Corriere della Sera, 27 giugno 2026
Trump: violato il cessate il fuoco. Raid Usa nello Stretto di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz prosegue nella sua atipica condizione di non essere chiuso, ma neppure del tutto aperto. Similmente, proseguono gli scontri tra Usa e Iran anche se c’è il cessate il fuoco. Dopo l’attacco con un drone alla portacontainer singaporiana «Ever Lovely», avvenuto giovedì, è arrivata la risposta di Donald Trump: un raid americano condotto nella zona di Hormuz, presso la città costiera di Bandar Sirik. Gli obiettivi, secondo il Centcom: radar, depositi di missili e di droni.
Gli scontri hanno causato la sospensione del piano di evacuazione del Golfo gestito dall’Imo – l’agenzia Onu del traffico marittimo – eppure i transiti sono proseguiti: quelli confermati almeno fino al primo pomeriggio dall’analista di Kpler, Dimitris Ampatzidis, hanno comunque superato le trenta unità, prevalentemente sulla rotta sud, quella omanita. La portacontainer colpita in prossimità della costa dell’Oman ha subito danni al ponte di comando e non ci sono stati feriti o impatti ambientali. Ma sebbene non facesse parte del «convoglio» Imo (si stimano circa 500 vascelli e 11mila marittimi ancora «intrappolati») l’incidente ha esposto il nervo scoperto nel Golfo.
Lo stesso Trump è intervenuto: sul suo social Truth ha rivelato che Teheran avrebbe lanciato addirittura quattro droni contro le navi in movimento lungo lo Stretto, di cui tre abbattuti, un atto in palese violazione del cessate il fuoco in vigore. La Repubblica islamica non ha confermato, anche se la Pgsa – la neocostituita e discussa autorità iraniana per il transito nello Stretto – aveva inequivocabilmente sostenuto che «qualsiasi passaggio su rotte esterne al nostro framework non sarà coperto da garanzie di safe passage. Le conseguenze saranno responsabilità dell’armatore, dell’operatore e del comandante». Ieri il viceministro iraniano degli esteri, Kazem Gharibabadi, su X ha poi rincarato la dose: «Il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz con accordi ambigui, percorsi paralleli o decisioni prese al di fuori delle considerazioni iraniane, non è garantito».
Anche nei giorni precedenti i dati di traffico mostravano un quadro operativo in piena evoluzione, con un sistema tuttavia funzionante a singhiozzo, sotto la pressione di due rotte incompatibili tra loro. Mentre nella normalità pre-conflitto i passaggi quotidiani da Hormuz ammontavano a 130-140, mercoledì scorso Windward aveva registrato 62 transiti, il picco del periodo recente, 21 dei quali in entrata e 41 in uscita dal Golfo, con netta prevalenza della rotta meridionale omanita. Erano addirittura passate, a distanza di un minuto l’una dall’altra, due Vlcc («Very large crude carrier») da 333 metri. Giovedì, giorno dell’incidente, i movimenti sono stati invece 54, trentanove dei quali in entrata, ma solo otto hanno seguito la rotta settentrionale iraniana e altri nove sono stati classificati «dark» o «unknown». L’ambiguità regna sovrana: Teheran rivendica che gli accordi del 17 giugno affiderebbero alla propria autorità il compito di bonificare il passaggio e garantire i transiti commerciali, solo per i primi 60 giorni senza alcun genere di «pedaggio». Gli Usa, e di recente il segretario di Stato Marco Rubio in visita in Bahrein, sono fermi nel sostenere che «nessun Paese può imporre pedaggi in acque internazionali».
Il sistema di transito attuale è una biforcazione imposta dalla guerra. La rotta centrale, ovvero le due corsie tradizionali di tre chilometri l’una, risulta minata e formalmente chiusa. La rotta nord – che per Teheran sarebbe l’unica da percorrere – corre lungo la costa iraniana ed è amministrata dalla Persian Gulf Strait Authority, creata per centralizzare le autorizzazioni di transito. Ma l’Ofac – l’agenzia del Tesoro Usa che amministra le sanzioni – ha inserito a fine maggio la Pgsa nella sua lista come entità legata ai pasdaran. Il che significa che qualsiasi pagamento futuro allo scadere dei 60 giorni degli accordi costituirebbe una transazione vietata per entità occidentali o legate al sistema finanziario americano.
La rotta sud passa per le acque territoriali dell’Oman e degli Emirati. È coordinata dagli Usa attraverso il Jmic (Joint Maritime Information Center) ed è l’unica classificata come libera da mine. Le navi possono transitare giorno e notte: è la rotta preferita ed è quella su cui è avvenuto l’attacco di ieri. E così lo Stretto risulta non essere chiuso ma neppure aperto. Qualcuno l’ha definito ironicamente lo «Stretto di Schrödinger», come il gatto nella scatola della fisica quantistica: finché non la si apre non si può sapere se sia ancora vivo o già morto.