Il Messaggero, 25 giugno 2026
Catena Fiorello parla del suo nuovo libro e di sé stessa
«Che giornatina esclama Catena Fiorello Galeano non ho neanche mangiato, solo un pezzo di anguria. Quando esce un libro ti si incastrano i viaggi, non ci si può tirare indietro». Il libro in questione è Serenata Salentina, ultimo romanzo dell’autrice siciliana, sorella di Rosario e Giuseppe Fiorello, ma anche di Anna, che si è tenuta lontano dal mondo dello spettacolo e che a Roma possiede un negozio di ceramiche. «Ormai escono 150 libri a settimana. A Perugia ho fatto una presentazione e ho detto: io mi rendo conto della vostra difficoltà, magari vorreste comprare un giallo e anche il mio libro e non sapete come fare. Una volta i libri non uscivano mai in estate, era un periodo morto. Ormai è saltato tutto».
Soddisfatta del suo nuovo libro?
«Sì e lo sa perché? Non mi aspettavo niente. Verso altri libri avevo tante aspettative personali, avevo studiato tanto per scrivere Ciatuzzu, Vita e peccati di Maria Sentimento, Picciridda. Storie che mi sono costate anche due anni di ricerca storica. Questo romanzo invece è ambientato ai tempi nostri».
Nel suo libro racconta l’amicizia tra Gabriella, Giulia, Marta, Teresa e Luana. Che obiettivo si è data, scrivendo?
«Volevo scrivere una storia per me, leggera ma non superficiale, che avrei voluto leggere io. Una storia che potrebbe capitare a tutti. Io raccolgo testimonianze di vita delle mie amiche, delle persone che conosco, e metto tutto da parte, come in un sacco. Quando mi servono queste storie, le tiro fuori. Per esempio una persona che conosco era diventata veramente amica dell’amante del suo ex marito. Una cosa bellissima, mi sono detta. Gabriella e Luana, nel libro, alla fine diventano davvero amiche perché conoscono bene l’uomo che le ha, tra virgolette, finite».
Lei si considera una persona felice, in amore?
«Mi sento in un momento di grande riflessione personale, riguardo alla coppia».
Lei ha raccontato di essere scappata dall’altare molte volte.
«Ci sono quasi arrivata tre volte e poi ci ho ripensato. Quando ormai stavano mandandomi i regali di nozze».
Come mai?
«Sono sempre stata, anche da ragazza, una che non si voleva sposare. Molte mie coetanee avevano come fine ultimo il matrimonio, ma a me non interessava proprio.
Oggi, se mi sposassi, mi sembrerebbe quasi una rivoluzione. Ma non ci sto pensando proprio. Il mio è un rapporto troppo a distanza lui vive a Lecce, io a Roma e questa situazione non credo mi vada più bene».
Per questo un libro ambientato in Salento?
«Il fatto che lui sia salentino è puramente casuale. È troppo bella quella terra, e i salentini sono persone troppo aperte, troppo gentili. La differenza tra noi siciliani e i salentini è che loro sanno fare più squadra di noi».
E Roma?
«È una città sacra per me. Con una capacità di accoglienza pazzesca. Roma non ha paura di niente, neanche del Giubileo, quando arrivano dieci, venti, trenta milioni di persone. Amo anche il mio quartiere, la Balduina. Vorrei tanto parlare romanesco, ma non ci riesco, mi piacerebbe prendere delle lezioni. Certe cose le puoi rendere solo con quella cadenza e con quelle parole. Il fatalismo del romano è unico in Italia».
Lei ha raccontato di avere avuto gravi problemi di salute.
«Ho visto la morte in faccia, prima con il tumore al seno, e poi con la sepsi, proprio durante la finale del Festival di Sanremo. Ricordo che c’era Giorgia in finale. Ho fatto pure un piccolo video per la famiglia: volevo dire ai miei fratelli e a mia mamma che gli volevo tanto bene, qualunque cosa potesse succedere».
Però non è l’unica volta che se l’è vista brutta, vero?
«Mi è capitata la stessa cosa nel 1996 a Bali, in piena tempesta, mentre stavamo tornando dall’isola di Lombok con una barchetta di pescatori. Allora il telefonino era uno Startac (quelli che si aprivano a conchiglia, ndr), e non riuscivo a chiamare mia madre, che sicuramente sarebbe morta di paura. Le onde ci stavano sballottando di qua e di là, eravamo tutti feriti dalle canne che ricoprivano lo scafo».
Dopo tanti libri oggi vorrebbe tornare in televisione?
«Mi piacerebbe fare interviste. Quando conducevo Nati con la camicia su Rai3 Dario Fo e Pavarotti si complimentarono, dissero che non si erano mai accorti di stare facendo una intervista con me, e che era stata una chiacchierata bellissima. Il pubblico ha un’intelligenza emotiva che tanti uffici stampa, attori, cantanti, cose non capiscono. Si sente quando una cosa è vera o quando è forzata e studiata».
Lei si vanta di non essere mai stata aiutata da suo fratello, è vero?
«Alla Pennicanza Rosario mi ha pure citato: non ho mai promosso, né citato un libro di mia sorella, ha detto. Ma anche io ho un certo orgoglio personale, non glielo avrei mai chiesto».