la Repubblica, 25 giugno 2026
Nelle stanze di Palantir, dove l’Ia impara l’arte della guerra
L’operatore del sistema Maven sembra soddisfatto: «Quindici minuti prima dell’ultimo bombardamento in Ucraina, il nostro partner ha potuto vedere che quel radar russo si era attivato. Poco dopo, la scia di scarico del missile è diventata visibile». Se il modo di operare dei militari del Cremlino è questo, ora basterà colpire il radar entro quindici minuti e l’assalto non potrà neppure cominciare. L’operatore allora inserisce dati e coordinate nel suo Target Workbench, e nell’arco di tempo sufficiente ad accendere una sigaretta il soldato russo che stava per premere il grilletto è storia.
Benvenuti nel futuro della guerra, della deterrenza, della sicurezza. Benvenuti nel futuro del genere umano, che piaccia o meno. Siamo a Washington nella sede di Palantir, l’azienda col nome preso dalla Seeing Stone del “Signore degli Anelli”, la sfera di cristallo onnisciente capace di vedere tutto e comunicare con ogni angolo dell’universo. L’ha fondata nel 2003 Peter Thiel insieme al compagno della Stanford University Alexander Karp, con un aiuto iniziale da In-Q-Tel, incubatore di start up tecnologiche favorito dalla Cia. Magari neppure loro si sognavano di avere tanto successo, ma ora si ritrovano nel cuore della rivoluzione epocale all’intersezione fra data integration e intelligenza artificiale, Ontology e AIP, nel gergo aziendale.
Geni del bene o del male, a seconda dei punti di vista, ma comunque devoti alla missione non apologetica di proteggere la civiltà occidentale dai suoi nemici esterni, così come dalle proprie pulsioni interne all’autodistruzione. Una missione che ha assimilato Palantir all’agenda dell’amministrazione Trump, al punto che il New York Times l’ha accusata di aver ricevuto l’incarico di costruire una banca dati per schedare tutti i cittadini americani: «Falso», smentisce un alto dirigente. «Leggete attentamente l’articolo. Non cita la minima prova: solo congetture. La verità è che non produciamo né controlliamo i dati. Sono sempre in possesso dei nostri clienti, che usano il software per prendere le proprie decisioni. Il controllo resta sempre nelle loro mani».
Come funziona il sistema
Si va dal lavoro con la Ferrari, dove Palantir grazie all’analisi dei dati suggerisce ai piloti quando frenare o accelerare, fino alle collaborazioni con l’Ice o con Israele che l’hanno messa al centro delle polemiche. «Non è vero – dice un dirigente – che tutti ci odiano. Il 70% degli americani non sa neppure chi siamo. Se però ci odiano, è perché quello che facciamo funziona e dà fastidio a qualcuno».
L’attacco di prima sventato in Ucraina da Maven era una simulazione, ma aiuta a capire come funzionano i sistemi di Palantir. Il grande monitor sulla parete mostra tutto il mondo, diviso per sfere di competenza dei comandi militari del Pentagono: Northcom, Southcom, Eucom, Africom, Centocom, Indopaccom. Nel sistema confluiscono tutti i dati possibili, dalle immagini satellitari, alle informazioni raccolte sul terreno dall’intelligence umana. Così l’operatore può zoommare su qualunque angolo della Terra, dove intuisce un’alta probabilità di azioni ostili da parte dei nemici. Quindi individua l’obiettivo, suggerisce armi e reparti in zona attrezzati a colpirlo, avvia la procedura di attacco. Si passa attraverso cinque fasi: identificazione del target; prioritizzazione; coordinamento; esecuzione; completamento dell’operazione. Può essere bloccata in ogni momento e la decisione finale di sparare la prende sempre un essere umano, però alle spalle c’è questo processo gestito attraverso l’integrazione dei dati con l’intelligenza artificiale. «A volte gli errori sono dovuti a difetti della foundational intelligence, le informazioni di base, tipo una mappa non aggiornata che non riflette il cambio d’uso di un edificio. La piattaforma però documenta e registra ogni passaggio, consentendo al cliente di utilizzare i log per risalire a chi ha commesso ciascun errore e cosa è andato storto».
