la Repubblica, 27 giugno 2026
Intervista a Mietta
Mettiamo in fila le occasioni perdute? Non accettò di condurre Domenica in, non fece il provino con Pierce Brosnan per fare la Bond girl: poteva diventare una star. Mietta ride: «All’epoca, quando Pippo Baudo mi propose il programma, non avevo la testa per condurre una trasmissione così importante. Ero una bambina. Oggi sì, potrei fare qualsiasi cosa. Mi metto alla prova e mi diverto. Bond girl? Ogni volta che andavo ospite al Maurizio Costanzo show» dice la cantante, «il produttore di 007, Albert Broccoli, contattava il mio agente. Ma avevo il terrore di volare, sa quale è la cosa peggiore nella vita? La paura della paura. E io soffrivo di attacchi di panico». Daniela Miglietta, nome d’arte Mietta (scelto dal maestro Claudio Mattone), ha pubblicato il singolo Mille bugie e l’album in vinile Per avere me; dalla fine di luglio l’aspetta un’estate di concerti.
Felice di ritrovare il pubblico?
«Felicissima. Mi defilo quando non riesco a raccontare le cose o ho poco da dire. Ma la musica è la mia vita, con la musica raggiungi tutti».
Al disco ha collaborato anche suo figlio, Francesco Ian e il suo ex compagno, il chitarrista Davide Tagliapietra.
«È stato bello lavorare insieme, per mia fortuna il rapporto con Davide, papà di Francesco, è ottimo. E con mio figlio c’è un legame molto forte, simbiotico. Lo so, sono la madre, ma è un ragazzo perspicace, dotato di una bella intelligenza creativa».
Ha l’aria di una donna determinata. Invece si è confrontata con gli attacchi di panico.
«Sono stati i miei compagni di vita, poi all’epoca erano tabù. I discografici si raccomandavano di non parlarne, di non mostrare la fragilità. Chi non ne ha mai sofferto, non sa come ti condizionano. Ho fatto terapia per anni e mi sono fatta aiutare. Oggi sto bene ma non sai mai se possono tornare. Però, sotto un certo aspetto, mi hanno insegnato qualcosa e mi hanno permesso di essere migliore».
In che modo?
«Impari a non giudicare. Siamo in una bolla di cui non conosciamo le misure, non sai mai la sofferenza della persona che hai davanti, quale equilibrio potrebbe rompersi. Io, per esempio, nel 1991, a Sanremo mi paralizzai; mentre cantavo Dubbi no sentii metà del corpo che si irrigidiva».
È stata dura?
«Sono passata dagli attacchi di panico alla bulimia, una psicologa sessuologa mi ha aiutato per sette anni. Poi ho preso consapevolezza della mia bellezza interiore: vuol dire capire che non sei sbagliata. Negli anni ho imparato che le persone devono essere sé stesse. Ho scritto Per avere me, e mi rappresenta moltissimo: canto quello che ho provato. La paura della paura, quella di vivere. È stato terapeutico. Sa, infine, chi mi ha aiutato a stare bene? Gli uomini deficienti, che dopo di me hanno fatto scelte opinabili: ho capito che non ero io quella sbagliata».
La bellezza che ruolo ha avuto?
«Per le immagini del disco ha deciso mio figlio. Quando vedo le mie foto a venti anni mi vedo bella, ma all’epoca non pensavo di esserlo. A cinquanta anni suonati, mi dico: perché non devo tirare fuori la bellezza? La donna deve ricordarsi di essere bella, conta anche quello. Ed è importante che ce lo dicano». Che adolescente è stata?
«Visionaria, romantica. Una zingara. Andavo in giro scalza per le strade di Taranto, la mia città. Una ribelle, senza esagerare. Tornavo alle 4 del mattino perché andavo a ballare, ma mai fatto uso di droghe. Avevo la comitiva, ero una ragazzina abbastanza responsabile. Amavo cantare: chiudevo le tapparelle e vai con Annie Lennox, Michael Jackson. Sognavo di andare al Festival di Sanremo e di incontrare l’uomo della mia vita».
In “Per avere me” canta: “Ho sognato di sposarmi, una volta almeno/ Scalza su una spiaggia oppure sopra un treno. Ho scommesso tutto/ e a volte ho perso. Rischiato di cantare Almeno tu nell’universo”.
«È tutto vero. Con Mia Martini c’era un legame forte, avevamo la stessa casa discografica. Nel 1989 a Sanremo si aggiudicò il Premio della critica con Almeno tu nell’universo. Io vinsi nella categoria “Nuove Proposte” con Canzoni. La sera parlavamo, essendo più grande, mi raccontava le sue storie con una dolcezza, una grazia. Sono ricordi che tengo per me».
Nel 1990 è terza al Festival tra i Campioni con Amedeo Minghi: “Vattene amore” diventa un tormentone. Il successo a venti anni l’ha travolta?
«Minghi è una persona stupenda, ancora ci sentiamo. A venti anni fai molta fatica a gestire la popolarità, un po’ mi vergognavo e un po’ avevo paura. All’epoca abitavo con il mio fidanzato Antonello, che non c’è più, a Livorno, dove c’era un mercato. Ho dovuto cambiare casa. Troppa pressione. Andavo in giro con un cappellino in testa, quasi per nascondermi».
Solo ansia, possibile neanche un briciolo di felicità?
«Ero anche felice, ricevevo lettere meravigliose. A casa di mia madre c’era sempre un bidoncino pieno, stracolmo di lettere. Ma non è stato un momento facile da gestire».
Sua madre era orgogliosa?
«Per mamma, timidissima, era un incubo. Non raccontava in giro di essere mia madre».
Nel 2021 ha partecipato a “Ballando con le stelle”, e scoppiò la polemica sul vaccino anti-Covid. Si ammalò e non era vaccinata. Ha più incontrato Selvaggia Lucarelli, vi siete chiarite?
«Mai più vista, ma se ne parlò tanto all’epoca. Per giudicare ci vuole un attimo, sui social fui massacrata. Non mi ero vaccinata per paura».
Ha ballato con Kevin Spacey a “Minimarket”.
«Di recente hanno mandato su Rai 2 proprio il ballo tra me e Kevin. È stato carino, simpatico, molto gentile. Su un taccuino mi ero preparata una lista di frasi in inglese, le avevo un po’ imparate. Sono riuscita a dirgli solo: “Nice to meet you”. Troppa paura di sbagliare».