corriere.it, 26 giugno 2026
Luca Dotto ripercorre la sua carriera
A 36 anni Luca Dotto saluta il nuoto. Il primo azzurro a scendere sotto il muro dei 48” nei 100 stile, vicecampione del mondo nel 2011, re d’Europa nel 2016, le tante medaglie con le staffette. Atleta ma anche uomo copertina grazie alla sua innegabile bellezza.
Dopo Beckham e Nadal è stato lo sportivo più utilizzato come testimonial da Giorgio Armani.
«Sono stato il primo nuotatore scelto dal Maestro Giorgio, tante campagne e spot per l’intimo, per occhiali, per i profumi. Sono grato ad Armani, mi ha fatto fare cose fighissime».
L’esplosione mediatica arriva con l’argento nei 50 stile libero ai Mondiali di Shanghai 2011. Poi però ha avuto una carriera altalenante.
«Ho avuto picchi altissimi e bassi profondi. Mi rimprovero di non essere stato costante».
Mancanza di fame o troppa fama?
«Quando conquistavo risultati importanti poi sopraggiungeva un periodo di pigrizia. Era più mancanza di fame e di dedizione, forse. Adesso ai giovani racconto la mia poca costanza come stimolo per non sprecare occasioni».
Ai giovani si dedica da tanti anni con la «Luca Dotto Academy».
«Quest’anno abbiamo registrato il record, 90 iscritti. Più che insegnare il nuoto a me interessa spiegare loro che non si è campioni perché si vince una gara ma lo si è ogni giorno, presentandosi all’allenamento per migliorare, senza sfuggire mai al confronto di sé stessi. È una condivisione di mentalità».
Ha scelto di condividere la sua ultima gara. Al Trofeo Sette Colli sabato 27 giugno una sfida come show con l’amico e rivale di sempre Marco Orsi.
«Un 50 stile tra me e Marco. Siamo stati un punto di riferimento per la velocità, sgaseremo insieme per l’ultima volta. Lo sport è fatto di numeri e di medaglie, ma anche di sentimenti e di un percorso condiviso con tante persone. Emozionante chiudere la carriera nella piscina del Foro Italico. Roma da 17 anni è la mia città. Dal Veneto mi sono trasferito dopo la maturità».
Cosa è rimasto del ragazzino di Cittadella (Padova)?
«La capacità di sognare. Anche se sono cresciuto, resto sempre un grande sognatore».
Le Olimpiadi come grande rammarico?
«A Londra 2012 ero reduce da un infortunio. Rio 2016 è il rimpianto che mi porterò per tutta la vita. Due mesi prima avevo vinto l’oro agli Europei nei 100sl, avevo il secondo miglior crono al mondo, avevo l’ossessione di giocarmi una medaglia, ero motivatissimo, in allenamento andavo forte, ma avevamo tralasciato l’attenzione al recupero. Sono andato in sovraccarico fisico».
Nel luglio 2020 il dolore per la scomparsa di mamma Guglielmina.
«Nel giro di un mese, un tumore al cervello diagnosticato il 10 giugno e il 10 luglio se n’è andata. Mamma era il mio faro ma da figlio unico ho cercato di essere forte perché vedevo mio padre a pezzi, pensavo più al suo bene che al mio. È stato un grandissimo errore tenermi tutto dentro, sono andato in tilt, ritrovandomi depresso».
Come ne è uscito?
«Claudio Rossetto, il mio allenatore, mi ha fatto capire l’importanza di chiedere aiuto. Grazie a lui ho fatto un percorso con una coppia di psicologi, mi è servito molto».
Ha diviso la corsia con cinque generazioni di nuotatori, da Rosolino a Pellegrini, da Magnini a Paltrinieri fino ai tanti campioni di adesso. L’Italnuoto è nell’élite mondiale per la profondità del movimento.
«Adoro vederli gareggiare. Hanno un approccio totalmente diverso grazie alla crescita degli allenatori, la maggiore conoscenza tecnica ha migliorato la metodologia specifica nelle diverse specialità».
Scelga un nome, solo uno
«Carlos D’Ambrosio, ma non voglio mettergli pressione. Ha tutti i mezzi per demolire il suo record dei 200 stile e mettere le mani anche sul primato di Miressi dei 100 stile».
La comunicazione come nuova sfida. È un talent di SkySport. Ed è conduttore di «Camera di Chiamata», podcast della Federnuoto che debutta la prossima settimana.
«Intervisto gli azzurri del presente e del passato, vorrei contribuire ad ampliare la visibilità del nuoto. Come commentatore mi piace far capire al pubblico cosa c’è dietro una prestazione, bella e brutta che sia. Le gare devono essere spiegate, con semplicità, e non vuol dire difendere a priori un atleta. Non critiche ma analisi».
A chi deve un grazie?
«Alla mia fidanzata Virginia (Menicucci, 24enne azzurra, ndr). Nuota e studia odontoiatria. Il suo impegno è un esempio. Mi ha migliorato come persona».