repubblica.it, 27 giugno 2026
Torna al potere il “fujimorismo” ma il Perù non dimentica
Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore peruviano Alberto Fujimori, ha ufficialmente vinto le elezioni presidenziali e sarà la prossima presidente del Perù. Le elezioni si sono svolte il 7 giugno e, anche se lo scrutinio dei voti non è ancora terminato, il vantaggio di Fujimori sul candidato di sinistra Roberto Sánchez, seppur risicatissimo, è ormai considerato irreversibile. Con poco più di 40.000 voti di scarto, Keiko Fujimori sarà proclamata presidente il prossimo 28 luglio, riportando il “fujimorismo” al potere dopo 26 anni.
Il piano Fujimori
La politica eredita un passato ingombrante: suo padre Alberto Fujimori ha governato il Perù dal 1990 al 2000 ed è stato una delle figure politiche più controverse della storia recente latinoamericana. Anche se ancora oggi una buona parte della società peruviana lo sostiene, durante il suo governo sono stati commessi atroci crimini e numerose violazioni dei diritti umani. Tra questi, ce n’è uno che molti peruviani non gli hanno mai perdonato e che pesa particolarmente sull’immagine della figlia: nel Paese tra il 1996 e il 2000 almeno 300.000 donne, soprattutto contadine e indigene, sono state sottoposte a sterilizzazioni forzate nell’ambito di un programma segreto promosso dal regime di Alberto Fujimori. Secondo le accuse rivolte all’ex presidente, il piano mirava a ridurre drasticamente la crescita della popolazione indigena, povera e marginalizzata. Le sterilizzazioni si sono concentrate nelle zone rurali e a maggioranza indigena del Paese e sono andate avanti indisturbate per anni.
“Il regime mi ha fatto legare le tube”
Tra le province più colpite c’è stata quella contadina di Anta, nel dipartimento di Cusco, proprio alle porte di Machu Picchu. Doris Guayparima Chico Barucho ha 54 anni, porta i lunghi capelli neri raccolti nelle tipiche trecce delle donne andine. Ha lo sguardo pieno di dolore ma fiero, mentre alza il pugno al cielo e dice: “Nel 2000, il regime di Fujimori mi ha fatto legare le tube. Io oggi pretendo giustizia, per me e per tutte le mie compagne”. La testimonianza di Doris è straziante e, purtroppo, simile a quella di altre migliaia di donne che hanno vissuto la stessa traumatica esperienza. “Un giorno avevo l’influenza e sono andata al centro medico del mio paese – ricorda – È arrivata l’ambulanza e il personale medico mi ha detto di andare con loro, che mi avrebbero aiutata”. Doris racconta di essere salita sull’ambulanza insieme ad altre cinque donne e che i medici e gli infermieri le hanno fatto indossare un camice verde, per poi farla sdraiare sul tavolo operatorio.
“Non ci spiegavano niente – sostiene – Quando noi cercavamo di chiedere spiegazioni ci zittivano. Io all’epoca parlavo solo quechua (lingua tipica dei popoli andini), parlare spagnolo mi faceva paura”. La donna racconta di essere entrata nel centro medico alle 9 del mattino e di essere uscita da lì solo alle 8 di sera, buttata per strada dai medici e dagli infermieri. Nessuno le aveva detto cosa fosse successo, poi toccandosi aveva solo capito di essere stata operata e che aveva dei grossi tagli, dolorosi, sull’addome. Quando, tre giorni dopo, aveva fatto ritorno al centro medico chiedendo cosa le avessero fatto, l’infermiera le aveva risposto di non lamentarsi e anzi che avrebbe dovuto ringraziare Alberto Fujimori perché la stava aiutando. “Ci hanno trattato come animali – dice oggi tra le lacrime – Solo perché siamo contadine, questa è la nostra unica colpa, ma noi siamo esseri umani. Dopo che mi hanno legato le tube mio marito mi ha buttata fuori di casa dicendo che non servivo più a niente, ho passato tante notti per strada. E oggi, come conseguenza dell’operazione, ho il cancro all’utero”.
La battaglia dell’attivista
Le sterilizzazioni forzate per anni sono state raccontate come una leggenda, che passava di bocca in bocca tra le Ande peruviane. Fino a quando si è scoperto che non lo erano affatto, e che anzi facevano parte di un piano statale con numeri di donne da sterilizzare obbligatoriamente in varie zone del Paese. Numeri inviati dallo Stato agli ospedali pubblici e che andavano rispettati. La prima persona a credere alle testimonianze delle sopravvissute è stata Hilaria Supa, dirigente e politica peruviana dalla storia incredibile. Oggi ha 68 anni e ha lottato per tutta la sua vita. Attivista, dirigente contadina, si è opposta in prima persona al fortissimo razzismo di cui soffrono le comunità contadine e indigene in Perù, arrivando fino al Congresso peruviano.
