Corriere della Sera, 26 giugno 2026
Le scosse, i crolli Venezuela nell’incubo
È la «madre di tutte le tragedie». Centinaia, probabilmente migliaia di morti. Tra di loro, conferma la Farnesina, almeno un italiano. Decine, forse centinaia di palazzi polverizzati. È ancora impossibile fare un bilancio dei due terrificanti terremoti, di magnitudo 7.2 e 7.5, che, in rapida successione, hanno squassato mercoledì sera Caracas, in particolare i quartieri di Altamira e Los Palos Grandes, e tutta la zona costiera a Nord della capitale del Venezuela, appena oltre l’alta catena del monte Ávila. Il dato provvisorio ieri sera riportava quasi 200 morti e un numero di dispersi superiore a 41.000.
Nel tardo pomeriggio
La prima scossa ha sorpreso i venezuelani alle 18.24 (le 00.24 di notte in Italia) in un tiepido giorno di festa. Si celebravano i 205 anni della battaglia di Carabobo, che sancì l’indipendenza del Venezuela dal dominio spagnolo. Gli hotel della costa registravano il tutto esaurito, i locali sul lungomare erano pieni di gente quando ha cominciato a crollare tutto. L’epicentro è stato registrato a una ventina di chilometri dalla città costiera di Morón. La seconda scossa, appena 39 secondi dopo, a una ventina di chilometri dalla città costiera di Yumare. Poi è seguito uno sciame continuo di scosse grandi e piccole. È il più grave sisma che abbia mai colpito il Venezuela.
«È una vera tragedia, lo Stato di Guaira è una zona disastrata», ha detto dopo qualche ora in diretta tv la presidente ad interim Delcy Rodriguez, già vice di Nicolás Maduro, di cui ha preso il posto, con il benestare di Donald Trump, dopo la cattura il 3 gennaio scorso dell’ex dittatore chavista.
Gli ospedali al collasso
Sui social media si susseguono video da girone infernale. Il sito Mapa de daños ieri sera contava 204 edifici crollati, molti dei quali grattacieli, e 216 con danni strutturali. A La Guaira, a Catia La Mar, a Caracas mancano i macchinari pesanti per spostare le macerie, si scava con qualsiasi attrezzo disponibile, vanghe, martelli e cric d’auto, e spesso a mani nude nella speranza di sentire ancora una voce, un respiro, un brandello di pelle in movimento. Si scava in silenzio, con la luce dei cellulari perché non ci sono abbastanza torce. I servizi sanitari del Venezuela sono al collasso. Centinaia di persone ferite aspettano stese a terra di essere curate, o almeno rassicurate. Il personale medico è stato sopraffatto dalla quantità di pazienti arrivati in poche ore. Anche l’aeroporto internazionale di Caracas Simón Bolívar è sventrato e chiuso al traffico. Lo scalo più vicino è quello di Valencia, a un’ottantina di chilometri da Caracas.
Tra i centri più colpiti, spicca la città di La Guaira, 40.000 abitanti, principale porto del Venezuela sul Mar dei Caraibi, a una ventina di chilometri dalla capitale. A Playa Grande, Catia La Mar, Caraballeda sono venuti giù decine di edifici, come castelli di carta soffiati via in un istante.
«Calma e unità»
«Esortiamo la popolazione a mantenere la calma e l’unità», ha affermato Rodríguez, che ha decretato lo stato di emergenza e ha confermato di essere in «contatto costante» con Donald Trump, fra i primi ad annunciare, sulla sua piattaforma Truth Social, «un numero devastante di vittime». «Saremo lì per i nostri nuovi amici», ha promesso il tycoon.
Squadre di soccorso sono in partenza anche da molti Paesi europei, tra cui l’Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha subito chiamato Rodríguez, esprimendole il cordoglio per le vittime, e ha attivato il meccanismo di Protezione civile.
I primi stranieri a portare soccorso al Venezuela, con buona pace di Trump, sono stati però gli (ex) alleati comunisti, ancora presenti in Venezuela. «I collaboratori della sanità di Cuba stanno prestando servizi medici alla popolazione colpita», ha annunciato su X il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, esprimendo «solidarietà al popolo fratello della Repubblica bolivariana».
Un Paese già ferito
E solidarietà bipartisan è arrivata anche dai due fronti interni del Venezuela. La leader in esilio dell’opposizione, María Corina Machado, ha espresso la speranza che «forza, serenità e solidarietà prevalgano di fronte a questa emergenza». Parole simili sull’account X intestato a Maduro, che si trova in un carcere di New York in attesa di processo: «In quest’ora difficile l’appello è all’unità nazionale, alla serenità e all’amore».
La catastrofe avviene in un momento critico per il Venezuela, guidato da un debole governo di transizione, che deve tentare di resuscitare un’economia paralizzata da anni di iperinflazione e de-industrializzazione, oltre che colmare un enorme buco nelle finanze di Stato.
Secondo il Financial Times, Caracas avrebbe un debito di 240 miliardi di dollari, cifra nettamente superiore alle stime precedenti. Se confermato, sarebbe il più grande processo di ristrutturazione del debito sovrano mai affrontato da uno Stato.
A Caracas non resta così che sperare nella generosità dei «nuovi amici» americani. Per fortuna, le infrastrutture petrolifere del Venezuela, il bene più prezioso del Paese che tanto fa gola a Donald Trump, non sarebbero state danneggiate dal sisma.