Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 25 Giovedì calendario

Intervista ad Andrea De Sica

Andrea De Sica, col cognome che porta Gli occhi degli altri, il suo ultimo film premiato ai Nastri d’Argento, quanto se li sente addosso?
Tanto, da ancora prima di fare cinema. Fortunatamente, ho cominciato a digerirlo, adesso mi sento abbastanza grande per fregarmene un po’ di più.
Il peggio che le è capitato?
A casa di un preminente designer inglese qualche giorno fa, a un certo punto mi sono sentito osservato, ho cominciato a balbettare: non mi era mai successo, come se avessi una specie di falla nel cervello.
Se lo spiega?
Non so se siamo peggiorati, però oggi il fatto di essere continuamente visti e giudicati ci mette a dura prova.
Figlio d’arte, il celebre compositore Manuel, è anche musicista.
Musicista mancato, lo sono da smanettone, per passione. Papà aveva una mente musicale molto sviluppata, da lui ho preso l’orecchio: ho iniziato in un coro professionale a sette anni, cantavo a Santa Cecilia, so suonare più o meno tutti gli strumenti.
De Sica è un lasciapassare: la volta che se n’è servito più biecamente?
(Ride) Ci ho appena costruito un documentario (Vittorio De Sica – La vita in scena di Francesco Zippel, in sala, ndr).
Rimbalzato, in vita, opere e amori, lo è mai stato?
Be’, Gli occhi degli altri l’anno scorso è stato rimbalzato a Venezia. Non sono così abituato, quando capita mi brucia molto.
Gli occhi che vorrebbe avere?
Quelli di mio padre, era una persona molto acuta, mi ha insegnato a guardare il cinema, il nostro film preferito era Vertigo di Hitchcock.
Madre produttrice, Tilde Corsi, zio attore, Christian, cugino collega, Brando: una famiglia di guardoni, eh?
Sì, non ce ne vergogniamo! È una bella lotta con mio cugino e mio zio, sono abili osservatori.
Che cosa la affascina di Christian?
È il depositario di un certo tipo di ironia dissacrante, geniale, che viene da Vittorio e che nessuno di noi cugini forse ha conservato.
Ai Nastri riceve meritoriamente il riconoscimento Hamilton Behind the Camera, ma Gli occhi degli altri in sala non è andato bene: come se lo spiega?
Non è un film che concilia con la vita, e la gente oggi ha bisogno proprio di questo.
Ritorna sul delitto Casati Stampa del 1970, perché?
Mi attirava una relazione che si dà delle proprie regole senza nessun tipo di giudizio moralistico. Questi due personaggi si incontrano venendo da piani della società molto diversi, ma gli ideali di libertà e potere assoluti si consumeranno tragicamente.
Attrazione fatale, per un regista.
Cerchiamo di avere un controllo assoluto, di spiare anche momenti molto intimi, e riteniamo di essere in una comfort zone, ma ci sono sempre delle ripercussioni incontrollabili. Da uomo, credo faccia parte del maschio disporre degli altri e delle immagini degli altri: oggi quante ne produciamo e quanto ce ne serviamo? C’è tutto il tema del revenge porn, ma già se facessi uno screenshot della chat privata con lei… ebbene, tutta questa forma di nuova violenza è contenuta ne Gli occhi degli altri.
L’atto del vedere non è mai innocente, ma non sempre è colpevole: lei come si sente?
Un po’ colpevole, ma la mia professione mi dà licenza di uccidere.
Prossimo lavoro?
Questo film mi ha consumato integralmente, ora faccio televisione, per cercare di sopravvivere. Dopo tutte queste opere così cupe, ho capito che sto trascurando le parti più vitali del mio carattere: voglio cambiare strada.
Ottant’anni fa, nel 1946, suo nonno Vittorio vinceva, ex aequo con Alessandro Blasetti (Un giorno nella vita), il Nastro d’Argento per la regia di Sciuscià.
Nonno aveva una relazione clandestina – in Italia non esisteva il divorzio – con Maria Mercader, mia nonna. La guerra era appena finita, c’era la fame, Vittorio non sapeva come campare e quindi considerava la rentrée sul palcoscenico, che voleva dire però tornare dalla sua prima moglie, l’attrice Giuditta Rissone. Quindi Maria gli diede un ultimatum: ‘Se riprendi il teatro, e non prosegui con Cesare Zavattini il percorso da regista che hai appena iniziato, ti mollo’. Mio nonno sparì, si risentirono dopo due settimane: le rivelò che stava facendo i sopralluoghi per Sciuscià. Se non ci fosse stato quel film, probabilmente oggi non avremmo avuto questa conversazione.