Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 27 Sabato calendario

Le origini della risata

All’improvviso nella giungla scoppiò una risata. Sono passati 15 milioni di anni da allora. La specie umana era ancora di là da venire, figuriamoci la sua capacità di parlare. Tra le fronde si muovevano dei primati non troppo diversi da quelli di oggi e il loro ah ah ah era rigido, un ansimare a ritmo regolare.
«Ma era l’inizio di una storia. Attraverso l’evoluzione della risata possiamo ripercorrere l’evoluzione dell’uomo, fino a quel perfezionamento fonetico che sarà poi il linguaggio» spiega Chiara De Gregorio, primatologa dell’ateneo di Warwick. Nel suo studio su Communications Biology ha ricostruito il percorso evolutivo del ridere osservando orango, gorilla, scimpanzé, bonobo e esseri umani. L’ilarità di una specie, infatti, può dirci molto sulla sua intelligenza.
 
Cosa c’era da ridere 15 milioni di anni fa?
«C’era da giocare. Immaginiamo due cuccioli che fanno la lotta e ridono. Quel messaggio vuol dire: va bene, non mi stai facendo male, mi sto divertendo. Se uno dei due smette di ridere, l’altro deve capire che è ora di fermarsi. È un gioco, ma dentro ci sono tutti i trucchi della vita sociale che permetteranno di cavarsela da adulti».
Oggi perché si ride nella giungla?
«I primati ridono per due motivi. Quando giocano e quando qualcuno gli fa il solletico. Amano molto farsi il solletico, ma solo fra parenti e amici stretti. I primati non sono nemmeno gli unici mammiferi a ridere. Anche i cani scoprono i denti quando si azzuffano per scherzo. Il significato è lo stesso: dai voglio continuare, non mi stai facendo male».
Come si fa a studiare l’evoluzione della risata, visto che non lascia tracce?
«Osservando come cambia il modo di ridere in specie più e meno evolute. In orango e gorilla il ritmo degli ah ah ah non varia mai. Specie dalla socialità più complessa, come scimpanzé e bonobo, ridono in modo leggermente più rapido. I loro suoni sono meno regolari e riflettono i contesti diversi, i segnali variabili e più articolati che si vogliono trasmettere agli altri membri del gruppo».

L’essere umano può dirsi evoluto perché sa ridere in mille sfumature diverse?
«In milioni di sfumature diverse. C’è la risata sguaiata con gli amici al bar e quella più ingessata dei contesti formali. C’è la risata forzata, perché la battuta arriva dal nostro capo, e quella che sotto sotto vuol dire: guarda che non mi stai facendo ridere per niente. A volte piangiamo ridendo, abbiamo risate crudeli, amare, beffarde e siamo gli unici, ma raramente, perché l’ilarità è un comportamento sociale, a ridere anche da soli. Senza bisogno di parole, l’ilarità comunica moltissimo dei nostri stati emotivi e del nostro rapporto con gli altri membri del gruppo».
Oggi però parliamo molto più di quanto non ridiamo.
«Eppure il ridere resta un linguaggio universale che arriva anche dove le parole non riescono. Se vado in Papua Nuova Guinea, non capisco una parola ma posso usare il sorriso. Lo stesso vale per comunicare con i bambini piccoli. Magari abbiamo perso una persona cara, ma ricordiamo bene la sua risata. Sapremmo riconoscerla anche in mezzo alla folla».
Tutto questo lo avete scoperto misurando il ritmo dei singulti?
«Sì, e abbiamo visto che la nostra specie ha capacità massima di variare e di accelerare il ritmo. Perché in effetti solo noi sappiamo parlare? Perché riusciamo a muovere bocca, labbra, lingua in modo estremamente più articolato rispetto agli altri primati. Questo all’inizio si rifletteva sulla capacità di modulare tanti tipi diversi di risate. Poi la variabilità nel ridere è diventata il trampolino di lancio verso lo sviluppo del linguaggio».
Sapendo ridere, anche se in modo più fisso, i primati potranno sviluppare un linguaggio?
«I primatologi in passato le hanno provate tutte. Hanno preso dei cuccioli di scimpanzé e li hanno cresciuti in casa con dei bambini. Li esponevano agli stessi stimoli, gli mettevano perfino il pannolino. Ma no, i primati non sono mai riusciti a imparare a parlare. Il motivo va cercato nella capacità di muovere l’apparato fonatorio. Come è incapace di generare risate diversificate, è anche incapace di pronunciare parole».

Come siete arrivati a datare la prima risata a 15 milioni di anni fa?
«È una data già suggerita da altri primatologi. Abbiamo messo su un albero genealogico la variabilità del riso dei cinque primati. Ripercorrendo i rami a ritroso abbiamo incontrato l’antenato comune di tutti i ridenti, vissuto appunto 15 milioni di anni fa».