Corriere della Sera, 27 giugno 2026
Debutto tempestoso in Aula per la legge elettorale
Animata da battibecchi, gara di citazioni tra i dem Gianni Cuperlo, che spazia dagli Abba a Soriano, e Toni Ricciardi, che ribatte con «la nottata che deve passare» di Eduardo De Filippo, e la clamorosa espulsione nei primissimi minuti di Riccardo Magi, ieri seduta di debutto nell’aula di Montecitorio per la legge elettorale.
Partecipata soprattutto dalle opposizioni – i banchi della maggioranza sono presidiati da un paio di deputati per gruppo, la Lega non prende proprio parola e Roberto Giachetti punge: «Parlano al Papeete?» – la discussione generale impegna circa 4 ore, confermando le posizioni: il centrodestra procede con il suo Stabilicum, con l’obiettivo dell’approvazione alla Camera entro metà luglio, «senza voto di fiducia», sostiene Giovanni Donzelli (FdI), contingentando i tempi di discussione; le opposizioni contestano l’intero impianto della riforma con 13 interventi e quattro pregiudiziali di costituzionalità. Resta da sciogliere il nodo preferenze che divide, al loro interno, sia la maggioranza sia le opposizioni. Donzelli annuncia trattative in corso: «Lavoriamo per un emendamento unitario del centrodestra che le reintroduca, come FdI ha sempre voluto». Trattativa difficile, ma il M5S potrebbe offrire sponda.
Il dibattito è aperto dai relatori. Quando tocca a Magi, in quota minoranza, il fuoriprogramma: «Usate la forza dei numeri come un manganello contro la democrazia parlamentare», l’attacco del segretario di +Europa, ancor più sulle barricate dopo l’approvazione dell’emendamento cosiddetto «anti-Vannacci» che obbliga anche il suo partito, oltre a quello del generale, a raccogliere le firme per la presentazione delle liste. Magi espone un gigante facsimile della scheda elettorale con la scritta «il tuo voto non conta» e lo strappa. Viene richiamato per tre volte, l’ultima quando disturba l’intervento della ministra Elisabetta Casellati – «la legge elettorale non sacrifica la rappresentanza», la frase che fa da innesco – quindi cacciato dalla presidente di turno Anna Ascani e scortato fuori dai commessi. Magi organizza un flash mob: «È un colpo di stato elettorale». Ma la questione delle firme accende anche un altro botta e risposta, a distanza, tra Roberto Vannacci e il leader di Azione: «Il pariolino radical chic Carlo Calenda non dovrà raccoglierle, grazie al regalino meloniano». La replica: «Meglio pariolino che traditore».
In Aula i banchi si svuotano ulteriormente con il passare delle ore, i relatori difendono e gli avversari attaccano: «Avanti in nome della governabilità», «vi scontrerete contro il muro della Corte costituzionale». Ma mentre l’accelerazione moltiplica le voci su un’anticipazione del voto alla prossima primavera («oggi è iniziato il countdown» vaticinano dal centrosinistra) la questione delle firme tiene banco anche tra le opposizioni: tutti i movimenti in gestazione nell’area centrista, a partire da quello di Alessandro Onorato, dovranno raccoglierle. Un bel problema per i «piccoli». Risolvibile accasandosi nella casa riformista di Renzi che non ha quest’obbligo.