Corriere della Sera, 27 giugno 2026
Intervista a Horacio Pagani
Clic-clac.
«No. Non è il suono che avevo in mente».
Clic-clac.
«Cambiatelo».
I telefoni si fanno bollenti tra Monterey, California, e San Cesario sul Panaro. Horacio Pagani segnala dagli Usa ciò che non lo convince. «Così non presento l’auto». È il 13 agosto 2024 e il deserto estivo della zona industriale modenese si ripopola. Non è una faccenda meccanica bensì musicale: «Va aggiustata la sinfonia». Del cambio. Lo scatto dei rapporti della Utopia Roadster che deve di lì a poco debuttare – per la cronaca, una supercar il cui costo base è 3 milioni di euro – non «suona» (cit.) a dovere. Dettaglio impercettibile anzi no, per il patron che di auto ormai leggendarie cura tutto, viti incluse. E che richiama in fabbrica ingegneri e operai per far riprendere il progetto.
La scena la racconta lui stesso quasi due anni dopo il lancio della Utopia Roadster. Il «visionario» arrivato dall’Argentina nel 1983 per fare l’operaio, insignito dal Politecnico di Milano di una laurea honoris causa in design & engineering, dopo essere entrato nell’Olimpo dei motori, da bambino aveva un sogno. «Costruire la macchina più bella del mondo». Lo racconta nella sua azienda a San Cesario sul Panaro, dove le hypercar nascono in officine tirate a lucido, tra sollevatori meccanici e parquet.
L’auto più bella l’ha poi costruita?
«Bisogna migliorarsi sempre».
Ha da poco tagliato il traguardo dei 70 anni.
«Sei adulto dai 60 ai 90, solo dopo sei anziano. Lo diceva anche mio padre fornaio».
Il suo bilancio?
«Ho fatto e faccio ciò che sognavo».
Del sogno ha parlato anche all’ingegner Giulio Alfieri per farsi assumere come operaio in Lamborghini.
«Avevo 27 anni. Ero arrivato in Italia senza lavoro. “Mi metta pure a lavare i pavimenti, io son qui per fare l’auto più bella del mondo”. Che sparata. Oggi sarei più cauto».
Il campione di Formula 1 Juan Manuel Fangio le scrisse cinque lettere di raccomandazione.
«Mi disse: negli anni ho preparato tante lettere di presentazione, queste sono raccomandazioni. Erano per Enzo Ferrari, Alfieri di Lamborghini, Carlo Chiti della Alfa, Alejandro De Tomaso, Enzo Osella».
Il gotha della motor valley modenese.
«A Casilda, in Argentina, arrivavano poche riviste di motori. In quelle poche si parlava di Modena. Ho deciso: andrò lì. Ventenne ottengo i colloqui grazie alle lettere di Fangio. Anno 1983. Arrivo in Ferrari, Enzo è malato: mi ricevono in quattro, conoscevano un’auto che avevo progettato con un amico e mi propongono di lavorare a quelle da corsa. Io però punto alle auto da strada, “no – rispondono – c’è la Pininfarina”. E mi fissano due giorni dopo l’incontro con Enzo Ferrari. Però alla stessa ora ho appuntamento in Lamborghini e, girando in autostop, da Ferrari non riesco ad andare. In Lamborghini mi prendono. Riparto per Casilda con la promessa di un impiego a Sant’Agata dopo sei mesi. Solo che poi arriva una lettera: spiacenti, il suo posto non c’è più».
Che botta.
«Con Cristina, appena sposati, non abbiamo detto niente a nessuno e siamo venuti ugualmente. Avevo 14 mila dollari sul conto».
E in Italia cosa fa?
«Il saldatore, il vivaista. Vivevamo in campeggio a Como dove c’erano alcuni parenti, ci spostavamo in bici. In Lamborghini poi mi prendono ma come operaio di terzo livello, il più basso (scalerà le gerarchie in pochi anni, ndr)».
Aveva in mente altro.
«Costruisco macchinine in legno di balsa da quando ero bambino, accanto a mia madre che stirava».
Poi è arrivato il «patto della torta negra».
«Davanti al forno di mio padre, a Casilda, c’era la fabbrica di mezzi agricoli della famiglia di un mio amico, Gustavo. Lui era goloso e avevamo un patto: io gli regalavo la brioche con lo zucchero scuro, lui mi portava in fabbrica. Insieme abbiamo costruito una bici, una Formula 2, l’auto da corsa che mi valse il contatto con Fangio».
