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 2026  giugno 27 Sabato calendario

Venezuela, quasi mille vittime

«Le racconterò come le hai salvato la vita». Nelle parole affidate a Instagram dal calciatore Hector «Kike» Bello c’è tutto il dramma del terremoto che ha devastato il Nord del Venezuela. Sua moglie Andrea è morta sotto le macerie dopo aver fatto scudo con il proprio corpo alla figlia Alana, appena un anno. La bambina è sopravvissuta ed è ricoverata in un ospedale di Caracas insieme alla zia, mentre i medici continuano a monitorarne le condizioni. «Come farò a spiegarle che hai dato la tua vita per salvare la sua? E che io non ero lì?», scrive il portiere del Maritimo La Guaira in un altro messaggio.
Mentre i soccorritori continuano a cercare senza sosta tra le macerie, il bilancio si aggrava di ora in ora. Ieri sera il presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez ha parlato di almeno 920 vittime e 3.360 feriti.Secondo il capo degli Affari umanitari dell’Onu, Tom Fletcher, oltre 50 mila persone risultano ancora disperse. I soccorritori stanno cercando di raggiungere almeno 172 superstiti individuati sotto gli edifici crollati.
A La Guaira, la zona più colpita, si continua a scavare spesso a mani nude e molti residenti lamentano la mancanza di mezzi adeguati. Le immagini mostrano palazzi collassati come castelli di carte, famiglie che cercano disperatamente i propri cari tra i detriti degli edifici crollati e squadre di soccorso che interrompono improvvisamente il lavoro al grido di «silenzio assoluto», nella speranza di sentire la voce di qualcuno ancora vivo. Intanto almeno diciassette Paesi hanno inviato oltre 1.600 soccorritori specializzati, unità cinofile, droni e mezzi per il sollevamento delle macerie.
Da Washington Donald Trump ha annunciato l’invio di personale americano a sostegno delle operazioni di soccorso. «C’è stato un terremoto terribile, molte persone sono morte. Abbiamo inviato molti americani ad aiutare. Abbiamo un ottimo rapporto con il Venezuela», ha detto intervenendo a un evento della Faith & Freedom Coalition.
Le ricerche dei superstiti sono ostacolate dalle oltre trecento scosse di assestamento registrate dopo il terremoto, che costringono spesso i soccorritori a interrompere il lavoro per mettersi in salvo. A La Guaira è stata disposta la militarizzazione dell’area per garantire la sicurezza e facilitare l’arrivo degli aiuti. Le autorità hanno invitato la popolazione a non raggiungere autonomamente le zone devastate perché l’autostrada tra Caracas e la costa è congestionata e si rischia di rallentare il passaggio dei mezzi di emergenza. Secondo il censimento provvisorio sono centinaia gli edifici distrutti o gravemente danneggiati, insieme a ospedali, centri commerciali e infrastrutture pubbliche. Le strutture sanitarie ancora operative lavorano ormai al limite della capacità. Oltre 70 mila famiglie sono state colpite dal sisma e migliaia di persone trascorrono una seconda notte nei rifugi improvvisati, nelle palestre allestite come centri di accoglienza o all’aperto.
Non ovunque, però, il terremoto ha avuto lo stesso impatto: a Yumare, il piccolo centro agricolo indicato come epicentro del sisma, non si registrano vittime, un’anomalia che i geologi attribuiscono al terreno roccioso su cui sorgono le abitazioni.
A preoccupare sempre di più è la sorte dei minori. Secondo SOS Villaggi dei Bambini cresce il numero dei piccoli rimasti soli o separati dalle proprie famiglie. Molti hanno perso la casa e ogni punto di riferimento, altri vivono per strada o in rifugi improvvisati, mentre numerose scuole danneggiate sono state trasformate in centri di accoglienza. L’organizzazione ha avviato un piano di emergenza che prevede sostegno psicologico, distribuzione di beni essenziali, alloggi temporanei e spazi protetti per i più piccoli. «Quando un terremoto distrugge case e scuole – spiegano gli operatori – un bambino non perde soltanto un tetto, ma anche il senso di sicurezza».
In mezzo alla devastazione continuano però ad affiorare anche storie di speranza. Durante le operazioni di soccorso una donna ha partorito tra le macerie di un edificio crollato, assistita prima dai vicini e poi dai soccorritori. Un’immagine che in Venezuela è diventata il simbolo della volontà di ricominciare nonostante il dolore. Ma per chi continua a scavare il tempo sta per scadere. «Ci sono poche possibilità di trovare persone vive sotto le macerie», ha ammesso Nadiomar Polanco, capo della squadra di soccorso cilena, spiegando che ormai gli interventi si concentrano soprattutto sul recupero delle vittime.