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 2026  giugno 27 Sabato calendario

Intervista a Marion Cotillard

«Buongiorno, ci conosciamo?». Marion Cotillard e Guillaume Canet scherzano, si sorridono, si danno la mano come a presentarsi. La più celebre coppia del cinema francese ha annunciato la separazione un anno fa, dopo 18 anni, due figli e vari film insieme. Eppure all’ultimo Festival di Cannes si sono riuniti per presentare Karma, scritto e diretto da lui per rendere omaggio al loro amore e «al talento di Marion, una delle migliori interpreti al mondo». Per l’attrice francese, premio Oscar per La vie en rose di Olivier Dahan nel 2008 e volto di successi internazionali come Inception di Christopher Nolan o Midnight in Paris di Woody Allen, è iniziata una nuova fase con i 50 anni anche se la sua bellezza sembra imperturbabile ai cambiamenti. Lo scorso autunno è approdata nel cast hollywoodiano della serie The Morning Show con Jennifer Aniston, alla 4a stagione su Apple Tv: è un’affascinante e spregiudicata donna di potere europea. Dopo anni di lontananza dall’America, dov’è stata chiamata spesso dopo l’Oscar, sta per avere una stella sulla celebre Walk of Fame di Los Angeles e si parla di una sua parte accanto a Tom Cruise in Broadsword, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale.
Intanto gira film in Francia e, sul piano artistico, resta complice e musa dell’ex compagno. «Per alcuni anni mi sono dedicata soprattutto ai nostri figli (Marcel di 15 anni, e Louise di 9, ndr)» spiega l’attrice, che sulla Croisette ha portato anche un altro titolo, Roma elastica di Bertrand Mandico. «Guillaume ha voluto creare per me un ruolo diverso da tutti quelli che ho interpretato finora».
Karma è un thriller la cui protagonista, Jeanne, vive in Spagna con un uomo argentino e passa i pomeriggi con un bambino del quale si dice madrina. Quando il piccolo scompare, però, viene sospettata di omicidio dalla polizia e decide di tornare nella comunità religiosa dalla quale era fuggita dopo anni di abusi. «Sono attratta dai personaggi complessi e, se hanno un lato oscuro, evito io stessa di spiegarmelo per poterne rendere il mistero».
Intensa sul grande schermo e timida nella realtà, Marion Cotillard cresce in una famiglia di artisti e appare, fin da bambina, in un paio di titoli per la tv e in commedie portate a teatro dal padre Jean-Claude, attore e regista, e dalla madre, Monique Theillaud. Da piccola gioca a essere Greta Garbo, l’idolo materno. Si diploma al Conservatorio d’arte drammatica di Orléans ma, a vent’anni, aderisce a Greenpeace per dedicarsi alle battaglie ecologiste. «Mi sono sempre sentita diversa dagli altri. Solitaria. Gli amici mi prendevano in giro: “Farai formaggi con il latte delle tue capre”, perché mi vedevano come una specie di hippy capace di vivere in campagna e pure senza l’elettricità». È la recitazione a farla uscire dal guscio. A 23 anni viene nominata ai Césars, gli Oscar francesi, per Taxi, primo film di una saga sceneggiata e prodotta da Luc Besson. A 28 il regista Tim Burton la dirige in Big Fish (2003) e da quel momento la strada è spianata, anche se la grande svolta arriverà con il ruolo di Édith Piaf ne La vie en rose.
Un film scritto per lei: che effetto le fa?
«Sarò sempre grata a Guillaume per questo regalo. Ammiro il suo talento eclettico, i suoi film che spaziano dalla commedia al dramma, la sua umanità. E fra le molte idee che mi ha sottoposto, di cui abbiamo parlato per mesi, mi ha colpito Karma perché racconta una donna apparentemente fragile, che scopre una grande forza quando si trova ad affrontare i traumi del passato».
Avete lavorato insieme nonostante la separazione. È stato difficile trovare un nuovo equilibrio?
«A dire la verità no, perché ci stimiamo moltissimo e abbiamo ancora il desiderio di fare cinema insieme. Tra un regista e un’attrice si instaura sempre una relazione speciale e, in questo senso, nulla è cambiato per noi, anzi. È il mio sesto film con la sua regia ma il primo costruito su misura per me».

