la Repubblica, 26 giugno 2026
Wim Wenders ricorda i suoi esordi
«Je ne regrette rien» dice a un certo punto Wim Wenders. Ma si riferisce al fatto di aver abbandonato la pittura per il cinema. Per il resto il regista tedesco al Cinema Ritrovato, il festival della Cineteca di Bologna dedicato alla storia della settima arte, non lascia spazio a domande sull’affaire Nastassja Kinski. Il maestro ai primi di giugno ha deciso, dopo le reiterate richieste dell’attrice, di ritirare il film Falso movimento, la pellicola del 1975 in cui lei appare in una scena, tredicenne, in slip.
E dire che l’occasione sarebbe quella giusta, una rassegna sulla storia del cinema, per interrogarsi su cosa fare dei metri e metri di pellicola politicamente scorretti, non rispettosi, di generi e minoranze, ma Wenders schiva con garbo l’argomento, scegliendo piuttosto di confondersi tra le otto sale della rassegna come uno spettatore semplice.
«Avete visto Quaranta pistole con Barbara Stanwyck?» chiede al pubblico in sala accorso per vedere il suo primo film, Summer in the City, nemmeno un esordio, ma il saggio con cui uscì dalla scuola di cinema di Monaco tra il 1969 e il 1971. La Cineteca di Bologna lo ha restaurato e «per la prima volta l’ho visto in una sala con il pubblico» ammette il regista. Si diverte a ripercorrere i suoi primi passi, dopo aver studiato medicina, filosofia, pittura, fotografia. «Poi mi iscrissi alla Hochschule für Fernsehen und Film a Monaco. Su 1000 domande ne accettarono una ventina, Fassbinder restò fuori, fu fortunato perché nella scuola mancavano le cineprese, c’era solo una moviola ma siccome non c’era nient’altro era inutile. Così, come gli studenti italiani e francesi, nel 1968, occupammo e chiamammo gli insegnanti che volevamo noi».
Al termine del percorso, girò Summer in the City, in cui recita anche: la troupe d’altronde era composta da appena quattro persone. «E il tecnico del suono non aveva mai fatto un film» ricorda il regista. Nel rivederlo ha notato «innumerevoli difetti ma c’è già tutto il mio cinema: mi sono reso conto per le prima volta che non ero uno storyteller, un narratore, non ho mai avuto fiducia nelle storie e, come tedesco nella Storia, mentre ne ho sempre avuta tanta nelle immagini».
C’è un filo che lega la sua opera prima all’ultima, Perfect days: «Sono le mie due pellicole in cui il confine tra finzione e realtà è più labile, Ci sono molte scene improvvisate in entrambe».
La differenza principale, svela ridendo, Wenders, «è che in quello girato 56 anni fa non pagai i diritti per i brani musicali, non sapevo andasse fatto, e dentro c’era metà della mia collezione musicale, dai Kinks a Chuck Berry, per quello non è mai stato proiettato. In Perfect days non solo li ho pagati ma sono costati più del film».
È vero però che nel film girato a venticinque anni – oggi ne ha 80 splendidamente portati – c’è già la sua cifra. Dal cielo sopra Berlino, che era già molto grigio, alle riprese dall’alto, dal movimento alla passione per la strada e le automobili. I film che piacciono a lui sono invece quelli in cui dorme: «Se una pellicola mi piace – confessa – mi ci abbandono come quando da bambino mia mamma mi cantava la ninna nanna, mi addormento. In quelli brutti non ce la faccio, spero sempre ci sia una redenzione. Non c’è mai». Ieri sera, però, ha ammesso, niente film, doveva guardare Germania-Ecuador ai Mondiali.