Corriere della Sera, 26 giugno 2026
La Corte suprema Usa con Trump sugli immigrati
Il presidente Trump e i vertici del Pentagono stanno spingendo le principali aziende americane di armi a produrle più in fretta perché la guerra in Iran ha ridotto troppo le scorte. Le aziende chiedono più soldi, ma la Casa Bianca preme perché puntino sulla produzione rinviando i dividendi agli azionisti. Il Pentagono ha anche chiesto al Congresso altri 88 miliardi di dollari per la guerra in Iran (soprattutto per munizioni e riparazioni degli equipaggiamenti) in aggiunta all’aumento già chiesto del bilancio del Pentagono a 1.500 miliardi di dollari, ma è necessario l’appoggio bipartisan al Senato per ottenerli, e quasi tutti i democratici dicono che non finanzieranno un conflitto al quale sono contrari.
I funzionari del Comando Centrale insistono di avere tutto quello che serve nel caso il presidente dovesse ordinare nuovi attacchi, ma la capacità di combattere guerre future, per esempio contro la Cina, potrebbe essere limitata da una carenza di munizioni che potrebbe richiedere anni per essere colmata. «Gli Stati Uniti hanno abbastanza munizioni per ogni scenario plausibile in Iran, ma la riduzione delle scorte ha creato una finestra di vulnerabilità per un potenziale conflitto nel Pacifico occidentale», secondo il Center for Strategic and International Studies. «Il tempo necessario per ricostruire queste scorte è diventato quindi una preoccupazione centrale».
Il Pentagono ha usato circa 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio costruiti per una potenziale guerra con la Cina (ne restano altrettanti nelle riserve), circa 1.000 missili Tomahawk (dieci volte il numero che compra ogni anno), oltre 1.200 missili intercettori Patriot (che costano circa 4 milioni di dollari l’uno) e oltre 1.000 missili Precision Strike e Atacms, riducendo le scorte in numero preoccupante, secondo stime interne del dipartimento della Difesa e del Congresso. La Commissione Servizi Armati del Senato ha approvato la scorsa settimana una proposta di legge che potrebbe vietare alle aziende che hanno contratti con la Difesa di pagare dividendi agli azionisti, a meno che non ottengano l’approvazione del Pentagono, una misura che estenderebbe un ordine esecutivo di Trump emanato a gennaio.
Trump mercoledì è riuscito intanto a convincere i repubblicani a respingere una risoluzione sui poteri di guerra messa ai voti nella notte. I senatori Bill Cassidy della Louisiana e Rand Paul del Kentucky avevano intenzione di votare a favore, dando al Congresso la capacità di chiedere a Trump di «rimuovere le forze armate Usa dalle ostilità all’interno o contro l’Iran a meno di non essere esplicitamente autorizzati da una dichiarazione di guerra o una specifica autorizzazione all’uso della forza militare». Se fosse passata sia al Senato che alla Camera, il presidente sarebbe stato costretto a mettere il veto. Ma dopo un incontro a porte chiuse in cui Cassidy ha detto di «aver perso la pazienza» e Trump gli ha dato del pazzo, i due repubblicani sono tornati in riga e si sono opposti alla risoluzione.
Trump ha ottenuto un’altra vittoria dalla Corte Suprema, che con 6 voti favorevoli e 3 contrari lo ha autorizzato a espellere centinaia di migliaia di migranti, permettendogli di togliere la protezione umanitaria che ha consentito a 350.000 haitiani e 6.100 siriani di vivere e lavorare negli Usa per oltre un decennio, e di respingere i richiedenti asilo al confine con il Messico. Il presidente – afferma la Corte – ha il potere di decidere le politiche sull’immigrazione.