corriere.it, 26 giugno 2026
Trump come Videla: vuole consegnare la Coppa dei mondiali
Donald Trump non capisce nulla di calcio e meno ancora gliene importa; però vuole consegnare la Coppa. Una platea internazionale non si perde, New York è la sua città (anche se per la finale dovrà attraversare l’Hudson e portarsi nel New Jersey), e quindi il re presidente amerebbe essere il primo ad alzare il trofeo mondiale, per poi passarlo in un secondo tempo al capitano della squadra vincitrice.
Un lusso di solito negato pure ai dittatori, con l’unica eccezione del generale Jorge Rafael Videla, che nel 1978 consegnò la Coppa a Daniel Passarella al Monumental di Buenos Aires: Videla, uno che faceva gettare gli oppositori dagli aerei e addestrare i cani ad azzannare i genitali dei prigionieri, insomma non un precedente positivo.
Putin se ne guardò bene, e a Mosca nel 2018 la Coppa fu consegnata, come prevedono le regole, dal presidente Fifa, che era già Gianni Infantino. In Qatar c’era, ma un passo indietro, l’emiro Al Thani, datore di lavoro di Messi – allora al Paris Saint-Germain e costretto a indossare il bisht, l’abito da cerimonia arabo – e padrone di casa di Infantino, che vive giustappunto in Qatar.
Stavolta, scrivono i media americani riprendendo il britannico Talksport, Trump intende consegnare lui di persona la Coppa. A maggior ragione se a guardarlo dagli spalti ci saranno la presidenta messicana di sinistra Claudia Sheinbaum, cui farebbe fare volentieri la fine di Maduro, e il premier canadese liberale Mark Carney, che ha vinto le elezioni proprio in polemica con Trump che vagheggia di fare del Canada il cinquantunesimo Stato Usa. Già l’anno scorso Trump irruppe alla premiazione del Mondiale per club tra Psg e Chelsea, nello stesso MetLife Stadium dove il 19 luglio prossimo si giocherà la finale; e i giocatori del Chelsea lo guardavano imbarazzati, come a chiedersi: ma questo cosa vuole?
Vuole quello che insegue da tutta la vita: l’attenzione, la platea, le telecamere, l’amore ma anche l’odio degli abitanti della Terra. Tutto il percorso di Trump ha avuto un unico obiettivo: la valorizzazione del brand, che poi coincide con il suo nome.
I grattacieli Trump, il vino Trump, l’acqua Trump, il profumo Trump, le candele Trump, le carte collezionabili digitali Trump, a un certo punto pure le bistecche Trump, oggi purtroppo fuori commercio. Questi per coerenza dovrebbero essere i Mondiali Trump: il presidente ha rivendicato di averli ottenuti durante il primo mandato, insieme con l’Olimpiade di Los Angeles 2028; il che oltretutto è vero.
Finora però Trump allo stadio non si è fatto vedere. Tradizione vuole che il capo di Stato ospitante apra il Mondiale: lo sa bene la brasiliana Dilma, che nel 2014 a San Paolo fu riempita di fischi, presagio della vittoria di Jair Bolsonaro. Trump si è fatto rappresentare dal segretario di Stato Marco Rubio, che da latino il calcio lo capisce e oltretutto viene da Miami, scelta da Messi per i suoi ultimi meravigliosi anni.
Trump non si fa vedere anche perché rischia di essere riempito di fischi. Tra gli americani non è popolarissimo; figuratevi nel resto del mondo. Infuria una gara tra le varie tifoserie a chi conia il coro più irriverente: «He’s fat, with piles, he’s in the Epstein files, Trump the Cunt, Trump the Cunt…» cantano gli inglesi, che evocano Epstein e lo pensano grasso e con le emorroidi. E gli australiani: «Aussie boys are on a bender, Donald Trump’s a sex offender»; noi saremo fuori di testa, ma lui è un molestatore (eufemismo).
Prima o poi, al più tardi per la finale, allo stadio Trump andrà. Gli Stati Uniti stanno facendo un bel Mondiale, per il match con la Turchia San Francisco ha accolto la squadra con entusiasmo, anche se sinceramente non paragonabile alla notte magica di Città del Messico, 3-0 ai cechi davanti a 81 mila spettatori che hanno cantato, urlato, pianto di gioia per tutta la partita.
Il calcio non è e non sarà mai lo sport nazionale degli Stati Uniti. L’interesse è più alto rispetto al 1994, le partite sommando i vari canali – nessuno in chiaro – raggiungono i 14 milioni di spettatori, però in un Paese da 342 milioni di abitanti. Alla Casa Bianca e al Congresso, templi della democrazia americana, non c’è nulla, ma proprio nulla che ricordi il fatto che il mondo intero è venuto qui per giocarsi la Coppa. C’è un evento che il Paese prepara e segue con frenesia, ma non è la World Cup; è il duecentocinquantesimo anniversario degli Stati Uniti, il prossimo 4 luglio.
È vero che a New York e nelle città europeizzanti i bar sono pieni di tifosi che guardano le partite. Ed è vero che il calcio è lo sport prediletto dai latinos, che sono sempre di più. Il problema è che molti di loro tifano la squadra dei Paesi d’origine. I camerieri sotto la divisa portano e talora mostrano con orgoglio la maglietta dell’Argentina, dell’Ecuador, del Brasile, della Colombia. Per il resto, il calcio è considerato innanzitutto uno sport per bambini e per donne, non abbastanza virile, per via dei contatti fisici più blandi rispetto al football americano e allo stesso basket, dove il più piccolo è alto due metri.
E comunque alla fine il Mondiale sarà un successo, gli stadi sono pieni nonostante i prezzi dei biglietti, l’audience internazionale è alta e non potrà che crescere quando il torneo entrerà nel vivo; e non saranno i Mondiali di Trump, sarà un momento di respiro per un pianeta dal fiato corto. Quel che è peggio per il presidente, la squadra che comincia a riscuotere maggiori simpatie è quella del Paese con cui ha appena fatto una guerra e con cui sta trattando una pace difficile: l’Iran.