Sette, 25 giugno 2026
La rivoluzione dei Robotaxi: successo o flop?
Diciamoci la verità: quando si parla di taxi in Italia la polemica è dietro l’angolo e gli animi si scaldano rapidamente. Il tema delle licenze, della scarsità di vetture a disposizione nelle grandi città e il sostanziale muro contro Uber e servizi che vanno a scalfire gli interessi dei tassisti tradizionali sono solo alcune delle criticità che ci riguardano. Nel mondo invece, il progresso parla la lingua della guida autonoma e i dati ci dicono che qualcosa sta cambiando davvero. Parola di Boston Consulting Group, che nel suo ultimo report evidenzia come i progressi tecnologici e il calo dei costi stiano rendendo i robotaxi qualcosa di estremamente concreto.
1 milione di robotaxi entro il 2035
Secondo le stime di una delle principali multinazionali di consulenza strategica al mondo, entro il 2035 circolerà oltre un milione di auto senza conducente, che potrebbero diventare addirittura tre milioni se tutto girasse per il verso giusto. Ma se guardiamo la mappa geografica di questa rivoluzione, l’Europa rischia di guardare i fari posteriori degli altri, ovvero gli Stati Uniti (con circa 350.000 unità stimate al 2035) e la Cina (che viaggia verso quota 850.000) che sono già partiti a tavoletta. Il Vecchio Continente, invece, sempre secondo le previsioni, si fermerà a circa 120.000 unità.
Diverse le motivazioni, una su tutte le caratteristiche del sistema viario, come ci ha spiegato Giuseppe Collino, Managing Director di BCG Italia: «Gestire un software di mappatura digitale in tempo reale tra i vicoli delle città medievali è un altro sport rispetto alle grandi e regolari strade americane o ai quartieri pianificati cinesi». Fin qui la parte “tecnologica”, ma ad azzoppare le velleità dei vari operatori si aggiunge la complessità normativa: «Il quadro regolatorio in Europa è frammentario, aumenta la complessità e riduce le possibilità di economie di scala». Insomma, gli ostacoli non mancano, anche se qualche operatore sta iniziando i primi test per tastare il terreno ad uno sbarco più concreto, ad esempio Wayve e Waymo a Londra e Baidu in Svizzera. Se gli ultimi due sono, rispettivamente, americano e cinese, la britannica Wayve ha recentemente firmato un accordo con Stellantis per lo sviluppo e l’implementazione di servizi di mobilità senza conducente di livello 4.
Forti investimenti e tempi lunghi
Ma quanto costa ad un operatore dare il via in una singola città ai taxi autonomi? Gli investimenti iniziali oscillano tra i 15 e i 30 milioni di dollari e dalla ricerca di BCG si scopre, senza grandi sorprese, che in Cina basta un anno e negli USA circa un anno e mezzo mentre in Europa si superano abbondantemente i due anni solo per sbrigare le pratiche burocratiche. Una volta partiti, per espandersi i tempi sono ancora lunghi, anche perché le aree prescelte sono generalmente quelle urbane ad alta densità abitativa e con forte domanda, tipicamente grandi città con popolazione di qualche milione di abitanti. Per questo, anche al ritmo di 250 a 300 auto all’anno, attualmente occorrono almeno tre anni ai servizi di robotaxi per coprire un terzo di un’area target in una tipica città statunitense e dai sei ai dieci anni per coprire l’80%.
Tornando all’Europa, anche la geopolitica potrebbe non aiutare la diffusione dei robotaxi. «Gli operatori cinesi sono molto sensibili all’espansione all’estero, ma non escluderei resistenze da parte delle autorità nazionali» continua Collino, che mette in luce le preoccupazioni per i sistemi di monitoraggio e mappatura del territorio insiti nei sistemi di guida autonoma, fino alla possibilità di controllare da remoto flotte di veicoli capaci di carpire informazioni riservate. Ecco perché per il momento i robotaxi cinesi, al di fuori della madrepatria, si stanno diffondendo soprattutto in Medio Oriente, facilitati anche dalle condizioni urbanistiche (strade larghe e con andamento regolare) e atmosferiche (poca pioggia, che ancora rappresenta un ostacolo per le telecamere di bordo).
«Sarei sorpreso se tra 10 anni non ci fosse nessun robotaxi in Italia» sostiene pragmaticamente Collino, spostando il traguardo molto più in là rispetto a paesi come Regno Unito e Germania, dove potrebbe bastare la metà del tempo. Ma perché gli utenti dovrebbero tifare per l’autonomo? Semplice, per il portafoglio: se oggi viaggiare su un robotaxi è un lusso da oltre 8 dollari al chilometro, secondo i calcoli degli operatori crolleranno all’equivalente di 0,70 euro/km, inferiore alle tariffe attuali dei taxi tradizionali in città come Milano o Roma. La vera barriera da abbattere, alla fine, sarà soprattutto quella psicologica: se in Cina il 60% degli utenti è già pronto a salire a bordo senza nessuno al volante, in Europa e negli Stati Uniti siamo fermi a una quota del 30-35%, comunque non pochi.
Insomma, la fiducia dovrà essere conquistata un chilometro alla volta, dimostrando sicurezza, fluidità di guida e competitività con i servizi tradizionali. La strada è ancora lunga e richiederà enormi sforzi industriali per raggiungere il break-even (servono flotte fino a 20.000 veicoli e almeno 7 anni di lavoro), ma la corsa è ufficialmente iniziata. Resta da capire se l’Europa deciderà di accelerare o se preferirà continuare a guardare gli altri dal finestrino.