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 2026  giugno 27 Sabato calendario

Israele e Libano firmano l’intesa. Hezbollah contraria

Non sarà una pace storica, ma è comunque una pace. In Libano, scriveva ieri mattina un giornale vicino al premier israeliano Bibi Netanyahu, quest’ultima era stata «una settimana tranquilla»: a Washington si negoziava, Israele aveva trattenuto il fuoco su ordine Usa, Hezbollah aveva trattenuto il fuoco su ordine dell’Iran... E però tutto s’era congelato, in 4 giorni di colloqui diretti fra israeliani e libanesi: tutti sembravano senza grandi speranze e giovedì pomeriggio c’era il solito odore di fallimento. Gli ambasciatori Yechiel Leiter e Nada Hamadeh, l’israeliano e la libanese, erano pronti a ripartire, delusi; i combattenti a ricominciare, esausti. All’ultimo, sorpresa, s’è deciso di rimanere altre 24 ore nella capitale americana. Per parlarsi ancora un po’. E trovare proprio al quinto giorno, sorpresissima, un accordo quadro. «L’inizio dell’inizio – dice trionfale il segretario americano, Marco Rubio, nella breve cerimonia della firma al dipartimento di Stato. C’è molto lavoro di fronte a noi. Non sottovalutiamo la difficoltà dell’impresa. Ma ne comprendiamo l’importanza e quanto sia vitale. Oggi è il primo passo. E il primo passo a volte è il più difficile».
Difficilissimo. I colloqui di Washington non fanno i conti con l’oste Hezbollah, che respinge già l’accordo e chiede solo l’«incondizionato ritiro israeliano da ogni centimetro di territorio». Per cinque round, ci s’è scontrati anche con le diffidenze di libanesi e israeliani. Finché non s’è trovato almeno un equilibrio fra la proposta (americana) di cedere a Beirut parte del territorio meridionale controllato dall’Israel Force Defense, l’esigenza (libanese) d’un ritiro più ampio dell’Idf e il bisogno (israeliano) di disarmare Hezbollah, allontanandolo dal confine. Obbiettivo raggiunto, riassume Rubio: con l’ambizione di chiudere questo capitolo della guerra con l’Iran e portare «tangibili progressi, perché le popolazioni del Libano e d’Israele possano avere fiducia nel futuro». L’intesa è stata anticipata dal solito, informatissimo giornalista Barik Ravid, di Axios. Con pochi dettagli. Gl’israeliani non se ne vanno: si ritireranno solo dalle due «aree pilota» conquistate negli ultimi due mesi – una a nord del fiume Litani e l’altra a sud – e comunque ben al di fuori della zona cuscinetto di 10 km, istituita ad aprile nel Libano meridionale. Al loro posto entrerà l’esercito libanese, in villaggi che l’aviazione israeliana ha già «ripulito» della presenza di Hezbollah, talvolta distruggendoli. L’Idf inoltre non lascerà il simbolico castello di Beaufort, da poco riconquistato: rimarrà a presidiare la Linea Gialla. E i residenti libanesi potranno tornare, sì, ma solo nelle due aree pilota. C’è anche un allegato sulla sicurezza, sui tunnel di Hezbollah. E mentre Israele e Libano riconoscono la reciproca sovranità, non s’è ancora fissata una data per l’entrata in vigore dell’accordo: prima, è necessario che gli americani addestrino l’esercito libanese, argomento su cui i militari di Tel Aviv sono assai scettici. «I negoziati sono stati lunghi e hanno dato i loro frutti – commenta Netanyahu —. La cosa più importante, è che Israele rimanga nella zona di sicurezza del Sud Libano. Ci resteremo finché Hezbollah non si disarmerà. Anche per l’Iran, questo è un duro colpo. Israele, Libano e Usa gli stanno dicendo: questo non è affar tuo». La settimana scorsa, israeliani e libanesi s’erano infuriati con Trump per la firma d’un accordo separato con Teheran che riguardava il Libano: una scelta singolare, trattare con gli ayatollah mentre lo scopo dei colloqui di Washington era proprio l’opposto. «Ora Hezbollah è fuori, l’Iran è fuori», gongola l’ambasciatore Leiter. «E il mio Libano – gioisce la sua collega Hamadeh – può tornare al suo futuro».