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 2026  giugno 27 Sabato calendario

Intervista a Serena Dandini

Serena Dandini, chi è la sua madre costituente preferita?
«È difficile rispondere, perché tutte e 21 insieme hanno formato un coro polifonico. Da Lina Merlin, la più anziana, che è entrata in Parlamento con i guantini traforati, senza nessuna intenzione di trattare coi guanti i suoi, alla più giovane, Teresa Mattei, che il 25 giugno 1946 varcò il portone vestita di blu con i pallini bianchi: i giornalisti scrivevano “beata lei”, ma così beata non era, con un fratello suicida in carcere per non tradire i compagni e lei viva per miracolo dopo essere stata picchiata e violentata dai tedeschi».
La Storia l’hanno vissuta sulla pelle.
«Hanno portato in Parlamento i loro corpi. Sapevano cosa significava vivere dove le donne non potevano aspirare ai propri sogni, dove le tasse universitarie per loro costavano il doppio, dove gli stipendi erano diversi per contratto».
Serena Dandini, 72 anni, è tornata in libreria per Einaudi con Paura non abbiamo, saggio in cui racconta le donne che hanno fatto la Repubblica. Non si limita a passare in rassegna le nostre Madri Costituenti, ricordandoci come nell’articolo 3 della Costituzione, quello per il quale «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge», si deve a Lina Merlin la specifica fondamentale «senza distinzioni di sesso». Dandini ricorda anche le moltissime che hanno fatto cose straordinarie avvolte dal silenzio. Come Fernanda Wittgens, grazie alla quale oggi possiamo ancora amminare L’ultima cena di Leonardo da Vinci. E le pioniere, ciascuna a modo proprio: Mina con il figlio nato fuori dal matrimonio, Franca Viola che disse no al matrimonio riparatore, Gisèle Pelicot, con il processo a porte aperte per gli abusi subiti, che ha riportato l’attenzione su chi deve vergognarsi per quanto le è successo: non lei.
Possiamo considerare anche la sua zia Raffaella una madre della patria?
«Sì! Lei si è laureata in Architettura nel 1943. Non dimentichiamoci che per Mussolini le donne, tra le altre cose, non erano portate per l’architettura. Ricordo la sua faccia piena di soddisfazione e di gioia quando lavorava al tavolo da disegno. Quell’espressione mi ha insegnato che non devi mai rinunciare ai sogni».
Un’altra donna esemplare?
«Tina Anselmi: democristiana, fervente cattolica, e da ministra della Salute firmò la legge sull’interruzione di gravidanza. Esempio di grande donna di Stato che ha anteposto l’ascolto dei cittadini alle sue opinioni personali. Questa è la laicità dello Stato».
Davvero ha cambiato idea sulla festa della donna grazie a Teresa Noce e Teresa Mattei?
«Non sapevo che durante il fascismo fosse proibito festeggiarla. La scelta della mimosa fu fatta da loro, in contrasto con Luigi Longo che voleva la violetta. La mimosa, invece, era un fiore povero, si trovava facilmente sui campi. Per avere la meglio sul collega si inventarono una leggenda cinese sulla sorellanza».
Quale norma oggi le fa più rabbia?
«Quella che disciplina l’educazione sessuo-affettiva, subordinandola al consenso dei genitori. Quando decisero che l’istruzione doveva essere obbligatoria, mica chiesero il consenso dei genitori, magari contadini, che avevano bisogno dei figli nei campi».
Il primo atto di ribellione?
«Quando mi cambiavo nel bagno del bar di fronte a scuola per indossare minigonne e altri indumenti proibiti».
Da piccola sognava di essere Marianne Faithfull. Che effetto le ha fatto quando l’ha intervistata a «Parla con me»?
«Ero tornata dodicenne. Le confessai che per me era un’icona, ma lei rispose: “No, io sono una sopravvissuta”».
Su quel divano rosso si sono seduti da Tarantino a DiCaprio a Scorsese. Un «dietro le quinte» memorabile?
«Il primo ospite fu Almodovar: avevo rubato il titolo del programma al suo film Parla con lei. Una volta trasferimmo il famoso divano all’Hotel de la Ville, dove soggiornavano Matt Damon e Brad Pitt per promuovere Ocean 11. Era appena uscito Le conseguenze dell’amore, di Sorrentino, e li convinsi a lanciare il suo film con una loro battuta».
Kurt Cobain si suicidò un mese e mezzo dopo essere venuto da lei a «Tunnel».
«Non era colpa nostra! Il merito dei Nirvana a Tunnel è del mio compagno Lele Marchitelli. Gli ospiti dovevano stare al gioco quando faceva irruzione Lorenzo-Corrado Guzzanti. Kurt Cobain mi guardava come se fossi completamente fuori di testa».
Un incontro emozionante?
«Con Fernanda Pivano, meravigliosa. Con le sue traduzioni ci ha introdotto alla letteratura angloamericana, che è la mia carriera mancata: fu la mia docente Biancamaria Pisapia a segnalarmi alla Rai. Non mi sono più laureata».
Quale programma ha reso più orgogliosi i suoi genitori?
«Mia madre purtroppo non ha potuto vedere niente e mi crea molta malinconia perché ne sarebbe stata felice. Lei mi spingeva segretamente a seguire i miei sogni, il mio talento. Poi chissà, da qualche parte lo vedrà, no? Pure mio padre se n’è andato via abbastanza presto, però era fiero a modo suo, scherzosamente protestava quando lo riconoscevano come “il padre di”».
Cos’ha preso da loro?
«Da mio padre, un vero patriarca che si è mangiato tutto il patrimonio, ho preso il sense of humor: un’eredità fondamentale che mi ha molto aiutato nella vita. Oggi però, non senza commuovermi, devo dire grazie a mia madre: ho combattuto la sua arrendevolezza, ma ho capito tardi che nel suo modo di essere c’era anche tanta gentilezza, preziosa per il mio carattere».

