Corriere della Sera, 26 giugno 2026
Anna Katharina Fröhlich ricorda il suo compagno, Roberto Calasso
Incontrare Anna Katharina Fröhlich è come scivolare in un racconto breve di Stefan Zweig, dove donne bellissime passano leggere lasciando una scia di profumo esotico e un sussurro di lino. Bionda, occhi cerulei, la «r» arrotondata e un’inclinazione mitteleuropea all’eleganza, Fröhlich sembra un libro Adelphi e quindi non sorprende che l’amore per Roberto Calasso, durato venticinque anni, sia iniziato con un velo nero in pizzo. Da lei dimenticato in taxi la sera del loro primo incontro e che lui poi conservò a lungo come una reliquia.
Il 28 luglio prossimo saranno trascorsi cinque anni da quando lo scrittore ed editore che guidò la Adelphi è mancato e oggi Katharina, mentre si prepara a lanciare il suo nuovo romanzo, La tigre nel giardino, ricorda il loro primo incontro come «un’intesa nata su un terreno fertile, perché è vero che io avevo 23 anni e lui 53 ma io avevo letto Tolstoj, Proust, Gottfried Benn, autori che lui ammirava. E poi ero tedesca».
Lo divertiva?
«Amava la cultura tedesca, c’erano parole che lo facevano ridere di cuore, come Faulpelz, pigrone».
Il primo sguardo, alla Fiera del libro di Francoforte.
«Io avevo un abito lungo verde e un cappello a tesa larga. Volevo frequentare Milano, ma vivevo già nella mia casa di Mornaga, sul lago di Garda, dove assieme a mia madre stavamo trasformando la tenuta di campagna in un posto lussureggiante, con alberi, fiori, libri e animali».
Quella sera stessa siete stati a cena insieme. Voglia di parlare, scambiarsi idee e libri. E poi quella frase che lei gli lasciò come buonanotte al posto di un bacio: «Penso che trascorreremo assieme i prossimi 30 anni».
«Avevo la netta percezione che accanto a lui forse non sarebbe stata una vita facile, ma certamente non sarebbe stata una vita mediocre».
Lui era sposato.
«E con il tempo avrei scoperto che era anche un marito amorevole».
Facciamo un passo indietro. Lei era giovane, ma era già (parole sue) una «donna avventurosa».
«Ho perso mio padre a 15 anni, ho avuto due patrigni, sono cresciuta in una famiglia dove si ascoltava Wagner e si leggevano Clausewitz e Darwin. Non avevo avuto un’istruzione tradizionale, era grazie alla lettura che avevo sviluppato un occhio acuto per i libri. Dall’età di sette anni mi è capitato di andare ogni anno in India. Ho incontrato Roberto il 13 ottobre del 1995 e l’indomani lui mi consegnò il suo ultimo libro, chiedendomi di interrompere i miei studi di filosofia e di tradurre il suo manoscritto in tedesco. Si trattava di Ka».
Mitologia indiana.
«Da tempo coltivavo quella passione, ho trascorso molti mesi in India, da Delhi a Varanasi. Ne La tigre in giardino racconto il viaggio di due donne attraverso l’India e cerco di inquadrare la felicità oltre il banale, il già sentito».
Nel romanzo racconta anche classi sociali diverse.
«Soprattutto l’incontro tra culture differenti»
Nei suoi libri c’è l’eco di tante letture.
«Ho letto la Recherche di Proust sette volte».
Con Calasso leggevate ad alta voce?
«No, mai. Però la lettura era una continua scoperta. Le librerie di Londra, gli incontri a Venezia, i suoi racconti su Brodskij. Io ero felice solo accanto a lui e anche se eravamo costretti a più o meno lunghe separazioni, sapevo che il tempo speso con Roberto aveva un grande valore».
La gelosia.
«Certo che sono stata gelosa, e non solo di sua moglie. La distanza alimentava le mie fantasie, vedevo donne bellissime dappertutto intorno a lui. Ma credo che questo faccia parte di un amore, così come lo sono stati i miei silenzi, quel mio rintanarmi improvviso quando sentivo che dovevo allontanarmi».
In che modo i libri vi hanno tenuto assieme?
