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 2026  giugno 26 Venerdì calendario

Intervista a Javier Bardem

Javier Bardem ha lo sguardo magnetico e la voce cavernosa e profonda che a tratti si apre in una risata fragorosa, spalancando le fauci della sua faccia grande, fuori misura come il suo talento. E quando parla sembra Mangiafuoco di Pinocchio, sta lì per inghiotterti in un sol boccone, come la balena. Fuori dallo schermo è un uomo impegnato su temi ambientali, riservato, tutela la privacy della sua famiglia e di sua moglie, Penelope Cruz, che in un incontro a Cannes ce lo ha descritto come «empatico, ironico, appassionato». Al cinema interpreta ruoli spesso brutali, nella vita è tutto il contrario, facendo a pezzi lo stereotipo machista che potrebbe richiamare il suo fisico.
Tutta la sua terribilità, la sua intensità, il suo carisma li mostra nella serie Cape Fear, il thriller disponibile su Apple Tv che rievoca il celebre film del 1991 di Martin Scorsese, e questa serie l’ha prodotta insieme con Spielberg.
Il divo spagnolo (premio Oscar nel 2008 con Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen, l’anno dopo lo vinse Penelope per Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen), dice che «se fosse un semplice remake, non avrei accettato di farlo». Fatto sta che eredita il ruolo di Robert De Niro, il criminale psicopatico uscito di prigione che ha un conto da saldare con il suo avvocato, che, a suo dire, non fece tutto quello che poteva fare per difenderlo in un processo per stupro. E inizia a perseguitarlo per vendetta.
Bardem, con Er ser querido di Rodrigo Sorogoyen (esce il 26 agosto in Spagna e a seguire in Italia), è stato il vincitore morale al festival di Cannes. Variazione sul tema del film nel film, ma quanta poesia e verità contiene. La Palma nelle sue mani sembrava cosa fatta alla vigilia. Non è andata così. Nel film, lui e Victoria Luengo sono padre e figlia.
Javier, in questa storia offre un ruolo a sua figlia, nella speranza di riavvicinarsi a lei dopo tredici anni di assenza e silenzio.
«Sono un regista tirannico che ha vinto due Oscar, e nel suo nuovo film chiama una giovane attrice totalmente sconosciuta: sua figlia».
Già il punto di partenza è un bel corto circuito drammaturgico.
«I primi venti minuti sono i miei preferiti, un dialogo serrato così intenso, tutto sui nostri primi piani, Rodrigo ci stava addosso con la macchina da presa, abbiamo anche improvvisato, ma non è che uno diceva una cosa e l’altra se ne andava per conto suo, dovevamo restare connessi al tema di padre e figlia. Quella scena è girata in tempo reale, ci siamo incontrati al ristorante dove abbiamo mangiato dall’antipasto al dessert».
Non pensa sia diventato uno stereotipo quello del padre assente? E le colpe dei figli?
«Io posso parlare del mio personaggio, che non sa come parlare dei sentimenti, non sa come chiedere scusa. È un uomo di potere, il regista è colui che manipola, ma è anche soggetto alle pressioni perché deve avere il quadro totale delle cose. In ogni ambiente di lavoro ci possono essere abusi di potere. Questo film mi ha reso più consapevole, ci sono altri modelli di mascolinità. Io sono del ‘69, in Spagna c’era ancora la dittatura di Franco».
E il maschilismo lei lo respirò in casa?
«I miei si separarono che avevo tre anni, mio padre era dominante quando c’era, poi non ci fu più. L’ho perdonato. Mia madre Pilar era un’attrice, in casa ha lottato, si è sacrificata, era piena di amore. C’è un aneddoto divertente sul nome del mio personaggio».
Si chiama Esteban Martinez.
«Anni fa ero a Cannes, alloggiavo all’hotel Martinez, è lì che ho incontrato Rodrigo la prima volta. Mi disse che pensava alla mia energia e al mio volto per il nuovo film: questo».
I figli d’arte?
«Argomento spinoso. Altri non hanno le stesse opportunità, ma è altrettanto vero che sei giudicato sotto una grande lente d’ingrandimento. Il confronto, le pressioni. Non è facile. In altre professioni, c’è più indulgenza sui “figli di”».