La commissione d’inchiesta sugli attacchi dell’11 settembre è arrivata alla conclusione che se questi strumenti fossero esistiti allora, gli attentati di al Qaeda sarebbero falliti perché le agenzie di sicurezza avrebbero comunicato fra loro. Non solo Fbi e Cia, ma pure l’intelligence tedesca che conosceva i movimenti del capo del commando Mohammed Atta. Stesso discorso per la Francia, che dopo la strage al Bataclan ha assunto Palantir per aiutarla a evitare che si ripeta. Il 16 giugno il premier Sebastien Lecornu ha annunciato che il servizio interno di intelligence Dgsi rimpiazzerà l’azienda americana col concorrente francese ChapsVision, ma un dirigente risponde così: «Il nostro contratto resta in vigore. Da molto tempo ambiscono a sviluppare un’alternativa locale, ma ci vorranno almeno due o tre anni prima che diventi operativa. Queste robe non si fanno su Instagram». Nel frattempo chi proteggerà Parigi dai terroristi, già fermati in molte occasioni da Palantir?
Un sistema di deterrenza
Il discorso vale anche per la Russia. Il ceo Karp è appena stato in Ucraina, ricavando l’impressione che il vento stia cambiando in favore di Kiev, ma se Putin decidesse di attaccare altri Paesi europei chi li difenderebbe? Maven ora è stato messo a disposizione della Nato e quindi ogni Paese membro può accederci, passando attraverso il Quartier generale. Anche l’Italia, dove comunque Palantir già opera nel settore commerciale, ha contratti con la Difesa e dipendenti locali. Una cosa però dovrebbe essere chiara a tutti: «Maven è un sistema di deterrenza. Il fatto che la Russia conosca la sua esistenza può convincerla a non attaccare».
Nel mirino dell’Ice
Palantir è finita nel mirino per il lavoro con l’Ice, in particolare dopo l’uccisione di Renée Good e Alex Pretti a Minneapolis, ma risponde così: «Non collaboriamo con la Customs and Border Protection. Palantir non è un intermediario di dati e non li fornisce all’Ice. Mette a disposizione uno strumento che l’aiuta a valutare con precisione se un individuo possa essere soggetto a espulsione. Ad esempio, verificando se vi sia un provvedimento giudiziario che ne sospenda l’allontanamento o se il suo status giuridico ne impedisca l’espulsione. Tutte le attività svolte da Palantir per l’Ice sono disciplinate dal Privacy Act e le altre leggi e normative vigenti». Poi come l’Ice usa queste informazioni non dipende da Palantir, che può cancellare il contratto, se non condivide i metodi. Il discorso è simile per Israele. Karp non ha fatto mistero del suo appoggio allo Stato ebraico dopo il 7 ottobre, ma la collaborazione ha riguardato gli ostaggi, non gli obiettivi da colpire a Gaza.
Il codice etico
Palantir ha un codice etico in 7 punti, focalizzato in particolare su “Privacy & Civil Liberties”. La realtà però supera sempre la fantasia, soprattutto quando si tratta di creare dilemmi. «I robot killer – assicura un dirigente – non esistono, però ci sono armi autonome programmate per rispondere quando stiamo subendo un’aggressione: cosa dovremmo fare, rinunciarci noi, mentre gli avversari le usano?». Ad esempio Russia e Cina, con cui Palantir non lavora, tanti problemi non se li pongono proprio: l’Occidente è in grado di trovare una sintesi fra la difesa dei suoi principi e quella dei propri cittadini? «La decisione finale – assicura un dirigente – non può essere delegata all’intelligenza artificiale», perché come ha scritto Karp nel suo libro “The Technological Repubblic”, «la macchina deve rimanere subordinata al suo creatore».