«Forse perché la mia insaziabile curiosità nei suoi confronti scivolava nelle letture. Volevo sapere che cosa stava leggendo e che cosa gli piaceva, volevo partecipare alla sua vita in questo modo. E l’ho seguito. Ho preso treni, aerei, auto. Ho camminato per Londra mentre lo aspettavo, siamo stati insieme a Napoli».
Dove ha visto anche Marcello Mastroianni.
«Al ristorante. Per la frazione di un attimo, tanto bella quanto triste, ci siamo guardati. È stata l’unica volta in vita mia in cui ho incrociato una figura che consideravo un mito».
Assieme a Calasso siete andati a fare visita anche a Guido Ceronetti, a Cetona, nel Senese.
«Ceronetti studiò per tutta la vita l’ebraico antico, così come non ha mai smesso di cercare un suono del cuore, anche quando leggeva la poesia di Baudelaire, di Kavafis o le odi di Orazio. Credeva nella felicità e diceva: “Bevete tè e non disperate!”»
Una sera, seguendo Calasso, lei si è ritrovata a casa di una certa Elizabeth.
«Solo dopo, tornando in albergo, mi ha confessato che quella era Elizabeth Chatwin, moglie del grande scrittore».
Nel suo ultimo romanzo c’è un clan sikh dalla ricchezza fiabesca, le cui giornate scorrono tra riti mondani e festeggiamenti. Qual era il rapporto di Calasso con la mondanità?
«Roberto era mondano e spirituale, divertente e scostante, fedele e infedele al tempo stesso. Aveva una dualità che attraversava ogni aspetto della sua personalità e forse è stato anche per questo che io, giovanissima e forse vulnerabile, vivevo quella storia come un viaggio complicato eppure irrinunciabile».
Avete avuto due figli.
«Josephine e Tancredi. Loro sono abituati a vedere una madre che coltiva un giardino con dedizione, che trascorre lunghe ore a leggere su una poltrona, sono cresciuti in una casa piena di libri e con un padre attentissimo ai dettagli. Che si trattasse di una traduzione o di una revisione, Calasso era inflessibile».
Racconti.
«Andava alla ricerca degli errori per poi correggerli con serietà. Ma era severo soprattutto con i suoi testi».
Amava Simenon?
«Certamente, Adelphi è stato uno snodo importante per far conoscere in Italia Simenon al di là di Maigret».
Di recente Adelphi si è aggiudicata il catalogo delle opere di Philip Roth. Sarebbe piaciuto a Calasso?
«No».
Mi dica di più.
«Non penso che Philip Roth lo appassionasse, lui amava l’altro Roth, Joseph».
Katharina, una parte della comunità letteraria ed editoriale italiana le è stata ostile.
«Sa che cosa le rispondo? Che non posso dedicare energie e tempo alla malignità. La vita è piena di cose da fare e bisogna cercare di essere felici».
È una lezione di Calasso?
«Non esattamente, però c’è un aspetto di Roberto che pochi conoscono: la leggerezza. Era un uomo che sapeva ridere di gusto, qualche volta ripetevamo insieme una parola isolandola dal contesto e ridevamo come dei bambini».
Ancora una dualità: un’estrema serietà nel lavoro editoriale e una grande leggerezza nella vita privata.
«Era uno dei lati più belli del suo carattere, quello che da un momento all’altro potesse passare dalla concentrata dedizione al lavoro alla più allegra attitudine mondana, giacché tra la sua natura spirituale e quella mondana regnava una profonda armonia, che nel corso degli anni aveva sempre più affinato».
Oggi lei si divide tra il giardino della sua casa di Mornaga e la scrittura. Scrivere per lei è una gioia o, come diceva Cesare Pavese, «una lotta»?
«È una questione di dedizione, di annullamento di ogni altra cosa, almeno temporaneamente. Ci sono dei giorni in cui le parole scorrono più facilmente e altri in cui si fa più fatica. Ricordo, per esempio, che Roberto sapeva trasformare ogni camera d’albergo in una scrivania. Viaggiava sempre con una certa quantità di libri e di cancelleria: matite, stilografiche. Ne aveva una che gli aveva regalato Ingeborg Bachmann».
Come descriverebbe la mancanza di Calasso nella sua vita?
«Lui c’è. È per questo che ho scelto di raccontare il nostro amore: non volevo che il ricordo sbiadisse».
Uno dei libri più belli pubblicati da Adelphi si intitola Parla, ricordo. Lo ha scritto Vladimir Nabokov, autore che Calasso amava.