Cos’è la famiglia per lei?
«È l’inizio e la fine del ciclo della vita, è quello che ci definisce. Come genitore pensi di tramandare valori che ti erano stati inculcati da piccolo. Si tratta di riesaminarli in un mondo cambiato».

Lei e Penelope siete sposati dal 2010.
«È incredibile avere il privilegio di condividere la mia passione con la persona che amo, sai quante volte me lo dico da solo? A volte si è presi dalla routine quotidiana, i figli, la casa, le responsabilità. Poi guardo Penelope negli occhi e penso: ma quant’è bella? E quanto si spende per la famiglia, per gli altri, per l’arte?».

Com’è lavorare insieme, marito e moglie?
«È diverso, né più facile né più difficile. L’intimità crea un’atmosfera diversa. Abbiamo recitato tanto insieme e lo faremo ancora, in Bunker di Florian Zeller. Però a casa non parliamo troppo di lavoro».


Penelope ci ha detto che il vostro primo bacio, sul set di Prosciutto prosciutto, dove vi eravate conosciuti, fu traumatico.
Sorride, risponde in spagnolo: «Bueno, para mi, no».

Cosa le dà il cinema che non trova in famiglia?
«Mira, il cinema mi ha cambiato la vita, mi ha dato un obiettivo, è la ragione per cui mi sveglio la mattina col desiderio di fare qualcosa. Ma c’è una cosa che non può darmi: la felicità. C’è una frase di mia figlia nel film: “Il cinema non può risolvere tutti i problemi”. Io aggiungo, il cinema è un bel pezzo di vita. Penelope è la mia vita».
A Cannes ha tenuto uno dei pochi discorsi politici di questa edizione del Festival, a parte gli appelli pacifisti e pro Palestina e Kiev alla cerimonia finale.
«Premesso che condanno gli orribili crimini di Hamas del 7 ottobre, parlare di Palestina libera mi è venuto in mente pensando a Vanessa Redgrave che, alla fine degli Anni 70, vinse l’Oscar per Julia e definì teppisti sionisti chi l’aveva criticata per aver prodotto un documentario sulla Palestina. Il pubblico la fischiò, il conduttore la rimproverò dal palco. Ero preparato a una reazione negativa. Non c’è stata. Al contrario, ho detto no alla guerra e Palestina libera e il pubblico ha fatto un grande applauso».
Lei ha detto che Trump, Putin e Netanyahu sono maschi tossici che causano migliaia di morti.
«Quei tre, per dimostrare chi ha gli attributi più grossi, dicono: ti bombarderò fino a farti fuori. Mi assumo le conseguenze di quello che dico».
La lista nera degli attori fatta a Hollywood?
«Ne ho sentito parlare, non so se sia vero, dopo aver colpito Susan Sarandon mi sono arrivate voci tipo: dovevano chiamarti per un progetto ma non se ne fa più niente. Vivo in Spagna, per me è ok. Non posso lavorare con chi giustifica e sostiene il genocidio a Gaza. Io seguo la mia etica e non ho un piano B. Ho il diritto di denunciare quello che ritengo sbagliato. Penelope? La pensa esattamente come me».
I giornali francesi avevano titolato Bonjour Jardem, sicuri che lei avrebbe vinto come migliore attore.
«I festival bisogna accettarli, e la Spagna ha avuto un premio con i due giovani registi, Ambrossi e Calvo, del film dove recita Penelope. Loro due hanno detto che a Cannes nessuno li conosceva, neppure i giurati. I due temi sollevati da quel film, gli esclusi e le sofferenze degli omosessuali, hanno parlato per loro, e adesso grazie a quei due giovani registi, sono temi meno di nicchia. C’è tanto talento giovane nel mio paese. Poi si chiamano Javier come me, un pezzetto della Palma riguarda anche me».
Ma perché così tanti ruoli brutali?
«Adoro spaventare il pubblico, sono personaggi senza inibizioni che ti danno grande libertà espressiva, e puoi spingerti in tutte le direzioni. Quell’uomo ha perso tutto e la serie permette di esplorare sul suo passato. Io? Sono stato molto fortunato. Quando torno a casa divento un orsacchiotto».