Ha un nipote. Che nonna è?
«Felice. Quello dei nonni è amore puro, senza responsabilità, con licenza di viziare».

Come lo vizia?
«Con il figlio di Adele, che è una bravissima documentarista, facciamo moltissime sedute di disegno. Non resisto a comprargli pennarelli di qualunque tipo e colore».

Sa che lavoro fa la nonna?
«Non ne parliamo. Però quando ho presentato il libro a Roma c’era anche lui e ha voluto che gli firmassi la sua copia. Se fuori dalla scuola mi chiedono una foto, gli dico: è perché sono bellissima».
Ha fatto tante cose: tv, teatro, saggi e romanzi. Di quale è più orgogliosa?
«Il mio grande privilegio, da persona irrequieta, è di poter variare. La TV delle ragazze la rifarei tutta. Ma forse sono più fiera dello spettacolo teatrale Ferite a morte».
Com’era nato il progetto?
«Da un invito del centro antiviolenza “Le onde” di Palermo, dopo il delitto della studentessa 17enne Carmela Petrucci. Chiamarono me e Maura Misiti e io convocai senza preavviso Donatella Finocchiaro, Lella Costa, Isabella Ragonese, Geppi Cucciari e tante altre, che si misero a disposizione: questa è vera sorellanza. Siamo riuscite a fare uno spettacolo pieno di ironia. Ci interessava il processo di immedesimazione, far capire che un uomo che ti picchia non cambierà e lo devi lasciare».
«Ferite a morte» è arrivato nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York.
«Per entrare c’era il metal detector e quando passarono Marina Abramovic e Valeria Golino, ma eravamo in tante, cominciò a suonare tutto: una si era portata la piastra per i capelli, un’altra il ferro da stiro per la camicia. Ci diedero una stanza per farci cambiare e siccome il Palazzo di Vetro è davvero trasparente, abbiamo dovuto attaccare i giornali alle finestre per non farci vedere fuori. Quante risate...».
Ha mai subito molestie?
«Sì, agli inizi, nei mille lavoretti fatti, compreso vendere aspirapolvere. Per fortuna mi ero fatta gli anticorpi in famiglia e per questo è importante raccontare le storie: possono servire come un vaccino».
È talent scout. Di quale scoperta è più orgogliosa?
«Corrado Guzzanti è nel mio cuore. L’ho scoperto grazie a sua sorella Sabina, che stava con me alla TV delle ragazze. Quando abbiamo deciso di aprire alle quote azzurre lei fece il suo nome».
Chi è la sua erede?
«Geppi Cucciari».
E di chi si sente l’erede?
«Nel mio libro dedico un capitolo intero a Enza Sampò, per quello che ha rappresentato nella tv di allora. Ai miei esordi un giorno mi feci il caschetto e l’attore Antonello Fassari prese a chiamarmi Sampò. Devo confessare, con molto pudore, che da poco mi ha detto che sono la figlia femmina che non ha mai avuto. Mi ha commossa».
Le manca il suo divano rosso in tv?
«Un po’ sì, sarebbe bello tornare. Bisogna vedere dove».