scena della serie di Marco Bellocchio Portobello, che rende omaggio al Festival di Sanremo del 1984 facendo cantare Ci sarà come simbolo di un Paese che, almeno per qualche minuto, sembrava ritrovarsi unito. “Appena ho sentito Ci sarà mi è piaciuta moltissimo – racconta Romina – Diceva: “Ci sarà una storia d’amore, un mondo migliore”. Lasciava una speranza. Mi è piaciuta dal primo ascolto, a differenza di Felicità”. Quando le si chiede se allora percepisse di rappresentare, insieme ad Al Bano, qualcosa che teneva unito il Paese, scuote la testa. “No. Non potevo sentirmi così importante”.
Anche il Festival di Sanremo, nell’immaginario collettivo uno dei luoghi simbolo della sua carriera, nei suoi ricordi assume tutt’altro significato. “Per me Sanremo era un incubo. Non mi è mai piaciuto andarci in gara. C’era una pressione enorme. Non avevi tranquillità da nessuna parte, nemmeno in camera, perché ti chiamavano a tutte le ore”. Il motivo è semplice. “Io non ho mai concepito la canzone come una competizione. Per me la musica serve a unire gli artisti, non a dividerli. Ognuno ha la propria sensibilità: come si fa a dire che una canzone vale più di un’altra?”. Le piacerebbe tornare senza stress: “Come ospite, sì. In gara no, ho già dato abbondantemente. Anzi, oggi mi piace di più guardarlo in televisione. È bello stare lì… e criticare gli altri”, dice ridendo. La stessa leggerezza torna quando si parla di Al Bano e dei due concerti annunciati per l’estate. “Per quest’anno saranno gli ultimi due, in Austria e in Polonia. Poi vedremo l’anno prossimo”. E sul rapporto professionale di oggi non ha dubbi. “Sul palcoscenico andiamo sempre d’accordissimo. Non c’è nemmeno il tempo di litigare: il concerto dura solo due ore”.

Se le si chiede quale sia stato l’incontro che ha cambiato davvero la sua vita, Romina non cita il cinema, la musica o i tanti personaggi straordinari incontrati lungo il suo percorso. “I miei figli. Sono stati loro l’incontro fondamentale della mia vita. Loro ascoltano me, ma io ascolto tantissimo loro. Ogni figlio ha qualcosa da insegnarti. Continuo a imparare da loro ogni giorno”. Tra i tanti linguaggi che pratica oggi, la scrittura occupa un posto speciale. “Per me scrivere è uno sfogo. Quando scrivi nessuno ti interrompe, puoi andare a ruota libera.” Sorride raccontando di avere ancora tantissimi progetti. “Ho tante storie nella testa. Forse gli anni che mi rimangono non basteranno per scrivere tutto quello che vorrei”.
Il nuovo libro, Pensieri profondamente semplici, nasce dal desiderio di evitare la classica autobiografia. “Non volevo scrivere la solita storia che parte dall’inizio della vita e va avanti in ordine cronologico. Alcune autobiografie sono davvero noiose, quelle romanzate ancora di più. Così mi sono chiesta: cosa scriverei per la A? E per la B? E per la C? È nato così l’alfabeto”. Non tutte le lettere sono presenti. “Alcune mancano, altre ritornano più volte. C’è la S di sesso, la S di spiritualità, la S di speranza…”.
Accanto alla scrittura continua a coltivare la pittura e guarda già al prossimo progetto editoriale. “Finalmente ho convinto un editore coraggioso a pubblicare una raccolta delle mie poesie. E forse scriverò anche un musical.” Quando qualcuno scherza chiedendole se dentro ci sarà anche Felicità, la risposta è immediata. “Per carità di Dio, no!”. Ripensando alla propria carriera, confessa che oggi farebbe una scelta diversa. “Se rinascessi studierei regia. Ti dà molta più soddisfazione che fare l’attrice. L’attore ha tanti tempi morti, deve sottostare alle scelte del regista, magari lui sceglie una scena che a te non piace e non hai il controllo della situazione. La regia, invece, è molto più creativa”.
Anche il cinema che avrebbe voluto vivere appartiene a un’altra stagione. “Avrei voluto far parte del neorealismo italiano. Quello, per me, era il grande cinema. Sono nata troppo tardi”. Alla tredicenne che veniva prelevata da scuola per andare sui set direbbe quasi di cambiare strada. “Se pensi di entrare nel grande cinema… scordatelo”. Poi però si corregge con un sorriso. “Oggi ho ritrovato quella ragazzina. Adesso sono libera. Posso realizzare tutti i miei sogni e continuo a farlo un po’ alla volta”.
Le mostre di pittura, i libri, la poesia e i nuovi progetti sono il modo con cui continua a reinventarsi. “Quest’anno farò diverse mostre. Continuo a dipingere, continuo a scrivere. E finalmente posso fare quello che ho sempre desiderato”. L’ironia è il filo che attraversa la conversazione: Romina Power non si prende mai troppo sul serio, a partire dalla bellezza: “Tutta questa bellezza, francamente, io non l’ho mai vista”, dice sorridendo. “Davvero. Quando avevo appena iniziato a recitare mi stupivo perfino che la gente mi riconoscesse per strada”.
L’ironia non cambia quando si parla di tv. Le viene chiesto se accetterebbe ancora di fare la giudice in un talent, tipo Ballando con le stelle, appunto: “Una volta mi chiamarono a fare la giudice. È durata una sola stagione, perché io davo il massimo dei voti a tutti. Non me la sentivo di bocciare qualcuno. Ma chi sono io per giudicare un’altra persona?” L’unica eccezione, scherza qualcuno, potrebbe essere il ballo. “Io adoro ballare. Salsa, tango… ma giudicare gli altri proprio no”. Ripensando a Canzonissima, osserva come la televisione sia profondamente cambiata. “Quella di oggi è molto diversa. Una volta il cantante arrivava, cantava e se ne andava. Adesso racconta tutta la sua vita. Forse non dovrebbe chiamarsi Canzonissima, ma Personaggissime”. Ha visto anche la nuova versione di Sandokan. “Dal punto di vista visivo mi è sembrata bellissima, molto più curata della nostra. Oggi l’intelligenza artificiale aiuta tantissimo e rende possibili scene davvero spettacolari”. L’autoironia, racconta, non è qualcosa che ha imparato col tempo. “Credo di averla presa da mia madre. Era molto ironica, molto divertente. Aveva un grande senso dell’umorismo. Anche mia sorella è così. È una cosa che ti salva la vita”