Corriere della Sera, 27 giugno 2026
La protesta dei gazawi contro Hamas
«Se Dio vuole, Hamas fuori!». «Non siamo pedine!». «Vogliamo vivere!». «Basta con la distruzione!». Mercoledì, il premier israeliano Bibi Netanyahu aveva assicurato che Israele «controlla quasi il 70% della Striscia e sta strangolando Hamas». Controlla, non comanda. E nonostante le ultime accuse dell’Onu sul «genocidio dei bambini», dice un sondaggio, per un israeliano su due la guerra di Netanyahu non ha centrato il suo principale obbiettivo: il regime islamico è ancora in piedi. La dimostrazione è arrivata ieri con una piccola, significativa protesta gazawi: non solo contro Israele, che in questi otto mesi ha violato la tregua 3.338 volte e ha comunque fatto centinaia di morti, ma contro «i ladri» che ancora comandano nella Striscia. Un cartello esplicito, qualche slogan: non si sa bene dove fossero, i dissidenti, e nemmeno quanto abbiano urlato. Ai giornalisti palestinesi era stato ordinato da Hamas di non girare immagini, pochi video mostrano uomini incappucciati che presidiavano le strade di Deir al-Balah, qualche cellulare ha postato brevi proteste. Probabilmente, riferisce una fonte da Gaza, «molti rimasti nascosti per paura di ritorsioni: in due anni sono stati giustiziati sessanta “collaborazionisti d’Israele” e basta un niente, per finire dentro». La contestazione s’è ridotta a poche decine di persone, dicono i media di regime: «Un fallimento, organizzato da attori esterni per destabilizzare». L’unica cosa sicura è che il venerdì di protesta – preparato dai profughi all’estero, celebrato sugli account come «Rivoluzione 26 giugno», il logo d’un pugno che s’alza sulle tende dei rifugiati e sulle macerie fumanti – è stato il primo atto politico contro la nomenklatura islamica, perlomeno da quand’è finita la guerra lo scorso ottobre.
Il giorno scelto non era casuale: il più solenne e luttuoso dell’Islam, l’Ashura, festa che ricorda la fine del Diluvio universale. Dopo due anni sotto il diluvio di fuoco, l’emergenza è sopravvivere e non c’è un arca su cui salvarsi, i gazawi sono disperati: già lo scorso 18 giugno, un po’ di contestatori s’erano radunati all’ospedale di Khan Younis e avevano dimostrato contro il ministero della Salute di Hamas, denunciando la corruzione dei funzionari e lo scandalo d’aiuti che finiscono chissà dove. Quel giorno nessuno aveva osato pronunciare il nome del movimento islamico, ma i destinatari erano apparsi subito chiari: «Sono tutti ladri! – gridava un manifestante –, ci vietano d’andare all’estero per curarci e ci fanno morire qui, mentre loro se ne vanno via! La colpa non è solo d’Israele: è del ministero della Sanità e dell’Oms!», l’organizzazione Onu. Timidi segnali di dissenso, fra i due milioni di gazawi, s’erano già visti anche nel marzo ‘25, sotto le bombe: erano durati qualche settimana, liquidati dal regime come generiche proteste contro la guerra, nonostante striscioni con la scritta «Hamas non ci rappresenta». Ieri, all’ora del corteo, si sono celebrati anche i funerali d’un nipote d’Ismail Hanyeh, defunto leader del movimento terroristico. C’erano centinaia di persone. E le immagini delle lacrime, quelle sì, erano autorizzate.