Corriere della Sera, 26 giugno 2026
Mattarella celebra l’Assemblea costituente. Vannacciani assenti
La standing ovation finale arriva dopo l’omaggio alla saggezza e alla lungimiranza delle madri e dei padri della Costituzione, che seppero superare le differenze politiche e percorrere la via del dialogo per «dare forma alla libertà e alla democrazia degli italiani». A Montecitorio si celebrano gli ottant’anni dalla prima riunione dell’Assemblea Costituente e la lezione di storia d’Italia che Sergio Mattarella scandisce davanti al Parlamento in seduta comune realizza, per qualche ora almeno, il miracolo dell’unità nazionale.
L’atmosfera è solenne, l’orchestra del Teatro dell’Opera suona la Traviata, il Nabucco, gli inni d’Italia e dell’Europa. Il capo dello Stato parla del referendum del 2 giugno 1946 come di una «rivoluzione pacifica», dell’Assemblea come di un «atto di fede democratica» e della Costituzione come «un patto di amicizia e fraternità». Ricorda che il fascismo aveva messo a rischio l’unità d’Italia, condanna «l’oppressione dell’uomo sull’uomo» e la crisi di civiltà causata dal nazismo e dalle «nefaste dittature novecentesche». E quando pronuncia i nomi dei martiri assassinati dal regime mussoliniano, Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gramsci e i fratelli Rosselli, è l’intero emiciclo a battere le mani.
A dare il là è il dem Federico Fornaro, autore di un libro sul 2 giugno del 1946. La sinistra scatta in piedi e via via l’applauso contagia il centro e la destra, compresa Giorgia Meloni, alla fine si alza e si unisce al tributo. Un’immagine potente, che l’assenza di Salvini e dei parlamentari di Vannacci riesce appena a scalfire. Per una volta l’aria che si respira è bipartisan. Fini chiacchiera con Franceschini, Renzi scherza con Bertinotti e Pier Casini riprende con lo smartphone l’Aula gremita di ministri e leader delle opposizioni, da Schlein a Conte.
Parole chiave: «Concordia e unità». Il capo dello Stato ripercorre le tappe cruciali di questi 80 anni e rinsalda le radici antifasciste della Costituzione che ha «assicurato decenni di stabilità alle istituzioni democratiche, alla collocazione internazionale dell’Italia e promosso il progresso del Paese». Si coglie tra le righe l’intento di esaltare il dialogo e la ricerca del compromesso più nobile come modello politico, in questa era di polarizzazione e scontri frontali. Lo stesso intento che, poche ore più tardi, ispirerà l’incontro al Quirinale con il cardinale Matteo Zuppi e gli altri rappresentanti delle comunità religiose, che hanno sottoscritto il Patto «la via italiana al dialogo interreligioso».
A Montecitorio, poco dopo le 11, Mattarella strappa applausi rievocando il sogno risorgimentale di Mazzini e Garibaldi e intona il registro più alto possibile per affermare che «la Repubblica è di tutti» e che il progresso del nostro Paese è «motivo di orgoglio per il popolo italiano». Citando Alcide De Gasperi e Costantino Mortati, il presidente rivendica la cultura del cattolicesimo democratico, respinge indirettamente ogni tentazione revisionistica e ricostruisce la complessità della transizione: dalla monarchia alla Repubblica, dalla dittatura alla democrazia.
La strada che portò al referendum certo non fu agevole. A pagare un «prezzo alto» furono «i partigiani, le popolazioni sottoposte alle vessazioni naziste e della Repubblica di Salò», gli oltre 600 mila militari internati in Germania, gli italiani di origine ebraica «avviati ai campi di sterminio» e quanti, anche nella Brigata Ebraica, parteciparono alla guerra di Liberazione. È insomma grazie alla Resistenza se l’Italia, a differenza di Germania e Giappone, ebbe il privilegio di scriversi la propria Costituzione: «Una classe dirigente non compromessa col regime fascista, che aveva messo a rischio la stessa unità d’Italia, fu in grado di assumere la responsabilità della transizione».
Ad aprire i lavori era stato il presidente Lorenzo Fontana, convinto che anche in un tempo difficile come quello che viviamo sia «possibile anteporre il dialogo alla contrapposizione». La seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, torna a invocare modifiche alla Costituzione e sostiene che la pacificazione nazionale avviata dalla Carta non sia ancora conclusa. Mattarella la pensa diversamente e in sostanza lo dice citando il presidente dell’Assemblea Umberto Terracini e la scelta dell’amnistia di Togliatti, anche a beneficio di fascisti e repubblichini che si erano alleati con i nemici della Patria. In tempi di droni e di bombe, l’invocazione di Giuseppe Saragat è anche quella di Mattarella: «Fate che il volto della Repubblica sia un volto umano».