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 2026  giugno 26 Venerdì calendario

Perché Putin ha smesso di proteggere Ilia Traber?

«L’antiquario» era finora stato considerato un intoccabile. Lo sapevano tutti a San Pietroburgo che Ilia Traber, 75 anni, fosse un padrino temuto, legato alla potente cosca Tambovskaya-Malyshevskaya. Ma il suo antico legame con Vladimir Putin lo aveva fino ad oggi messo al riparo da ogni inchiesta giudiziaria sui suoi molti loschi affari, men che meno da ogni accusa per crimini efferati.
Non più. Traber è stato arrestato il 17 giugno scorso dal FSB, il servizio di intelligence e sicurezza interna della Russia, e subito trasferito a Mosca dove un tribunale cittadino lo ha accusato di omicidio premeditato e traffico d’armi, ordinandone la custodia cautelare per almeno due mesi. 

I fatti risalgono al 2020, quando Traber avrebbe comandato l’assassinio dell’imprenditore e uomo politico Alexandre Petrov, suo socio in affari, abbattuto da un cecchino mentre usciva dalla sauna della sua villa nella regione di Vyborg, al confine con la Finlandia. Svelato dal sito Meduza, l’arresto del boss getta una luce inattesa sulla lotta in corso dentro il potere russo per il controllo delle risorse.
Le indagini sul caso Petrov giravano a vuoto da cinque anni. Ma la svolta brusca di questi giorni apre interrogativi inquietanti sulla caduta di un criminale, finora circondato da un alone di inviolabilità. La sola cosa certa è che, per le sue modalità, l’arresto è stato autorizzato in persona dallo Zar: «Nessuno dentro il FSB avrebbe potuto prendere una decisione simile senza l’avallo di Putin», dice Olga Romanova, esperta del mondo carcerario russo ora in esilio in Europa, secondo la quale «è un messaggio chiaro inviato a tutte le élite: l’amicizia con Vladimir Vladimirovic non è eterna».
Eppure, ancora nel 2016, Traber era stato tra gli invitati al compleanno di Putin e la foto presa in quell’occasione è l’ultima che li immortala insieme. Ancora nel 2021 una delle aziende di Traber aveva beneficiato di un finanziamento pubblico autorizzato da Mosca.
Il rapporto del Padrino pietroburghese con Putin risale agli anni Novanta, quelli del Far West così ben raccontati ne «Il Mago del Cremlino», quando dopo aver lasciato la flotta sottomarina sovietica Ilia Traber trovò lavoro in un bar nella città sulla Neva. Ma i soldi veri però, iniziò a farli vendendo pezzi di antiquariato dell’epoca zarista, che all’epoca inondavano i mercati di strada delle città dell’Urss in pieno disfacimento. La sua fortuna fu che tra i suoi clienti più affezionati c’era Ludmilla Naroussova, moglie dell’allora sindaco Anatoly Sobchak. Ben presto, Traber ottenne dal comune il monopolio della vendita di antichità per l’intera San Pietroburgo: per tutti divenne «l’antiquario», un nomignolo che non lo avrebbe mai più lasciato.
In realtà la sua ambizione non aveva confini: collegandosi alla Tambovskaya-Malyshevskaya, egli puntò al controllo del porto, soprattutto i terminali petroliferi. Fu una guerra sanguinosa, regolata a colpi di kalashnikov. Fra le vittime, un capo della dogana e il responsabile delle privatizzazioni del Comune, Mikhail Manevich, crivellati di colpi. Nel 1997, Traber vinse la sua battaglia. Ufficialmente, nuova proprietaria di tutte le attività portuali, era la società OBIP, con sede nel Lichtenstein, ma i suoi beneficiari erano Alexej Miller, attuale capo di Gazprom; Vladimiri Yakunin, un fedelissimo di Putin e, appunto, Ilia Traber.
Vero regista occulto dell’operazione era stato il vicesindaco della città, un oscuro ex funzionario del Kgb al quale Sobchak, all’epoca considerato uno dei possibili eredi di Gorbaciov e attento a curare un profilo più alto e immacolato, aveva affidato la gestione di quella fase di capitalismo selvaggio. Il suo nome era Putin, Vladimir Putin. E avrebbe saputo trarre profitto politico tessendo una vasta rete di rapporti e legami inconfessabili. Uno fu quello con Ilia Traber, che da quel momento divenne una specie di Pippo Calò in salsa russa, intermediario tra il mondo criminale e il potere.
È un fatto che già nel 1996, Traber ottenne l’esclusiva della fornitura di carburante per l’aeroporto Pulkovo. E negli anni seguenti il suo portafoglio crebbe, acquisendo i terminali petroliferi a Nord-Ovest della Russia, i cantieri navali, un’azienda che fornisce energia elettrica, altre società di comodo basate in paradisi fiscali. Al momento dell’arresto, cioè una settimana fa, Traber era ancora uno dei maggiori azionisti del terminal petrolifero di San Pietroburgo, diventato tuttavia oggetto di una lotta senza quartiere per il controllo.
Secondo Roman Badanin, giornalista investigativo in esilio, il Padrino sarebbe entrato in conflitto con alcuni più intoccabili di lui. In particolare, Sergeij Vassiliev, la cui famiglia è comproprietaria del terminal e soprattutto Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft e amico della vita di Putin. Entrambi, spalleggiati dal governo, vogliono rimettere le mani sull’intero sistema portuale del Nord-Ovest diventato cruciale per assicurare le esportazioni di petrolio russo attraverso la flotta fantasma.