Erano anni di dittatura.
«Con i desaparecidos. Dopo il diploma mi sono iscritto a Disegno industriale all’Universitad de la Plata, ma gli atenei erano posti di guerriglia e dopo un anno rimandarono a casa tutti. Fine del percorso».
Non del lavoro. Aveva la fissa delle «auto sartoriali».
«Dal 1998, cioè da quando è nata la Pagani Automobile, ne sono state prodotte solo 650. Su ognuna si lavora da uno a quattro anni».
Prezzo?
«Da uno a 15 milioni di euro circa. Una Zonda 5 Roadster nel 2010 è arrivata a 31 milioni di dollari».
Lei stesso ha parlato di cifre assurde.
«Hanno un senso se si pensa a cosa ci sta dietro. Ogni veicolo è omologato per tutto il mondo: significa tanti crash test con materiali costosi. Ognuna è composta da oltre 7 mila pezzi di cui 850 ricavati da blocchi di lega di alluminio e titanio dal pieno. Solo l’anima in metallo della leva del cambio richiede un mese di lavoro al pc sulle informazioni da dare alla macchina che in seguito, per sgrezzare, impiegherà almeno 28 ore».
Richieste strane?
«Una cliente ha voluto la carrozzeria a pelle di serpente, tre artiste hanno lavorato a mano per mesi. Con Bulgari abbiamo fatto una macchina puntellata di diamanti».
Non fate pubblicità.
«Nessun budget. Però le auto finiscono anche nei film: in Transformer ad esempio».
Chi sono i vostri clienti?
«Per 650 auto prodotte dall’inizio abbiamo circa 300 acquirenti, alcuni si ripetono. Nel 1999, quando una Zonda poteva costare l’equivalente di 300 mila euro, i clienti erano imprenditori sopra i 50 anni. Poi sono arrivati i quarantenni delle aziende tecnologiche. Ora l’età è più bassa».
Influencer, «riccanza»?
«Farsi troppa pubblicità non è nello stile di chi cerca le nostre auto. C’è chi lo ha fatto e lo fa, ed è libero, ma gli altri non l’hanno visto bene».
Qualche nome.
«Qualcuno è noto: Eddy Cue, vicepresidente di Apple, è affezionato».
Lewis Hamilton ha venduto la sua Zonda.
«Per passare all’elettrico. Guida la Ferrari, il motore a combustibile non può non piacergli...».
Con un’auto che costa 15 milioni di euro dove si va?
«In media le auto uscite da qui fanno 2 mila chilometri l’anno. Poi, per dire, negli Usa c’è un cliente che in 9 mesi è arrivato a 20 mila miglia».
Lista d’attesa?
«Anche 4-5 anni».
È vero che ha ricomprato auto che aveva venduto?
«Sì. E sono auto che si rivalutano fino a 17 volte».
Per Horacio Pagani l’auto più bella qual è?
«Ne ho diverse in collezione, di case diverse».
Diplomatico. Cosa guida?
«Vado ovunque con una Toyota Alphard. Dicono sia bruttissima, in Italia ne gira solo una: la mia. È un van».
Ha un’auto elettrica?
«Una Lucid. Però a Milano, dove vivo in zona Corso Magenta, fatico a caricarla: in garage non c’è la colonnina. Quando abbiamo sondato i clienti sull’hypercar elettrica non abbiamo avuto ordini».
Numeri della sua azienda?
«Dipendenti 288, di cui 60 donne. Età media 35 anni. I giovani oggi sono brillanti ma più fragili: arriviamo da anni floridi e non si sono fatti la corazza. Chi è più esperto forma i nuovi, creando coesione. Siamo un po’ famiglia».
Lei la corazza ce l’ha.
«Chi ha visto la miseria vera si è temprato. Quando ero in Lamborghini producevamo due auto al giorno e la domanda era di quattro. Poi è arrivata la guerra del Golfo: il telefono ha smesso di suonare. Impari a stare in campana».
Il suo rapporto coi soldi?
«So che possono non esserci. Al ristorante guardo prima la parte destra (con i prezzi). Mi sono fatto dei regali, le auto mi piacciono di ogni genere: è una collezione. Nella vita amo girare in bici».
E con la Toyota.
«Altro che brutta. L’adoro».