Qui appaiono anche i vostri due figli. Siete molto riservati sulla vita di coppia e di famiglia: come siete arrivati a questa scelta?
«Ci sono molti bambini nel film, nella comunità religiosa che è al centro della storia. Marcel e Louise sono cresciuti con noi sui set e il desiderio di farne parte è venuto naturalmente. Lo capisco, anch’io sono figlia di attori. Marcel ha 15 anni e ha già avuto qualche ruolo. È molto motivato e al Festival di Cannes ha fatto il suo primo red carpet con noi. Louise ha una parte molto piccola».
E lei interpreta una donna traumatizzata. È stata candidata agli Oscar due volte per essersi calata in vite difficili: quella di Édith Piaf ne «La vie en rose», per cui ha ottenuto la statuetta, e quella della lavoratrice di «Due giorni, una notte» dei fratelli Dardenne (2014), destinata al licenziamento. Prova più empatia per i personaggi segnati da fragilità e dolore?
«Esplorare la sofferenza è la cosa più interessante per me: un modo per calarsi nei luoghi più oscuri, profondi e folli, dell’animo umano. Forse ne ho bisogno, è un modo per esorcizzare i miei fantasmi e liberare paure che altrimenti mi resterebbero intrappolate dentro».
Delle sofferenze di Édith Piaf, come ha raccontato all’epoca, non si è liberata per mesi.
«Vero, ho fatto molti viaggi sperando di dimenticarla. A Bora Bora, al Machu Picchu in Perù. Ho partecipato perfino ad antiche cerimonie sciamaniche.
Mi aveva toccato profondamente perché era stata abbandonata da bambina e temeva di restare sola. La vie en rose mi ha cambiato la vita, anche nel modo di lavorare: ho capito che dovevo far uscire un personaggio dalla mia testa fin dall’ultimo ciak, per questione di sopravvivenza, anche se oggi non so spiegare come ci riesco, non ho una tecnica precisa. Durante le riprese è inevitabile esserne assorbita, perfino i sogni notturni non sono più interamente i tuoi».
Chi le sta vicino lo percepisce?
«A volte mi cambia la voce, il modo di parlare».
Da ragazzina era molto timida: è questo che l’ha spinta a recitare?
«I miei genitori sono attori, sono cresciuta in questo ambiente ma la prima volta che ho sentito trasporto per la recitazione è stata a 11 o 12 anni, quando ho interpretato una portinaia nello spettacolo di una colonia estiva: mi colpì la sensazione che avevo provato, e desideravo ritrovare, ma anche l’effetto che fece ai miei compagni. Per anni credo di aver cercato fiducia nello sguardo degli altri, perché io non mi sentivo mai all’altezza. Ci è voluto tempo per capire che la realizzazione passa prima di tutto dalla stima di sé».
Oggi è una stella del cinema. Il successo l’ha aiutata in questo senso?
«Sono felice dei riconoscimenti ma se mi vedessi come una star non sarei più me stessa. Il tappeto rosso continua a mettermi agitazione. Mi sento leggera solo accanto ad attori amici, come Jean Dujardin o Gilles Lellouche».
Il secondo titolo che ha portato al Festival di Cannes è «Roma elastica» di Bertrand Mandico, ambientato nell’Italia degli anni 70 e 80, storia di un’attrice disillusa e in crisi che accetta di girare uno stranissimo film a Cinecittà. Uno di quei ruoli diversi dagli altri che le piace sperimentare?
«Quando ho letto la sceneggiatura ho avuto dei dubbi, poi ho guardato i lavori precedenti di Mandico e l’ho trovato un artista speciale. Il film è anche un omaggio alla libertà e creatività del cinema italiano dell’epoca. A Cinecittà se ne percepisce ancora l’atmosfera».
Ha diviso il set con attrici e attori italiani, tra cui Isabella Ferrari, Ornella Muti e Franco Nero. Com’è andata?
«Mi sono trovata benissimo, soprattutto con Isabella, e tutti interpretano meravigliosamente i personaggi un po’ folli di Roma elastica».
Qualche anno fa ha prodotto «Bigger than us», un documentario sui giovani che si battono per l’ambiente in varie parti del mondo. Ha altre produzioni in vista?
«Qualche idea c’è ma è presto per parlarne. Di sicuro l’ambiente è un tema che mi tocca».
Come sono le sue giornate quando non recita?
«Ho una vita molto piena, due figli di cui occuparmi. Sono famiglia e amici a dare senso alla mia vita».