Supa negli anni in cui il governo di Fujimori stava portando avanti il piano segreto delle sterilizzazioni forzate, era dirigente della sua comunità e della Federazione di donne contadine di Anta, a Cusco, e decise di iniziare a raccogliere le testimonianze delle sopravvissute. Da allora non ha mai smesso di portare avanti questa battaglia e di richiedere giustizia per loro. “Quello che è stato fatto in quegli anni è stato gravissimo – dice – Ha avuto conseguenze devastanti sulle vittime. Non solo hanno proibito loro di avere figli, ma ci sono state conseguenze terribili anche sulla loro salute: hanno calpestato, schiacciato e violato i corpi delle donne”.
Il tabù e le discriminazioni
Per molti anni il caso è stato un tabù in Perù e nonostante la gravità del crimine e l’enorme numero di vittime, non c’era grande dibattito pubblico su quanto accaduto. Le sopravvissute hanno sofferto una enorme discriminazione nelle proprie comunità e, nella maggioranza dei casi, anche da parte dei propri familiari. Diverse donne sono morte a causa delle condizioni in cui sono state operate e altre, ancora oggi, patiscono le conseguenze della procedura medica, che veniva realizzata senza rispettare nessuna norma sanitaria, con decine di donne ammassate in una stanza, usando attrezzi non disinfettati o sporchi e senza nessun tipo di visita successiva. “È importante chiedersi perché è successo? Qual è stato l’obiettivo? Perché l’obiettivo concreto di questo piano segreto non erano le donne dei quartieri ricchi di Lima. Erano donne indigene, povere e di zone marginalizzate”, spiega Rocío Silva-Santisteban, scrittrice e politica peruviana. “Sono state colpite donne provenienti dalla campagna, analfabete, con difficoltà di accesso alla salute e all’istruzione. A cui non raccontarono nulla di quello che stavano per fare loro e che sono state trattate senza alcuna umanità, come se fossero animali”, conclude.
La giustizia per le vittime
Per ora, nonostante a richiedere giustizia per le sopravvissute ci siano diverse associazioni e avvocate, per la maggior parte delle vittime non c’è stata giustizia e non sono stati condannati i responsabili. Né ci sono state scuse o risarcimenti da parte dello Stato peruviano. Ma negli anni ci sono state diverse sentenze da parte di organi internazionali a favore delle sopravvissute, di cui alcune molto importanti. Come quella pronunciata dall’Onu nel 2024, che dava ragione alle vittime e che esigeva allo Stato peruviano di elargire una compensazione economica e aiuto psicologico e medico per le sopravvissute. O come quella dello scorso marzo in cui la Corte Interamericana de Derechos Humanos ha condannato lo Stato peruviano per la morte di Celia Ramos Durand, avvenuta nel 1997 durante una sterilizzazione forzata operata dai medici, senza il consenso della donna. Un’altra delle zone più colpite è stata la provincia di Chumbivilcas, nel sud del Paese.
Le sopravvissute
Tra le sopravvissute che ancora oggi si riuniscono per chiedere giustizia c’è Domitila Abrigo Mendoza, una donna minuta, vestita con i tipici vestiti delle Ande e con un viso dai tratti delicati e bellissimi. Domitila racconta, con le lacrime agli occhi, di essere stata sottoposta alla sterilizzazione forzata dopo la nascita del suo quarto figlio, quando aveva 26 anni. “Sono andata in ospedale per fare i controlli di routine al mio bambino, che allora era neonato – ricorda – Quando sono arrivata i medici hanno iniziata a insultarmi, dicendo che avevo troppi figli e che rappresentavo solo una spesa per lo Stato peruviano. Senza dirmi altro mi hanno portata a forza in uno stanzone, nonostante io cercassi di scappare, dove c’erano materassi sporchi di sangue e tantissime donne buttate sopra: alcune stavano agonizzando”.
Dei minuti successivi la donna non ricorda nulla, ricorda solo del fortissimo dolore al ventre al momento del risveglio e di essere stata lasciata per strada dai medici il mattino dopo, quando ancora non riusciva a camminare. Per anni Domitila non ha avuto idea di cosa le avessero fatto quel giorno i medici, solo molto tempo dopo le è stato spiegato che non avrebbe più potuto avere figli perché l’avevano sterilizzata senza il suo consenso. “Siamo state discriminate per tutta la vita per quello che ci hanno fatto – assicura – Alcune di noi sono morte, e tutte soffriamo dal giorno dell’operazione. Ancora oggi continuiamo a lottare e non smetteremo fino a quando non otterremo giustizia”.